Kandinsky e la pittura che smise di rappresentare il mondo

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Redazione

Palazzo Bonaparte di Roma racconta l'artista attraverso il percorso che lo portò a superare il visibile e a fare di colore e forma un linguaggio autonomo

Kandinsky e la pittura che smise di rappresentare il mondo
Da sx., Alessandra Taccone (Fondazione Terzo Pilastro) e Iole Siena (Arthemisia), crediti Marco Nardo

di Irene Bellini

L’astrazione di Wassily Kandinsky nasce da una ricerca lenta e radicale, alimentata dalla musica, dalla filosofia e dall’idea che dietro la realtà visibile esista una dimensione più profonda da raggiungere. Tra il Blaue Reiter, le Improvisations e le grandi Compositions, all’inizio del Novecento l’artista comincia progressivamente a liberare colore e forma dal compito di descrivere il mondo. La pittura poteva così diventare un linguaggio autonomo, capace di agire direttamente sulla sensibilità dello spettatore e di tradurre quella che Kandinsky definiva «necessità interiore».

Prodotta e organizzata da Arthemisia in collaborazione con il Centre Pompidou, la mostra dedicata al rivoluzionario artista è curata da Angela Lampe, conservatrice delle collezioni moderne del Musée national d’art moderne, con la consulenza scientifica ed editoriale di Francesca Villanti. L’esposizione romana, aperta al pubblico fino al 14 febbraio 2027, riunisce oltre settanta capolavori appartenenti al lascito di Nina Kandinsky, seconda moglie dell’artista, e si sviluppa in cinque sezioni che ne attraversano l’intera vita, dagli anni moscoviti e dalla formazione fino al ruolo centrale assunto nelle avanguardie europee. Un nucleo particolarmente importante arriva dal Centre Pompidou, che, in occasione della temporanea chiusura per restauri, ha concesso eccezionalmente in prestito numerose opere. Tra queste figurano L’Arco nero del 1912 Gelb-Rot-Blau (Giallo-Rosso-Blu) del 1925, due lavori emblematici di quella ricerca che avrebbe portato Kandinsky a immaginare una pittura capace di funzionare quasi come la musica e di agire direttamente sulla sensibilità dello spettatore.

Akzent in Rosa (Accent en rose), 1926 Donation Nina Kandinsky, 1976. Collection Centre Pompidou. Domaine public. Photo © Centre Pompidou, MNAM-CCI/Hélène Mauri/Dist. GrandPalaisRmn
Akzent in Rosa (Accent en rose), 1926 Donation Nina Kandinsky, 1976. Collection Centre Pompidou. Domaine public. Photo © Centre Pompidou, MNAM-CCI/Hélène Mauri/Dist. GrandPalaisRmn

«Con questa straordinaria mostra, Palazzo Bonaparte – dichiara Iole Siena, Presidente di Arthemisia – si conferma ancora una volta come luogo di eccellenza per le grandi mostre in Italia. Dal 2019 presentiamo qui i protagonisti della storia dell’arte,con risultati record. Non poteva mancare all’appello ilgenio rivoluzionario di Kandinsky, che ha segnato un prima e un dopo, inventando l’astrattismo. Ho buoni motivi per pensare che sarà una mostra indimenticabile». Main partner dell’esposizione è la Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, con Fondazione Cultura e Arte e Poema, che sostiene il progetto nel segno di una politica culturale orientata alla costruzione di partnership internazionali e alla promozione dell’arte come strumento di dialogo e inclusione.

Commenta la Prof.ssa Alessandra Taccone, Presidente della Fondazione Terzo Pilastro –Internazionale: «Siamo profondamente orgogliosi di sostenere come main partner questa straordinariaretrospettiva che riporta il genio di Kandinsky a Roma dopo ben venticinque anni di assenza. Questo progetto, realizzato in collaborazione con il Centre Pompidou, testimonia il ruolo strategico della nostra Fondazione nel tessere partnership d’eccellenza per dare vita a eventi unici e irripetibili. La mostra offre uno sguardo nuovo e corale sul maestro, superando i vecchi stereotipi e restituendo il giusto spazio a figure cruciali come Gabriele Münter Nina Kandinsky, le due donne della sua vita. Inoltre, il percorso espositivo acquista un fascino unico svelando la straordinaria intuizione dell’artista, capace di legare intimamente pittura e musica: sulla tela il colore si trasforma in suono e la linea diventa ritmo, parlando direttamente al cuore del pubblico. In un momento in cui l’istituzione francese si appresta a una lunga chiusura, Roma si afferma così come il punto di riferimento mondiale per riscoprire un’arte rivoluzionaria che supera ogni barriera e parla una lingua universale. Ed è proprio in questa universalità che il messaggio di Kandinsky incontra la mission della Fondazione, da sempre guidata dalla scelta di promuovere la cultura come formidabile strumento di dialogo interculturale, inclusione e unione tra le diversità».

Peinture inachevée 1944. Legs de Nina Kandinsky, 1981 Collection Centre Pompidou. Domaine public. Photo © Centre Pompidou, MNAM-CCI/Hélène Mauri/Dist. GrandPalaisRmn
Peinture inachevée 1944. Legs de Nina Kandinsky, 1981 Collection Centre Pompidou. Domaine public. Photo © Centre Pompidou, MNAM-CCI/Hélène Mauri/Dist. GrandPalaisRmn

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Il percorso ricostruisce anche le esperienze che precedono la svolta astratta. Da una parte l’incontro con i Covoni di Claude Monet, che mostra a Kandinsky come un dipinto possa emozionare senza riprodurre fedelmente la realtà; dall’altra l’ascolto del Lohengrin di Richard Wagner al Teatro Bol’šoj di Mosca, che gli suggerisce la possibilità di una pittura capace di agire come la musica, evocando emozioni e immagini interiori. Una ricerca che trova un momento decisivo a Murnau, dove dal 1908 Kandinsky lavora accanto a Gabriele Münter. Il paesaggio perde progressivamente i suoi contorni naturalistici, mentre il colore conquista autonomia. Pochi anni dopo, in Dello spirituale nell’arte, Kandinsky ne formula il principio teorico: «L’armonia dei colori deve basarsi unicamente sul principio della risonanza con l’anima umana. Questo fondamento sarà definito come il principio della necessità interiore». Proprio Gabriele Münter occupa uno spazio importante nell’esposizione, che presenta anche alcune sue opere. A lungo raccontata soprattutto attraverso il rapporto sentimentale con Kandinsky, Münter fu invece una protagonista autonoma della modernità europea e del Blaue Reiter, sviluppando un linguaggio personale fondato sulla semplificazione delle forme e sull’intensità del colore.

Accanto a lei emerge Nina Kandinsky, custode dell’eredità del marito: il suo lascito ha contribuito a fare del Centre Pompidou il depositario di uno dei nuclei più importanti della produzione dell’artista. Le ultime sezioni seguono Kandinsky attraverso la Russia rivoluzionaria, dove il confronto con Suprematismo e Costruttivismo accentua la geometrizzazione delle forme, e poi al Bauhaus, dove dal 1922 insegna come «maestro della forma». Sono gli anni in cui la sua ricerca diventa più rigorosa e teorica e che conducono, nel 1926, alla pubblicazione di Punto e linea sul piano. Con la chiusura del Bauhaus nel 1933, Kandinsky si trasferisce infine a Parigi con Nina. «Parigi, con la sua meravigliosa luce (forte e dolce), ha ampliato la mia tavolozza», scrive l’artista. La geometria degli anni tedeschi lascia allora spazio a forme biomorfe e tonalità più leggere, anche attraverso il confronto con Jean Arp e Joan Miró per fare della pittura qualcosa oltre ad essere visto, sia percepito come un suono.

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