Il Ponte sullo Stretto non è solo un’opera ingegneristica: è un atto culturale. Un’idea di futuro. Rinunciarvi un alibi

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Il Ponte sullo Stretto non è solo un’opera ingegneristica: è un atto culturale.  Un’idea di futuro. Rinunciarvi un alibi

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Link to Senza il Ponte, lo Stretto resta un diaframma che rallenta scambi, ostacola relazioni e perpetua la “cultura del traghetto”, simbolo di lentezza e precarietà. In un’epoca di interconnessioni, rifiutare di costruire ponti significa scegliere la solitudine — e, come ammoniva Tocqueville, “il più grande pericolo per la libertà è la rassegnazione”Senza il Ponte, lo Stretto resta un diaframma che rallenta scambi, ostacola relazioni e perpetua la “cultura del traghetto”, simbolo di lentezza e precarietà. In un’epoca di interconnessioni, rifiutare di costruire ponti significa scegliere la solitudine — e, come ammoniva Tocqueville, “il più grande pericolo per la libertà è la rassegnazione”

 

di Angelo Argento

Il Ponte sullo Stretto non è solo un’opera ingegneristica: è un atto culturale. Un’idea di futuro. In Sicilia, e nel Meridione in generale, troppe volte il dibattito pubblico si è consumato attorno al “se” e non al “come”. È la cultura dell’attesa, quella stessa che Giovanni Verga aveva immortalato nei suoi personaggi, fermi nella rassegnazione di chi non osa spezzare la catena del “così è sempre stato”. Il Ponte, al contrario, rappresenta la cultura della possibilità.

Non è un feticcio di cemento e acciaio, ma un atto politico e simbolico: affermare che l’Isola non è periferia ma centro di un Mediterraneo vivo, aperto, connesso. Filosoficamente, è un rifiuto della marginalità geografica come destino, e un’assunzione di responsabilità verso una visione di sviluppo che non sia solo locale ma continentale. Chi si oppone riduce il discorso alla sola ingegneria dei costi e dei rischi, dimenticando che le grandi opere sono prima di tutto costruzioni di senso.

Roma non ha costruito ponti solo per attraversare fiumi: li ha eretti per unire popoli, per dominare lo spazio, per dire “qui siamo noi”. E lo stesso vale per ogni civiltà che ha compreso come la connessione fisica sia premessa di quella culturale. Il Ponte è un dispositivo culturale: accorcia le distanze materiali, ma soprattutto abbatte quelle mentali. È l’antidoto alla “cultura del traghetto”, dove l’attraversamento resta un rito lento, precario, quasi un favore concesso.

Con il Ponte, lo Stretto cesserebbe di essere barriera e tornerebbe ad essere ciò che geograficamente è sempre stato: un passaggio. Certo, il Ponte non è la soluzione di tutti i mali. Ma rinunciarvi significa confermare una mentalità insulare chiusa, dove ogni ostacolo diventa alibi. La filosofia insegna che il progresso è figlio del superamento del limite: il Ponte, in questo senso, è un atto prometeico, che sfida la natura non per violarla ma per integrarla in un disegno umano di maggiore libertà e mobilità.

La cultura siciliana, che ha sempre saputo mescolare influssi greci, arabi, normanni e spagnoli, merita un’infrastruttura che la proietti oltre la sua stessa isola. Un popolo che non osa costruire ponti — fisici o metaforici — si condanna a vivere in solitudine. E la solitudine, in un mondo interconnesso, non è orgoglio: è condanna.

Aristotele ricordava che l’uomo è un animale politico proprio perché costruisce comunità, e le comunità esistono solo se sono connesse. La Sicilia, crocevia di popoli per millenni, oggi rischia di trasformarsi in isola chiusa, vittima di quella che Ortega y Gasset definiva “barriera psicologica”: il confine che ci poniamo da soli. Chi si oppone al Ponte vede solo numeri, rischi, bilanci. Ma dimentica che, come insegnava Seneca, “non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”. Il Ponte è direzione, visione, rifiuto di un destino marginale.

È la traduzione infrastrutturale di un’idea politica: la Sicilia non come periferia d’Europa, ma come cerniera naturale del Mediterraneo. La nostra letteratura conosce bene la differenza tra chi sfida il limite e chi lo subisce. I personaggi verghiani restano fermi sulla riva, prigionieri di un “così è sempre stato” che diventa condanna. Il Ponte, invece, è un gesto prometeico: colmare lo Stretto per unire destini.bCome scriveva Sciascia, “il futuro ha un cuore antico”: in questo caso, il cuore è la vocazione siciliana a essere ponte tra culture, non barriera.

Roma costruì ponti non solo per attraversare fiumi, ma per affermare un ordine e un’appartenenza. Ogni civiltà che ha lasciato segni duraturi ha compreso che la connessione fisica precede quella culturale ed economica. Senza il Ponte, lo Stretto resta un diaframma che rallenta scambi, ostacola relazioni e perpetua la “cultura del traghetto”, simbolo di lentezza e precarietà. In un’epoca di interconnessioni, rifiutare di costruire ponti significa scegliere la solitudine — e, come ammoniva Tocqueville, “il più grande pericolo per la libertà è la rassegnazione”.

(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati

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