Iran, la pace imperfetta di Washington che premia il regime di Teheran e rimanda il problema

di

Guido Talarico
Guido Talarico
Iran, la pace imperfetta di Washington che premia il regime di Teheran e rimanda il problema

Link to netanyahu trump

Link to L’accordo tra Stati Uniti e Iran non rappresenta una vittoria definitiva per nessuno dei due contendenti, ma di fatto rafforza il regime sciita. Come accadde in Vietnam negli anni Settanta, ma anche in Corea e in Afghanistan, Washington sembra avviata verso un compromesso destinato a congelare il conflitto più che a risolverlo. La lezione della storia è semplice: le guerre iniziate per cambiare un regime finiscono spesso con un accordo che rinvia il problema al futuroL’accordo tra Stati Uniti e Iran non rappresenta una vittoria definitiva per nessuno dei due contendenti, ma di fatto rafforza il regime sciita. Come accadde in Vietnam negli anni Settanta, ma anche in Corea e in Afghanistan, Washington sembra avviata verso un compromesso destinato a congelare il conflitto più che a risolverlo. La lezione della storia è semplice: le guerre iniziate per cambiare un regime finiscono spesso con un accordo che rinvia il problema al futuro

di Guido Talarico

Per mesi la narrazione dominante è stata quella dello scontro decisivo. Da una parte gli Stati Uniti e i loro alleati regionali, convinti di poter neutralizzare definitivamente la minaccia iraniana; dall’altra la Repubblica Islamica, determinata a resistere e a trasformare la propria sopravvivenza in una vittoria politica. Oggi, con l’avvio di un accordo che punta a interrompere le ostilità e a riaprire i canali diplomatici, appare sempre più evidente che nessuno dei due obiettivi massimalisti è stato raggiunto.

La storia insegna che le guerre raramente finiscono come erano state immaginate dai loro promotori. Anzi, spesso terminano proprio quando i protagonisti comprendono che il costo di continuare supera il beneficio di vincere. È questa la chiave interpretativa più interessante per leggere il negoziato tra Washington e Teheran: non come il risultato di una vittoria, ma come il riconoscimento di un limite.

Negli ultimi decenni gli Stati Uniti hanno più volte creduto che la superiorità tecnologica e militare potesse produrre risultati politici rapidi e irreversibili. In Iraq, in Afghanistan e prima ancora in Vietnam e Corea, la convinzione era sempre la stessa: colpire duramente il nemico per costringerlo ad accettare un nuovo ordine. Eppure, quando l’avversario considera la sopravvivenza una questione esistenziale, la capacità di assorbire sofferenza diventa spesso più importante della potenza di fuoco.

L’Iran ha subito danni enormi, economici e militari. Ma il regime non è crollato. Al contrario, ha dimostrato quella resilienza che caratterizza molte leadership sottoposte a pressione esterna. È il paradosso delle guerre di coercizione: distruggere infrastrutture e capacità militari non significa necessariamente piegare la volontà politica dell’avversario.

iranDa qui nasce la logica dell’accordo. Washington ha bisogno di ridurre i costi di un confronto che rischia di destabilizzare i mercati energetici globali e di alimentare tensioni interne. Teheran, dal canto suo, ha bisogno di alleggerire l’isolamento economico e di evitare una spirale di escalation che potrebbe compromettere la propria tenuta nel lungo periodo. Entrambi hanno interesse a fermarsi, ma nessuno può permettersi di apparire sconfitto.

Per questo il compromesso che emerge non assomiglia a una pace definitiva. Assomiglia piuttosto a una tregua strategica. Le questioni più controverse — il futuro del programma nucleare iraniano, il ruolo regionale della Repubblica Islamica, le garanzie di sicurezza richieste dagli alleati americani — non vengono realmente risolte. Vengono rinviate.

È un modello già visto. Nel 1973 gli Accordi di Parigi permisero agli Stati Uniti di uscire dal Vietnam senza affrontare il nodo fondamentale del conflitto. La guerra terminò formalmente, ma il problema politico rimase aperto fino al crollo di Saigon due anni dopo. Oggi il rischio è che l’intesa con l’Iran segua una traiettoria simile: sufficiente a interrompere la crisi immediata, insufficiente a costruire una stabilità duratura.

Questo non significa che l’accordo sia un fallimento. Al contrario. In un sistema internazionale sempre più frammentato, la capacità di congelare un conflitto può rappresentare un successo realistico. La diplomazia non consiste sempre nel risolvere i problemi; spesso consiste nell'impedire che peggiorino.

La vera lezione è un’altra. Le grandi potenze continuano a sopravvalutare la propria capacità di trasformare rapidamente la realtà attraverso la forza. Ogni guerra nasce accompagnata dalla convinzione che “questa volta sarà diverso”. E quasi ogni guerra finisce dimostrando il contrario.

L’intesa tra Stati Uniti e Iran potrebbe quindi essere ricordata non come la conclusione di uno scontro, ma come l’ennesima conferma di una regola antica: le guerre iniziano con ambizioni assolute e terminano con compromessi imperfetti. La pace che emerge non è quella che i leader promettono all’inizio del conflitto. È quella che rimane possibile quando tutti scoprono di non poter ottenere tutto ciò che volevano.

(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati

(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati

Breaking News

"Stiamo lavorando al nuovo sito web, ci scusiamo per qualche disagio eventuale per le prossime ore"