Imperi al tramonto: dalla Ferrari alla Fiat, un declino anche mediatico di un gruppo che ha fatto la storia del Paese

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Guido Talarico
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Imperi al tramonto: dalla Ferrari alla Fiat, un declino anche mediatico di un gruppo che ha fatto la storia del Paese

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Link to Dalle dure parole di Charles Leclerc in Ungheria alla crisi della Fiat, passando per le difficoltà di Gedi, i guai giudiziari della Juventus e lo scontro con Margherita Agnelli. L'erede John Elkann, al di là delle difficoltà oggettive, sembra finanche incapace di replicare la lucidità comunicativa del nonno GianniDalle dure parole di Charles Leclerc in Ungheria alla crisi della Fiat, passando per le difficoltà di Gedi, i guai giudiziari della Juventus e lo scontro con Margherita Agnelli. L'erede John Elkann, al di là delle difficoltà oggettive, sembra finanche incapace di replicare la lucidità comunicativa del nonno Gianni

di Guido Talarico


Partiamo dalla fine. Dalla figuraccia, l'ennesima, collezionata dalla Ferrari questa volta in Ungheria. «È incredibilmente frustrante. Abbiamo perso tutta la nostra competitività. Mi dovete ascoltare! Avrei trovato un modo per far fronte a queste difficoltà. Ora la macchina è inguidabile. Semplicemente inguidabile. Sarà un miracolo se finiremo a podio». Sono parole che pesano come macigni quelle pronunciate da Charles Leclerc nel dopo gara del Gran Premio d’Ungheria. Il pilota della Ferrari, ormai allo stremo, ha rotto gli argini della diplomazia per dare voce a un malessere che da mesi pervade Maranello. Più che una crisi tecnica, si tratta di una crisi d’identità: la Scuderia più titolata della Formula 1 appare svuotata di ambizione, strategia e leadership. E questa è solo la punta dell’iceberg del declino di un sistema ben più vasto: l’universo industriale e mediatico un tempo dominato dalla dinastia Agnelli e oggi guidato da John Elkann.

Da Ferrari a Fiat, passando per Stellantis, Gedi e Juventus, i segnali di cedimento sono ovunque. La Ferrari, che sotto Sergio Marchionne aveva ritrovato competitività e prestigio, è tornata a un limbo da cui sembra incapace di uscire. Leclerc ed Hamilton combattono con una monoposto inefficace, frutto di scelte discutibili e cambi di direzione continui. Il management appare confuso, spesso autoreferenziale, incapace di tradurre le potenzialità in risultati.

Nel frattempo, anche il cuore industriale del gruppo arranca. Fiat – oggi formalmente inglobata in Stellantis – è diventata una realtà marginale nel colosso multinazionale nato dalla fusione con PSA. I modelli italiani non brillano, lo storico marchio si è smarrito nella galassia francese, e Torino ha perso centralità strategica. La recente vendita di Iveco va in questa scia.

Per non parlare di quello che non economicamente ma in termini di prestigio è forse il fronte più sconfortante, quello editoriale. Gedi, il gruppo che controlla testate storiche come la Repubblica e La Stampa, vive una crisi identitaria senza precedenti. Il ridimensionamento delle redazioni, la perdita di autorevolezza, l’incapacità di innovare nel digitale e un evidente scollamento con la base lettori, hanno svuotato di forza e influenza due giornali che un tempo dettavano l’agenda del Paese. La vendita di alcuni asset regionali, le uscite volontarie forzate e le polemiche sulla linea editoriale non fanno che confermare una gestione incerta e distante.

E poi c’è la Juventus, l’altro grande pilastro ed esso stesso simbolo del potere agnelliano, oggi oltre a non vincere più sembra ridotta a protagonista involontaria di inchieste giudiziarie che ne hanno minato l’immagine e il patrimonio. L’indagine Prisma, le dimissioni dell’intero CdA, le plusvalenze fittizie, le penalizzazioni in campionato e la mancata qualificazione alla Champions League hanno provocato un danno incalcolabile. John Elkann, pur tenendo formalmente le redini del Gruppo, ha scelto un profilo basso, quasi afono, affidandosi a manager di passaggio incapaci di imprimere una visione.

Ma le questioni giudiziarie non si fermano al calcio. Lo scontro con Margherita Agnelli, madre di John, ha scoperchiato una dolorosa faida familiare. La battaglia legale per l’eredità dell’Avvocato – fra trust, holding, conti svizzeri e presunte irregolarità – si trascina in tribunali internazionali, gettando ombre sul mito costruito in decenni. L’immagine del casato Agnelli, un tempo garanzia di sobrietà e solidità, oggi appare corrosa, frammentata, vulnerabile.

A tutto questo John Elkann ha risposto con silenzi e reticenze. Di fronte a crisi multiple – sportive, industriali, editoriali, giudiziarie – la sua leadership appare evanescente. Nulla a che vedere con quella di suo nonno, Gianni Agnelli, capace di affrontare con classe ed efficacia anche le tempeste più drammatiche: dalla tragica morte del figlio Edoardo, ai rapporti con Gheddafi (che entrò nel capitale Juve negli anni ‘70), fino ai cambi di stagione politica. L’Avvocato usava la stampa, la controllava senza farsene schermo, sapeva dare un volto credibile all’azienda in difficoltà. Elkann, al contrario, sembra fuggire il confronto, affidandosi a manager esterni e comunicazioni asettiche, inadatte a un’epoca di trasparenza e connessione continua.

Il risultato è un impero che si sta dissolvendo per afasia, lontananza, e incapacità di stare al passo coi tempi. Ferrari si trascina. Fiat è un marchio tra tanti. La stampa del gruppo stenta a fare opinione. La Juventus è sotto assedio. E la famiglia Agnelli, una volta perno d’Italia, si perde nei saloni ovattati e lontani della finanza globale. Se esiste una via d’uscita, essa passa per un cambio di passo radicale. Ma oggi, più che mai, l’universo Fiat sembra aver perso il suo motore.

(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati

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