Iran: Castellaneta, "il problema non e' la durata della attacco ma le cosenguenze"

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Guido Talarico
Guido Talarico

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Iran: Castellaneta, "il problema non e' la durata della attacco ma le cosenguenze"

Iran: Castellaneta, "il problema non e' la durata della attacco ma le cosenguenze"

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Link to In una intervista ad Associated Medias il diplomatico spiega cosa potrebbe accacdere: "[object Object][object Object]i"In una intervista ad Associated Medias il diplomatico spiega cosa potrebbe accacdere: "Oman apre il dialogo, Qatar lo struttura, Arabia Saudita lo rende politicamente accettabile nella regione, Emirati lo stabilizzano sul piano economico. Un cessate il fuoco nascerebbe solo da una combinazione di questi ruoli, e solo quando tutte le parti avranno concluso che continuare a combattere costa più che fermarsi"

di Guido Talarico

[caption id="attachment_58784" align="alignleft" width="270"] Gianni Castellaneta[/caption]

Gianni Castellaneta è una figura che ha attraversato, da protagonista, due stagioni decisive della proiezione internazionale italiana: la diplomazia nei teatri più sensibili e, successivamente, la guida di grandi snodi industriali e finanziari del Paese. Nel servizio estero ha ricoperto incarichi di primo piano come ambasciatore d’Italia in Iran (1992–1995), in Australia (1998–2001) e negli Stati Uniti (2005–2009), oltre a essere stato portavoce del Ministero degli Affari Esteri e capo del Servizio Stampa (1989–1992). Nella sua carriera ha anche svolto il ruolo di consigliere diplomatico del Presidente del Consiglio, assumendo l’incarico di rappresentante personale per i Vertici del G8.

Conclusa la fase nelle sedi diplomatiche, Castellaneta ha portato questa esperienza nella governance di alcune delle principali realtà strategiche italiane. È stato presidente del consiglio di amministrazione di SACE (2010–2016) e consigliere d’amministrazione di Finmeccanica, nominato dal governo italiano, azionista di maggioranza. Nel settore della finanza e della gestione del credito ha guidato Italfondiario (2013–2017) e, dal 2015, è stato presidente di doValue (già UniCredit Credit Management Bank), tra i leader in Italia nella gestione dei crediti deteriorati. Ha inoltre presieduto Milanosesto Spa (2014–2018). Dal giugno 2017 è segretario generale dell’Iniziativa Adriatico Ionica (IAI), incarico rinnovato nel 2020, e fa parte della Fondazione Italia USA.

Oggi Gianni Castellaneta è anche Presidente di ISN - International Strategic Network, una societa' di consulenza che si propone di connettere entità italiane ed estere, favorendo relazioni proficue e lo sviluppo di progetti di respiro internazionale.

È con questo profilo—un piede nelle crisi internazionali vissute sul campo e l’altro nelle leve economiche che determinano la tenuta dei sistemi-paese—che lo abbiamo intervistato, per capire con lui cosa succede “da qui in avanti” dopo l’attacco all'Iran di Stati Uniti e Israele e quale traiettoria può prendere la regione nelle prossime settimane.

Link to 1. Lei crede davvero alla “guerra breve” immaginata da Washington?1. Lei crede davvero alla “guerra breve” immaginata da Washington?

Dal punto di vista strettamente operativo, è plausibile che Washington abbia pianificato una campagna intensa e relativamente concentrata nel tempo: superiorità aerea, colpi alle infrastrutture strategiche, neutralizzazione delle catene di comando. In questo senso, la fase cinetica potrebbe anche essere rapida.

Ma il problema non è la durata dei bombardamenti. È la durata delle conseguenze.

La storia recente – dall’Afghanistan alla Libia, passando per l’Iraq – mostra che l’illusione della “decapitazione rapida” raramente coincide con la stabilizzazione del sistema politico colpito. Eliminare il vertice non equivale a trasformare la struttura. E nel caso iraniano parliamo di un apparato istituzionale e di sicurezza estremamente pervasivo, con una rete ideologica, militare ed economica che non si dissolve con un’operazione di forza.

usa iranSe il regime regge, la guerra non finisce: si trasforma in confronto asimmetrico, pressione regionale, attivazione di proxy, destabilizzazione a bassa intensità. Se il regime crolla, il rischio è ancora maggiore: vuoto di potere, competizione interna, possibile frammentazione territoriale.

In entrambi i casi, la “brevità” è un concetto comunicativo, utile a rassicurare l’opinione pubblica americana e israeliana, ma non una garanzia strategica.

E c’è un ultimo elemento: le reazioni esterne. Cina e Russia non si sono ancora pronunciate in modo netto. Se il conflitto dovesse allargarsi sul piano economico o militare indiretto, parlare di guerra breve diventerebbe semplicemente irrealistico.

Link to 2. La strategia di Teheran sembra: resistere, allargare e poi cercare una mediazione regionale. Quali Paesi del Golfo (Oman, Qatar, Arabia Saudita, Emirati) hanno oggi la credibilità e l’interesse per imporre un cessate il fuoco, e a quali condizioni?2. La strategia di Teheran sembra: resistere, allargare e poi cercare una mediazione regionale. Quali Paesi del Golfo (Oman, Qatar, Arabia Saudita, Emirati) hanno oggi la credibilità e l’interesse per imporre un cessate il fuoco, e a quali condizioni?

Se la strategia iraniana è “resistere, allargare, poi mediare”, la finestra diplomatica si aprirebbe solo quando:

- L’escalation regionale produce costi percepibili per tutti.
- Washington chiarisce che non punta formalmente al regime change.
- Israele ottiene garanzie credibili sulla sicurezza.

Oman resta il canale più credibile in senso stretto. Non ha un’agenda egemonica, non è percepito come ostile a Teheran e storicamente è il luogo dove le parti parlano quando non possono farlo altrove. Tuttavia non può imporre nulla: può solo costruire il tavolo. Funziona se entrambe le parti hanno già deciso di fermarsi. La condizione minima sarebbe un congelamento reciproco delle operazioni e l’avvio di un negoziato tecnico, probabilmente legato a sicurezza marittima e dossier nucleare.

Qatar ha un profilo diverso: meno neutrale ma più efficace. Ospita la principale base americana nella regione e allo stesso tempo condivide con l’Iran interessi energetici diretti. Può quindi trasmettere garanzie concrete, non solo politiche. È il Paese che può trasformare un contatto in un’intesa preliminare. Però Teheran accetterebbe la sua mediazione solo se Washington chiarisse che l’obiettivo non è esplicitamente il cambio di regime.

Arabia Saudita non è un mediatore neutrale, è un garante regionale. Dopo la normalizzazione degli ultimi anni ha interesse primario alla stabilità per proteggere economia e infrastrutture energetiche, ma resta il principale rivale strategico dell’Iran. Riad può sostenere un cessate il fuoco solo dentro uno scambio più ampio: riduzione dell’attività dei proxy iraniani nella regione in cambio della fine delle operazioni militari dirette.

Emirati Arabi Uniti hanno un ruolo più silenzioso ma molto concreto. Mantengono canali economici con l’Iran anche nelle fasi di tensione e hanno come priorità assoluta la sicurezza delle rotte commerciali. Non guidano la mediazione, ma la rendono praticabile: spesso sono il luogo dove accordi politici diventano meccanismi economici e logistici.

In sintesi: Oman apre il dialogo, Qatar lo struttura, Arabia Saudita lo rende politicamente accettabile nella regione, Emirati lo stabilizzano sul piano economico. Un cessate il fuoco nascerebbe solo da una combinazione di questi ruoli, e solo quando tutte le parti avranno concluso che continuare a combattere costa più che fermarsi.

3. Un Iran senza Guida suprema, cosa cambia “domani mattina” e cosa non cambia affatto? Lei si aspetta una successione lineare, o una fase di “coalizione” tra apparati (Pasdaran, élite politiche, economia delle fondazioni) che irrigidisce ancora di più la linea?

La morte della Guida Suprema ha decapitato la parte più esterna e visibile del regime, ma al momento il sistema appare ancora saldo. L’eliminazione del vertice ha un impatto mediatico enorme, però non incide automaticamente sulle fondamenta: la scomparsa di Khamenei, da tempo malato e indebolito, era comunque ritenuta nell’ordine delle cose e le linee di successione erano già state preparate.

Il sistema istituzionale iraniano è pervasivo e complesso e la nomina della nuova Guida — che non è un capo di governo ma un’autorità religiosa — non passa da elezioni pubbliche bensì dalla decisione del Consiglio degli Esperti. Il successore deve quindi emergere da una ristretta cerchia con credenziali religiose riconosciute, in una dinamica che, con le dovute proporzioni, ricorda l’elezione di un pontefice. Oggi il nome più probabile resta quello di Ali Larijani, figura esperta e capace di muoversi tra fasi più moderate e più rigide nella gestione interna e nei rapporti internazionali. In questo senso mi aspetto una successione formalmente ordinata, più che una fase caotica di poteri concorrenti.

Diverso sarebbe lo scenario se il regime dovesse collassare sotto la pressione militare: potrebbero emergere figure interne non necessariamente religiose con un peso maggiore delle forze armate e dei pasdaran – con esiti diversi a seconda che prevalga un orientamento più pragmatico o più radicale – oppure imporsi leadership esterne al sistema, dai monarchici ai gruppi più ideologici, con il rischio concreto di guerra civile e frammentazione del Paese.

In sintesi: nell’immediato non cambia la natura del regime; cambia solo il vertice. I veri cambiamenti arriverebbero soltanto in caso di implosione dell’intero sistema, non dalla sola scomparsa della Guida Suprema.

4. Trump spera in una resa tipo “Venezuela”, ma l’Iran non è il Venezuela. Qual è l’errore più comune, dal punto di vista occidentale, nel leggere la tenuta del sistema iraniano e la capacità dei Pasdaran di reggere anche senza un leader carismatico?

L’errore più frequente è pensare che il regime iraniano sia personalistico, cioè che ruoti davvero attorno a un uomo. In realtà è l’opposto: è un sistema costruito proprio per non dipendere da un leader.

khameneiIn Occidente si tende a interpretare la morte della Guida Suprema come la “decapitazione” di uno Stato autoritario classico, quindi come l’inizio automatico della sua dissoluzione. Ma in Iran la Guida è il vertice simbolico e religioso, mentre il potere reale è distribuito tra istituzioni, apparati e reti economiche che continuano a funzionare anche senza di lui.

I Pasdaran, in questo quadro, non sono semplicemente una forza armata fedele a una persona: sono una struttura statale, economica e ideologica insieme. La loro forza non deriva dal carisma del leader, ma dal fatto di essere parte integrante dell’equilibrio del sistema. Per questo possono reggere anche senza una figura dominante al vertice.

Il paragone con il Venezuela presuppone che esista un regime che cade se cade il capo. L’Iran invece assomiglia più a un organismo: puoi colpirne la testa visibile, ma il corpo continua a muoversi perché il potere è diffuso.

Ecco perché il rischio analitico occidentale è sovrastimare l’effetto immediato dell’eliminazione del leader e sottovalutare la capacità del sistema di ricomporsi attorno a nuove figure mantenendo la stessa linea.

Link to 5. Rischio nucleare: nei testi emerge il timore che la guerra spinga Teheran verso la soglia atomica. Quali segnali concreti dovremmo monitorare nelle prossime settimane per capire se l’Iran sta scegliendo deterrenza “totale” invece del negoziato?5. Rischio nucleare: nei testi emerge il timore che la guerra spinga Teheran verso la soglia atomica. Quali segnali concreti dovremmo monitorare nelle prossime settimane per capire se l’Iran sta scegliendo deterrenza “totale” invece del negoziato?

Il primo segnale è politico: capire se emergerà una leadership interna stabile oppure un potere più militarizzato. Se prevarrà un assetto dominato da forze armate e pasdaran, la risposta sarà verosimilmente più rigida e orientata alla deterrenza. Se invece dovesse affermarsi una componente più pragmatica, allora si aprirebbe la possibilità di un negoziato con l’Occidente che includa anche la rinuncia al nucleare.

Il secondo segnale è sociale: eventuali defezioni dei militari, pressione della popolazione o manifestazioni di massa indicherebbero una crisi del sistema e aumenterebbero la probabilità di aperture negoziali. In assenza di queste dinamiche, la linea resterà dura.

Infine c’è la dimensione internazionale: molto dipenderà anche dalla posizione dei principali alleati esterni dell’Iran. Se il contesto internazionale si irrigidisce, la scelta della deterrenza diventa più probabile; se invece si apre uno spazio diplomatico regionale o globale, cresce la possibilità di un compromesso.

Link to 6. Italia ed Europa: la Farnesina sta facendo crisi, rimpatri, contatti e coordinamento con G7/UE. Qual è, realisticamente, la “mossa utile” che Roma può fare adesso—da ponte con i Paesi arabi e con Teheran—per evitare un’escalation su basi nel Golfo e sulle rotte (Mar Rosso/Hormuz)?6. Italia ed Europa: la Farnesina sta facendo crisi, rimpatri, contatti e coordinamento con G7/UE. Qual è, realisticamente, la “mossa utile” che Roma può fare adesso—da ponte con i Paesi arabi e con Teheran—per evitare un’escalation su basi nel Golfo e sulle rotte (Mar Rosso/Hormuz)?

l’Italia ha un capitale specifico: rapporti storicamente amichevoli con l’Iran e, insieme, credibilità e canali aperti con molti attori arabi e mediterranei. Di qui la prudenza di Meloni e Tajani: oggi la mossa utile non è “schierarsi di più”, ma tenere in piedi un canale che altri non hanno.

Realisticamente Roma può fare una cosa: lavorare a una de-escalation regionale molto concreta, centrata su due obiettivi verificabili anche politicamente: evitare colpi su basi nel Golfo e mantenere aperte le rotte energetiche e commerciali.

Questo significa attivare una diplomazia a due binari:

1. Verso Teheran, usare il canale italiano per far passare un messaggio semplice: qualsiasi risposta che allarghi il conflitto sul Golfo e su Hormuz trasformerebbe la crisi in un processo lungo e incontrollabile, isolerebbe ulteriormente l’Iran e ridurrebbe lo spazio per qualunque esito negoziale. Se esiste una finestra per un “rientro” nel consesso internazionale, passa dal non incendiare i choke points.
2. Verso i Paesi del Golfo e gli attori regionali, costruire una cornice minima di sicurezza allargata: evitare che la crisi diventi una guerra per procura sulle infrastrutture e sulle rotte. Qui Roma può essere utile proprio perché non è percepita come protagonista aggressivo e perché ha interesse diretto alla stabilità energetica e commerciale.

In parallelo, l’Italia deve tenere l’azione dentro un coordinamento UE/G7, perché la credibilità del “ponte” cresce se è agganciata a una cornice europea: non un’iniziativa solitaria, ma un canale che serve a evitare il passo successivo dell’escalation.

In sintesi: la mossa utile è proteggere lo spazio diplomatico e usarlo per una de-escalation regionale su basi e rotte, perché è lì che un conflitto “locale” diventa rapidamente una crisi strategica per tutti.

(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati

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