Il governo Meloni torna a puntare con decisione sulle trivellazioni per gas e petrolio in Italia. E questa volta la scelta entra direttamente in un provvedimento approvato dal Consiglio dei ministri.
Il decreto-legge varato il 10 settembre, nato per rispondere alla nuova crisi dei mercati energetici internazionali, non contiene infatti soltanto la proroga del taglio delle accise sul gasolio. Una parte del provvedimento è dedicata alle infrastrutture e alle attività energetiche considerate strategiche e punta ad accelerare le procedure necessarie per aumentare la produzione nazionale di idrocarburi.
La linea è stata esplicitata direttamente dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni: secondo il governo, continuare ad acquistare all'estero petrolio e gas che potrebbero essere prodotti sul territorio nazionale non è più sostenibile, soprattutto in una fase di forte instabilità internazionale.
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La novità più significativa riguarda i tempi delle autorizzazioni.
Il decreto consente allo Stato di ricorrere a commissari per superare situazioni di stallo e aiutare le Regioni ad accelerare il rilascio dei titoli necessari alle attività di ricerca, esplorazione ed estrazione degli idrocarburi.
L'obiettivo dichiarato è evitare che progetti considerati strategici per la sicurezza energetica rimangano bloccati per anni a causa di procedimenti amministrativi non conclusi.
Il ministro dell'Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha spiegato che il governo vuole intervenire proprio sui procedimenti fermi, sostenendo che non sia più possibile lasciare senza decisione per anni pratiche considerate rilevanti per l'approvvigionamento energetico nazionale.
Non si tratta dunque di un via libera indiscriminato a qualunque nuova perforazione: restano le procedure autorizzative e ambientali previste dalla normativa. La novità politica e normativa consiste soprattutto nella volontà di ridurre drasticamente i tempi per arrivare a una decisione.
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La premier ha collegato direttamente il rilancio della produzione nazionale alla dipendenza energetica italiana.
L'obiettivo, secondo Palazzo Chigi, è aumentare la quantità di petrolio e gas estratta nel Paese per ridurre le importazioni, contenere i costi per famiglie e imprese e rafforzare la sicurezza energetica.
È un'impostazione che Meloni aveva anticipato anche pochi giorni prima, parlando della necessità di utilizzare maggiormente le risorse energetiche presenti in Italia e nei suoi mari.
Il decreto trasforma ora quell'indicazione politica in una misura operativa.
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I numeri spiegano però anche i limiti dell'operazione.
L'Italia produce attualmente circa 29 milioni di barili di petrolio all'anno e intorno ai 3 miliardi di metri cubi di gas naturale. Quantità che coprono soltanto una parte limitata del fabbisogno nazionale.
La produzione petrolifera è concentrata soprattutto in Basilicata, mentre per il gas e gli altri idrocarburi esistono concessioni e attività sia sulla terraferma sia offshore.
Il Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza energetica mantiene un elenco aggiornato dei titoli minerari vigenti e delle richieste per nuove concessioni di ricerca e coltivazione. Gli ultimi dati disponibili sono aggiornati al 31 agosto 2026.
Il governo vuole quindi agire sia sulle risorse già individuate sia sulle procedure necessarie per consentire nuove attività di esplorazione e produzione.
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Tra le aree più importanti c'è proprio la Basilicata, cuore della produzione petrolifera italiana, con i giacimenti della Val d'Agri.
Sul fronte offshore, invece, un esempio della strategia di aumento della produzione nazionale è rappresentato dal progetto Argo-Cassiopea nel Canale di Sicilia, destinato alla produzione di gas.
La nuova impostazione del governo punta ad agevolare lo sviluppo di progetti di questo tipo e, soprattutto, a impedire che le autorizzazioni rimangano sospese per periodi considerati incompatibili con l'attuale emergenza energetica.
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Il ritorno delle trivelle avviene in un contesto completamente diverso rispetto al dibattito che ha accompagnato questo tema negli anni passati.
A spingere il governo è soprattutto la nuova crisi energetica provocata dalle tensioni internazionali e dalle difficoltà nelle forniture attraverso lo Stretto di Hormuz, una delle rotte più importanti al mondo per petrolio e gas naturale liquefatto.
Prima dell'attuale crisi, attraverso Hormuz transitava circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e GNL. Le interruzioni e le tensioni sulla rotta hanno contribuito a far salire i prezzi internazionali dell'energia.
Per un Paese fortemente dipendente dalle importazioni come l'Italia, il problema diventa particolarmente rilevante.
Secondo le stime citate da Reuters, la fattura energetica italiana potrebbe arrivare nel 2026 a quasi 60 miliardi di euro, con un aumento compreso tra 8 e 9 miliardi rispetto al 2025.
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Il gas continua inoltre ad avere un peso enorme nel sistema energetico nazionale.
Quasi la metà dell'elettricità italiana viene prodotta utilizzando gas naturale, una quota particolarmente elevata nel confronto europeo.
Negli ultimi anni l'Italia ha diversificato le proprie fonti di approvvigionamento, riducendo drasticamente il peso della Russia e aumentando gli arrivi da altri Paesi e attraverso il gas naturale liquefatto.
Ma diversificare i fornitori non significa eliminare la dipendenza dall'estero.
È su questo punto che il governo costruisce la propria giustificazione politica: se una quota maggiore del fabbisogno può essere prodotta internamente, l'Italia sarebbe meno vulnerabile alle crisi geopolitiche e alle oscillazioni dei mercati internazionali.
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Meloni respinge però l'idea che il rilancio degli idrocarburi rappresenti l'abbandono della transizione energetica.
La presidente del Consiglio rivendica l'aumento della capacità rinnovabile installata durante il suo governo e contemporaneamente indica il ritorno al nucleare come un'altra componente della strategia energetica di lungo periodo.
La linea dell'esecutivo diventa quindi quella di un sistema composto da più fonti: rinnovabili, prospettiva nucleare e, almeno durante la transizione, maggiore sfruttamento delle risorse fossili nazionali.
È proprio quest'ultimo elemento a riaprire uno dei confronti ambientali più duri degli ultimi anni.
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La decisione è destinata inevitabilmente a riaccendere lo scontro sulle trivellazioni.
Da una parte il governo sostiene che produrre internamente una quota maggiore degli idrocarburi già consumati dall'Italia sia preferibile rispetto a importarli, perché riduce la dipendenza geopolitica e può generare royalties, occupazione e ricadute economiche sui territori.
Dall'altra, il rilancio di petrolio e gas pone una questione di coerenza con il percorso di decarbonizzazione: investire su nuove attività estrattive rischia, secondo i critici, di prolungare la dipendenza dai combustibili fossili proprio mentre l'Europa punta a ridurne progressivamente il consumo.
C'è poi il tema ambientale, particolarmente sensibile quando le attività interessano il mare e le coste.
Meloni ha già anticipato che il governo non intende arretrare di fronte alle opposizioni. Nel messaggio successivo al Consiglio dei ministri ha attaccato quelli che ha definito i «professionisti del no», assicurando che l'esecutivo porterà avanti la strategia.
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Il provvedimento va però letto con precisione.
Il decreto non significa che da domani partiranno trivellazioni in ogni area potenzialmente interessata. Ricerca, esplorazione ed estrazione restano attività sottoposte a titoli minerari, autorizzazioni e verifiche previste dalla legislazione.
Ciò che cambia è la volontà dello Stato di considerare queste procedure strategiche e di intervenire quando i tempi amministrativi diventano eccessivamente lunghi.
È quindi soprattutto un cambio di indirizzo politico: invece di considerare l'aumento della produzione nazionale di idrocarburi come un settore destinato progressivamente a ridimensionarsi, il governo lo inserisce nuovamente tra gli strumenti della sicurezza energetica nazionale.
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