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Link to L’escalation con l’Iran non è una guerra “regionale” da osservare a distanza. Per l’Europa significa energia più cara, inflazione più difficile da domare, crescita più fragile, trasporti più costosi e margini più stretti per imprese e famiglie. Per l’Italia, manifattura ed economia aperta, il rischio è ancora più alto. Ecco perché il ritorno alla normalità in tutta la penisola arabica non è un auspicio diplomatico, ma un interesse strategico vitaleL’escalation con l’Iran non è una guerra “regionale” da osservare a distanza. Per l’Europa significa energia più cara, inflazione più difficile da domare, crescita più fragile, trasporti più costosi e margini più stretti per imprese e famiglie. Per l’Italia, manifattura ed economia aperta, il rischio è ancora più alto. Ecco perché il ritorno alla normalità in tutta la penisola arabica non è un auspicio diplomatico, ma un interesse strategico vitale
di Guido TalaricoPer l’Europa, il Golfo non è mai davvero lontano. Come del resto non lo è l'Ucraina. Ma oggi occupiamoci di Medi Oriente, dove la situazione è contingente. Ogni volta che in quell’area si alza il livello dello scontro, qui salgono i prezzi, rallentano gli investimenti, si irrigidiscono i mercati e torna l’ansia dell’inflazione. L’idea che la guerra con l’Iran sia un problema confinato al Medio Oriente è un’illusione geografica che l’economia smentisce in poche ore. Basta che si incrini la sicurezza delle rotte energetiche, che aumenti il premio al rischio sulle petroliere, che si interrompa anche solo parzialmente il flusso ordinario di greggio e gas, e l’onda d’urto arriva fino alle famiglie europee, alle industrie italiane, ai porti del Mediterraneo, ai bilanci pubblici già sotto pressione.
Non è allarmismo: è una catena economica fin troppo conosciuta. Istat ha già segnalato che l’escalation in Medio Oriente, con il rialzo del greggio e l’incertezza legata al ruolo dell’Iran e allo Stretto di Hormuz, spinge verso il basso le prospettive dell’economia mondiale nel 2026. Il punto decisivo è proprio questo: non serve una chiusura totale delle forniture per produrre danni. È sufficiente un lungo periodo di instabilità, di volatilità, di paura. I mercati reagiscono prima dei razionamenti, e a pagare per primi sono i sistemi industriali che vivono di energia importata, trasporti affidabili e credito non troppo costoso.
L’Europa, dopo lo shock del 2022, ha imparato a diversificare le fonti e a proteggersi meglio. Ma meglio non significa abbastanza. Il continente resta esposto ai rincari energetici e ai loro effetti a catena: bollette, carburanti, logistica, prezzi alimentari, inflazione di fondo. Se il gas corre e il petrolio torna a premere, la Banca centrale europea si trova di fronte al peggior scenario possibile: crescita debole e prezzi di nuovo più ostinati. È il paradosso di questa crisi. Mentre l’Eurozona cerca faticosamente di riportare l’inflazione sotto controllo, la geopolitica rischia di riaprire il fronte che più la rende vulnerabile: quello dell’energia. E quando l’energia torna a essere una minaccia, nessuna previsione macroeconomica resta intatta.
Per l’Italia il rischio è perfino maggiore. Siamo un Paese manifatturiero, esportatore, integrato nelle catene globali del valore e ancora dipendente dalle importazioni energetiche. Questo significa che il fattore decisivo non è solo l’intensità dello shock, ma la sua durata. Un conflitto breve può essere assorbito; una crisi lunga scava sotto i piedi della produzione. Colpisce la competitività delle imprese, rinvia gli investimenti, riduce i consumi delle famiglie, comprime i margini di settori già fragili. In un’economia come la nostra, che vive di trasformazione industriale, trasporto merci, turismo, agroalimentare e piccola impresa, l’aumento dei costi energetici non è una voce contabile: è un moltiplicatore di fragilità.
C’è poi un elemento che spesso si sottovaluta: non è in gioco soltanto il prezzo del petrolio. In gioco c’è l’intera infrastruttura della normalità economica. Lo Stretto di Hormuz è uno snodo vitale per il greggio mondiale, ma attorno a esso ruotano anche gas naturale liquefatto, assicurazioni marittime, traffici commerciali, porti, linee container, flotte civili e rotte aeree. Quando in quella regione aumenta il rischio, non si fermano solo le petroliere: si alzano i costi del trasporto, si allungano i tempi, si moltiplicano le cautele, si trasferisce in Europa un’inflazione importata che non dipende dai salari né dalla domanda interna, ma dalla paura. E contro la paura, le banche centrali possono poco.
Per questo il ritorno alla normalità in tutta la penisola arabica è decisivo. Non basta sperare che il fronte iraniano non degeneri ulteriormente. Serve che l’intero spazio che va da Arabia Saudita a Emirati, da Qatar a Oman, da Kuwait a Bahrein, fino allo Yemen e ai corridoi marittimi collegati, ritrovi una condizione ordinaria di stabilità, prevedibilità e sicurezza. Per l’Europa quei Paesi non sono solo fornitori di energia. Sono nodi di logistica globale, mercati per l’export, investitori in infrastrutture, finanza, tecnologie, turismo, porti, transizione energetica. Una penisola arabica stabile significa navi che passano, contratti che si rispettano, capitali che si muovono, prezzi che non impazziscono, imprese che possono programmare. Il contrario significa un Mediterraneo più esposto, un’Europa più debole, un’Italia più vulnerabile.
La lezione, allora, è netta. La pace in quella regione non è un lusso morale e non è nemmeno soltanto una questione umanitaria, pur decisiva. È una necessità economica concreta. L’Europa e l'Italia, come hanno ricordato il Presidente Sergio Mattarella e la Premier Giorgia Meloni, hanno il dovere di lavorare per la de-escalation con tutti gli strumenti diplomatici, commerciali e politici di cui dispone, evitando sia l’impotenza sia la retorica. E nello stesso tempo occorre accelerare tutto ciò che riduce la dipendenza dagli shock esterni: interconnessioni energetiche, rinnovabili, stoccaggi, rigassificazione, efficienza, acquisti comuni, difesa delle rotte strategiche. Non perché il Golfo smetterà di contare, ma proprio perché continuerà a contare ancora a lungo.
L’Italia in particolare deve muoversi su due tempi. Nel breve, sostenere ogni iniziativa internazionale che riporti sicurezza e pace in tutto il Medio Oriente. Poi, senza perdere un minuto, nel medio periodo occorre trasformare la vulnerabilità energetica in un progetto nazionale di autonomia relativa, fatto di reti, tecnologie, semplificazioni e investimenti. La vera ingenuità sarebbe pensare che questa crisi passerà senza lasciare tracce profonde. Non accadrà. Ogni settimana di instabilità in quella regione avvicina l’Europa a una crescita più magra e l’Italia a un conto più salato.
E va fatto subito proprio alla luce di un comportamento statunitense che, come già ampiamente dimostrato nei dossier Ucraina e Venezuela, punta solo a tutelare i propri interessi cercando di migliorare i propri conti e di colpire al contempo il nemico più pericoloso, cioé la Cina. E poco importa a Washington se questa strategia incendiaria, attivata in un solo anno, a pagare il prezzo peggiore saranno antichi alleati come l'Europa e le monarchie emiratine.
Ecco perché la normalità dei Paesi della penisola arabica riguarda direttamente il nostro futuro. Non è una faccenda remota, non è un dossier per specialisti, non è un capitolo separato dalla vita quotidiana degli europei. È il prezzo della benzina, della bolletta, del pane, del credito, del lavoro. In una parola, è stabilità. E oggi, per l’Europa e per l’Italia, la stabilità comincia anche da lì.
(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati
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