Nonostante il conflitto in corso, il Paese è entrati nella top ten del World Happiness Report: un apparente contrasto che mette in discussione il significato stesso di felicità e richiama alla concezione di Aristotele, intesa come qualità della vita costruita nel tempo attraverso virtù, equilibrio e coerenza, più che come semplice percezione momentanea. Italia al 38esimo posto
C’è qualcosa di profondamente stridente – che suona come una beffa – nel leggere che Israele figura tra i Paesi più felici del mondo proprio mentre il Medio Oriente è attraversato da uno dei conflitti più gravi degli ultimi anni. Eppure è quanto emerge dall’ultimo World Happiness Report, basato sui dati del Gallup World Poll, che colloca lo Stato ebraico all’ottavo posto nella graduatoria globale del benessere. Una classifica dominata, ancora una volta, dai Paesi nordici: la Finlandia conquista il primo posto per il nono anno consecutivo, seguita da Islanda e Danimarca. Un modello consolidato, fondato su welfare avanzato, fiducia sociale e qualità della vita.
Ma è proprio l’ottavo posto di Israele a suscitare interrogativi sul senso di graduatorie del genere e sulla loro attendibilità. Come può un Paese immerso in una guerra, e non da oggi, con le mani sporche del sangue della popolazione di Gaza, del sangue di migliaia di bambini, donne e uomini palestinesi, e con la memoria indelebile della Shoah essere percepito dai propri cittadini come un luogo felice? Tra i più felici al mondo?
La risposta forse si può trovare nella banalità dei criteri utilizzati dai sondaggisti di Gallup, agenzia di rilevazioni statistiche tra le più prestigiose al mondo. Il rapporto misura la felicità attraverso la cosiddetta “scala di Cantril”, che si basa su interviste in cui si chiede a un determinato campione di valutare la propria vita da 0 a 10, aggiungendo poi allo screening delle percezioni soggettive fattori come il Pil pro capite, l’aspettativa di vita, la libertà percepita, la generosità e il livello di corruzione. Il risultato è un paradosso evidente: la felicità statistica può convivere con condizioni oggettivamente drammatiche. Nel caso israeliano, fattori come la coesione interna, la resilienza collettiva e la percezione di sicurezza possono contribuire, ci dicono le percentuali, a mantenere elevati livelli di soddisfazione soggettiva, anche in un contesto di conflitto prolungato.
Un ulteriore elemento riguarda l’Italia. Il nostro Paese resta fuori dalla top 10 e dalla top 25, e si colloca al 38° posto, segnalando una difficoltà strutturale nel tradurre condizioni di vita relativamente elevate in un diffuso senso di benessere. I dati del rapporto indicano inoltre un arretramento generalizzato della soddisfazione nei Paesi occidentali rispetto al passato, ma nel caso italiano emergono diverse fragilità: la progressiva erosione della fiducia sociale e istituzionale, che indebolisce i legami tra individui e la percezione del futuro; il cosiddetto “paradosso digitale”, legato a un uso intensivo dei social media spesso passivo e basato sul confronto costante; e una crescente vulnerabilità delle nuove generazioni, più esposte a precarietà economica e incertezza relazionale rispetto alle generazioni precedenti. Il confronto con altri Paesi europei, inclusi alcuni dell’Est come Repubblica Ceca e Slovenia, evidenzia come contesti in trasformazione stiano progressivamente recuperando terreno e superando l’Italia nella percezione complessiva della qualità della vita.
Sarà pure così, ma il riferimento ad Aristotele si impone perché la sua concezione di felicità (eudaimonia) resta ancora oggi una delle più solide chiavi interpretative per andare oltre le classifiche e gli indici statistici. Per il filosofo greco, la felicità non è una percezione momentanea né un dato misurabile, ma il risultato di una vita intera vissuta secondo virtù, in cui ragione, equilibrio e coerenza orientano le scelte dell’individuo. In questa prospettiva, la felicità non si fotografa: si costruisce, giorno dopo giorno, nella qualità delle azioni e nel senso complessivo dell’esistenza, richiedendo la pratica delle virtù etiche — come coraggio, giustizia e temperanza — che consistono nel trovare il giusto mezzo tra eccesso e difetto, e la pratica della saggezza (phronesis), che guida l’agire concreto nella vita quotidiana. In questo senso, la felicità non è separabile dalla qualità morale e razionale delle azioni: è il risultato di una vita coerente, in cui l’individuo realizza pienamente la propria natura.
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