Il figlio di Gelli e Daniel Ortega: la storia infinita e attuale dei dittatori della Repubblica delle banane

di

Guido Talarico
Guido Talarico
Il figlio di Gelli e Daniel Ortega: la storia infinita e attuale dei dittatori della Repubblica delle banane
[caption id="attachment_82575" align="aligncenter" width="300"] Mauricio Gelli[/caption]

Link to L’espulsione dell’ambasciatore nicaraguense da Madrid riporta all’attenzione mediatica la triste vicenda del piccolo paese centroamericano passato dalla rivoluzione alla dittatura sandinista. Un film che si ripete ricordando che i rischi di nuovo autoritarismo rimangono di drammatica attualitàL’espulsione dell’ambasciatore nicaraguense da Madrid riporta all’attenzione mediatica la triste vicenda del piccolo paese centroamericano passato dalla rivoluzione alla dittatura sandinista. Un film che si ripete ricordando che i rischi di nuovo autoritarismo rimangono di drammatica attualità

di Guido Talarico

[caption id="attachment_82581" align="alignleft" width="221"] Daniel Ortega[/caption]

Ho intervistato Daniel Ortega a Managua alla fine degli anni 80. Ero al Servizio Esteri dell’AdnKronos. Mi ricevette a casa sua. Aria condizionata rumorosa, mobili americani, altri due con noi nella stanza. Mi offrì una “Cerveza Victoria”. Cordialità varie, poi mi domandò del Papa (lui si era formato dai gesuiti) e di Bettino Craxi. Era partita bene, ma finì male. Non gli piacquero le domande su elezioni, terroristi (ne ospitava vari) e Contras. Interruppe tutto e disse che era meglio che lasciassi il Paese. Penso mi salvò il fatto che sapesse che dopo di lui sarei andato dal Cardinale Miguel Obando y Bravo. Cosa che feci. Penso sapesse anche che al confine con il Guatemala avevo intervistato Eden Pastora, il mitico Comandante Zero, un tempo sodale di Ortega. Quello che entrò mitra in pugno in parlamento durante la rivoluzione contro Somoza, ma che poi abbandonò il Frente Sandinista e Ortega per passare ai Contras, i controrivoluzionari finanziati dalla Cia. Dovrei parlarvi anche della dinastia Chamorro, soprattutto di Donna Violeta, una famiglia a tratti letteraria dilaniata dalla rivoluzione. Ma sarebbe troppo lungo.

Nel ricordare il genio di Gabriel Garcia Marquez e i suoi “Cento anni di solitudine” e anche quello di Woody Allen con i suoi dittatori “delle repubbliche delle Bananas”, questa poche righe servono ad introdurre i fatti di cronaca di queste ore, con la decisione della Spagna di dichiarare persona non grata l’ambasciatore del Nicaragua Mauricio Carlo Alberto Gelli, con seguente ordine di lasciare Madrid entro 72 ore. Dichiarazione seguita anche dall’espulsione di un secondo alto funzionario della missione diplomatica nicaraguense, in risposta all’allontanamento improvviso e immotivato del capo della missione spagnola a Managua e del suo vice. Un atto che il ministro degli Esteri José Manuel Albares ha definito “ingiustificato e senza precedenti” e che ha immediatamente attivato l’attenzione anche di Bruxelles.

[caption id="attachment_82584" align="alignright" width="247"] Eden Pastora e Guido Talarico[/caption]

Non si tratta più di una semplice ritorsione bilaterale. L’Unione Europea valuta l’impatto politico di una crisi che potrebbe estendersi a sanzioni, isolamento diplomatico e a un raffreddamento strutturale dei rapporti con il Nicaragua. La figura di Mauricio Gelli in questo scenario è naturalmente centrale. Ambasciatore accreditato non solo in Spagna, ma anche in Francia, Grecia, Andorra, Slovacchia e presso l’Organizzazione Mondiale del Turismo, Gelli rappresenta uno snodo chiave della diplomazia del governo di Daniel Ortega in Europa. Una rete di incarichi che gli ha garantito visibilità internazionale e accesso a contesti di alto profilo, come le esequie di Papa Francesco, dove ha rappresentato ufficialmente Managua in Vaticano.

La Spagna giustifica la propria decisione richiamandosi alla Convenzione di Vienna e a un contesto politico ormai compromesso. Da anni Madrid e l’UE accusano il governo Ortega di repressione interna, arresti politici, cancellazione delle libertà civili e controllo sistematico dell’informazione. L’espulsione dei diplomatici spagnoli ha fatto saltare l’ultimo fragile equilibrio rimasto.

Su Gelli – come ricorderete - pesa anche un’eredità simbolica ingombrante. È il figlio di Licio Gelli, il “venerabile” della loggia massonica P2, protagonista di alcuni dei capitoli più oscuri della storia italiana: dalla strategia della tensione al crac del Banco Ambrosiano, fino alla morte di Roberto Calvi nel 1982. Intendiamoci, Mauricio Gelli non è mai stato coinvolto in quelle vicende, ma il cognome che porta, unito al ruolo che ricopre, rende la sua figura inevitabilmente esposta e controversa, soprattutto in un’Europa che osserva con crescente diffidenza il regime nicaraguense.

[caption id="attachment_82587" align="alignleft" width="300"] Daniel Ortega oggi[/caption]

Al centro di tutto resta l’immarcescibile Daniel Ortega. Al quinto mandato, Ortega è una figura che ben rappresenta quella terribile genia, oggi ancor più di moda, di leader rivoluzionari e democratici che una volta al potere non lo vogliono mollare più. Una storia infinita che si ripete, degna dei Buendía di Gabo, o, per stare alla realtà, dei Castro, Noriega e Chavez vari. Giusto per nominare i caraibici. Leader figli di rivoluzioni armate, ideali altissimi, tradimenti, faide familiari, interessi economici, interventi stranieri e un destino quasi sempre drammatico per loro e per i loro paesi. Storie più tristi che epiche, segnate dal passaggio quasi naturale dalla lotta contro la dittatura alla costruzione di nuovi autoritarismi.

Ortega ha progressivamente trasformato quel passato rivoluzionario in un sistema di potere personale, accentrato, familiare, condiviso con la moglie Rosario Murillo. Il sandinismo, da movimento popolare, è diventato apparato. Il linguaggio della liberazione ha lasciato spazio a quello della repressione. È per questo che la vicenda Gelli, le cui doti professionali agli occhi di Ortega sono quelle immaginabili, non è solo un incidente diplomatico. È un déjà-vu che spiega quanto le dinamiche del potere siano rimaste quelle ancestrali ad ogni latitudine ed in ogni contesto. Anche quello statunitense degli ultimi mesi. Ed è anche per questo che l’Europa fa bene ad intervenire.

(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati

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