Israele: come nasce la narrazione errata che semplificando annulla la complessità e allontana la verità

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Guido Talarico
Guido Talarico
Israele: come nasce la narrazione errata che semplificando annulla la complessità e allontana la verità

Link to  Nel dibattito pubblico contemporaneo su Israele, una serie di immagini, parole chiave ed esempi ricorrenti ha finito per sostituire l’analisi con la semplificazione. Video virali, slogan ripetuti e frame emotivi costruiscono una narrazione potente ma parziale, che tende a cancellare contesto, pluralità e contraddizioni. Comprendere come funziona questa narrazione — e riconoscerne gli esempi più diffusi — è il primo passo per ricostruire complessità e capacità critica Nel dibattito pubblico contemporaneo su Israele, una serie di immagini, parole chiave ed esempi ricorrenti ha finito per sostituire l’analisi con la semplificazione. Video virali, slogan ripetuti e frame emotivi costruiscono una narrazione potente ma parziale, che tende a cancellare contesto, pluralità e contraddizioni. Comprendere come funziona questa narrazione — e riconoscerne gli esempi più diffusi — è il primo passo per ricostruire complessità e capacità critica

di Guido Talarico

La prima volta che andai in Israele era il 1989. Ero al seguito di Ciriaco De Mita, Presidente del Consiglio, e di Giulio Andreotti, Ministro degli Esteri. Non fu una visita di successo per gli italiani: il Jerusalem Post diplomaticamente scrisse che le parole del nostro Premier non erano comprensibili neppure alla stampa italiana. Riservatamente fonti diplomatiche fecero osservare che l’Italia aveva sempre tenuto una posizione più vicina all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Il che era vero e rispondeva ad una necessità americana di mantenere nostro tramite una relazione con Yasser Arafat leader dell’Olp. Da allora sono trascorsi 37 anni e noto che sulla questione mediorientale, non solo quella Palestinese, domina ancora la propaganda. C’è una parola, a mio avviso, che descrive meglio di altre il modo in cui Israele viene raccontato oggi nello spazio pubblico: semplificazione. Non una semplificazione occasionale, ma un processo strutturato che riduce una realtà storica, sociale e politica estremamente complessa a pochi frame narrativi ripetuti fino a diventare autoevidenti.

Uno degli esempi più diffusi di questa semplificazione è l’uso automatico del termine “apartheid”, spesso impiegato senza alcun riferimento giuridico o comparativo. Nei contenuti virali, Israele viene descritto come uno Stato rigidamente segregato, mentre scompaiono completamente dalla rappresentazione la presenza di cittadini arabi israeliani nelle università, negli ospedali, nei tribunali, nei partiti politici e negli stessi spazi pubblici. Il termine, carico di una storia precisa, viene così trasformato in uno slogan, svuotato del suo contesto originario e riutilizzato come etichetta morale. Ma chi è stato in Israele e conosce quella realtà sa che così non è. Il 21 % della popolazione israeliana è palestinese, convive pacificamente e con pari diritti al resto della cittadinanza.

Un secondo esempio ricorrente è la selezione visiva unilaterale. Sui social circolano incessantemente video di distruzione e sofferenza provenienti da Gaza — immagini reali e drammatiche — ma quasi mai accompagnate da informazioni su quando sono state girate, in quale contesto, o come si inseriscono in una dinamica più ampia. Al contrario, sono pressoché assenti immagini della vita quotidiana in Israele: città miste, spazi condivisi, scene ordinarie di convivenza. Il risultato è un racconto per sottrazione, in cui ciò che non viene mostrato finisce per non esistere. Terrore e brutalità sono le terribili facce di una disputa che riguarda le due facce dei contendenti, non una.

C’è poi la narrazione che riduce il conflitto a una favola morale lineare: da una parte il potente, dall’altra la vittima assoluta. In questo schema, ogni attore viene privato di responsabilità complesse. Hamas, ad esempio, scompare come soggetto politico-militare con una propria strategia e i propri legami internazionali, mentre Israele diventa un’entità monolitica, senza differenze interne, opposizioni, dibattiti pubblici o conflitti sociali. È una narrazione rassicurante perché elimina l’ambiguità, ma profondamente fuorviante. In Israele, e nella comunità ebraica internazionale, il dibattito e anche le lacerazioni, sono molto più profonde di quelle rappresentate.

Un ulteriore esempio è l’uso di mappe semplificate che circolano online, spesso prive di fonte, in cui il territorio viene rappresentato come un progressivo “furto” lineare di terra, senza alcun riferimento a guerre, armistizi, accordi, ritiri unilaterali o decisioni internazionali. Queste immagini funzionano perché sono immediate, ma sostituiscono decenni di storia con una grafica intuitiva e ingannevole. La fine degli accordi di Oslo e di Camp David, giusto per fare un esempio, sono sottaciuti.

Nel contesto italiano, questa narrazione si rafforza anche attraverso un lessico ideologico ereditato, in cui Israele viene automaticamente collocato nel campo dell’“Occidente coloniale”, mentre ogni forma di complessità viene letta come relativismo morale. In questo clima, affermare che la realtà è più articolata equivale spesso, nel dibattito online, a essere accusati di “giustificare”.

Ciò che accomuna tutti questi esempi non è la falsità totale, ma la parzialità sistematica. Ogni elemento, preso singolarmente, può avere un fondamento; è la loro combinazione selettiva e decontestualizzata a produrre una narrazione errata. Una narrazione che non invita a capire, ma a reagire.

Contrastare questo meccanismo non significa sostituire un racconto con un altro, né negare la sofferenza o le responsabilità. Significa cambiare metodo: passare dagli slogan alle fonti, dalle immagini isolate ai processi, dalle certezze istantanee alle domande informate. Mostrare, ad esempio, giovani ebrei e arabi che studiano, lavorano o vivono gli stessi spazi non per “dimostrare” qualcosa, ma per ricordare ciò che il racconto dominante tende a cancellare.

In un ecosistema mediatico che premia la polarizzazione, il vero atto controcorrente è restituire complessità. Non per convincere, ma per permettere di vedere. Non per prendere posizione, ma per uscire dalla gabbia di una narrazione errata che, proprio perché semplice, continua a imporsi come unica possibile. Sempre nel 1989, intervistai in Israele Shimon Peres. Era nella fase in cui stendeva ponti verso l’Olp. Mi spiegò che “parlare di pace è un tentativo che va sempre fatto. Sapendo però che le parole servono ma da sole non portano ad una conclusione. Per quella servono i fatti”. Il guaio è che nell’era dei social sembra che a formare le coscienze siano più utili le parole dei fatti.

(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati

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