Il reparto n. 6 del nostro secolo: narrazione e coercizione

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Giulia Catricala
Giulia Catricala
Il reparto n. 6 del nostro secolo: narrazione e coercizione

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C’è un momento preciso, leggendo Reparto n. 6 di Čechov, in cui smetti di chiederti chi sia il pazzo. Non perché l’opera ti confonda - non è Kafka né Borges - ma perché la distanza tra medico e paziente collassa in qualcosa che somiglia molto a una confessione in extremis.

La trama è semplice, quasi banale: un medico scopre che i suoi pazienti psichiatrici - maltrattati, picchiati e abbandonati - hanno più senso di lui, e non finisce bene, anche perché nulla può finire bene in un reparto psichiatrico dell’Ottocento russo.

Ma la verità è che anche oggi, due secoli dopo, qualcosa in quella stanza - con le sue sedie logore, i muri putridi e i mormorii dei degenti - ci stringe l’occhio e ci somiglia.

Perché non si esce mai del tutto dalla corsia n. 6: si cambia solo l’intonaco, si tolgono le sbarre, si aggiungono dei grafici a torta e un bel “progetto terapeutico individualizzato”. Ma la sostanza resta: la follia è ancora denigrata e umiliata negli ospedali dei nostri giorni, forse perché fa paura, o perché è caleidoscopica, e curarla implica osservare mille scie che spaventano e si moltiplicano. 

Čechov questo lo sapeva bene, e non perché era un medico, ma perché scriveva per capire.

Reparto n.6 non è un’invettiva contro la sanità del suo tempo, ma un interrogativo morale travestito da novella - o meglio - da cartella clinica. La follia del protagonista, prima sano edalla parte dei “medici”, poi internato e picchiato dai suoi stessi colleghi, prende il posto del vuoto relazionale, dell’abbandono disumano del reparto 6.

E oggi, dopo aver chiuso i manicomi, ci siamo veramente liberati di questa disumanità?

In verità è tornata dal suo passato polveroso per insediarsi direttamente nel TSO (trattamento sanitario obbligatorio) e soprattutto nel TSO abusivo.  Succede infatti che, uno strumento nato come extrema ratio, venga attivato senza rispettare la coesistenza delle tre condizioni imposte dalla legge: alterazioni psichiche gravi, rifiuto delle cure, impossibilità di ricorrere a misure extra-ospedaliere.

Alle associazioni di tutela dei diritti umani continuano ad arrivare, anche dopo il picco della pandemia, denunce su denunce di TSO abusivi. Persone che raccontano di essere state legate e sedate solo perché in forte stato di ansia. Persone che si erano recate in pronto soccorso proprio perché desideravano delle cure. Per non parlare dei tanti pazienti uccisi durante i trattamenti, come Francesco Mastrogiovanni, Andrea Soldi, Salvatore D’Aniello.

Fa discutere soprattutto che questo strumento di cura si basi sulla valutazione della volontà del paziente, la stessa volontà che è spesso considerata sospetta, oscura, inaffidabile.

Così, dalla prosa densa di Čechov e dalla cronaca disturbante dei nostri giorni, si staglia una domanda più che mai necessaria: che tipo di umanità resta al paziente psichiatrico se ogni sua affermazione è vista come un sintomo? Che tipo di libertà?

E mentre ci rifletto mi sembra di entrare nel più patologico dei labirinti, bianco e a forma di ospedale, il n.6 del nostro secolo.

(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati

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