Lavorare all’estero non è più l’unico sogno dei giovani italiani: aumentano i rientri

di

Carlo Longo

Meta description: Crescono i giovani italiani che tornano dopo un’esperienza di studio o lavoro all’estero: 129mila rientri tra il 2021 e il 2025. Sette su dieci sono soddisfatti della scelta, mentre l’83% degli expat tornerebbe con salari più alti

Lavorare all’estero non è più l’unico sogno dei giovani italiani: aumentano i rientri

Partire per Londra, Berlino, Parigi o Amsterdam non è più necessariamente un viaggio di sola andata. Per una parte crescente dei giovani italiani l’esperienza all’estero resta un passaggio importante per studiare, costruire una carriera e acquisire competenze, ma il ritorno in Italia sta diventando un’opzione concreta.

Tra il 2021 e il 2025 sono stati oltre 129mila gli italiani tra i 18 e i 39 anni rientrati nel Paese dopo un periodo trascorso all’estero per studio o lavoro.

È quanto emerge dal focus Il rientro dei giovani dall’estero: numeri e tendenze della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro. Il dato più significativo riguarda il rapporto tra partenze e ritorni: nell’ultimo quinquennio, ogni 100 trasferimenti all’estero si sono registrati 40 rientri. Nel periodo 2015-2021 erano 31, mentre tra il 2011 e il 2015 appena 26.

Non è ancora l'inversione della cosiddetta “fuga dei cervelli”, ma è un cambiamento che comincia a ridisegnare il rapporto tra le nuove generazioni italiane e il lavoro all'estero.

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C'è poi un secondo dato che rende il fenomeno particolarmente interessante: chi torna, nella maggior parte dei casi, non si pente della scelta.

Più di sette giovani rimpatriati su dieci giudicano positivamente la propria situazione personale dopo il rientro. E il 53,5% considera la propria condizione professionale uguale o migliore rispetto a quella che aveva all'estero.

Non tutti rientrano, inoltre, con un contratto già firmato. Circa il 37% riparte da zero, cercando un nuovo impiego una volta tornato in Italia e provando a valorizzare ciò che ha acquisito fuori dal Paese: competenze linguistiche, esperienza internazionale, capacità di adattamento e professionalità.

Il ritorno, dunque, non sembra essere semplicemente la conseguenza di un fallimento dell'esperienza all'estero. Per molti rappresenta una nuova scelta di vita.

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Ed è probabilmente questo il cambiamento più interessante.

Per anni l'estero è stato raccontato soprattutto come il luogo nel quale un giovane italiano poteva trovare quello che in patria mancava: salari più elevati, percorsi di carriera più veloci e maggiore riconoscimento delle competenze.

Queste differenze non sono scomparse.

Ma nella scelta di rientrare acquistano peso fattori che vanno oltre la busta paga: qualità della vita, famiglia, relazioni personali, possibilità di avere figli e presenza di una rete affettiva e sociale.

Dopo alcuni anni trascorsi fuori, insomma, una parte dei giovani comincia a valutare il successo professionale insieme alla possibilità di costruire una vita adulta sostenibile.

Ed è proprio qui che l'Italia sembra recuperare una parte della propria capacità di attrazione.

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La geografia dei rientri offre un'altra indicazione significativa.

La Lombardia è la regione che accoglie il maggior numero di giovani di ritorno dall'estero, con il 19,8% del totale.

Seguono Sicilia e Lazio, entrambe attorno al 9%.

Ma il dato forse più sorprendente riguarda complessivamente il Mezzogiorno: il 31,7% dei giovani che rientrano sceglie una regione del Sud Italia.

Una quota che mostra quanto il ritorno sia influenzato anche dalle origini familiari e dalla ricerca di una rete sociale sulla quale poter contare.

L'età media di chi rientra è di 29,6 anni, una fase della vita nella quale alle ambizioni professionali cominciano spesso ad affiancarsi decisioni sulla famiglia, sulla casa e sulla stabilità.

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Anche i Paesi di provenienza raccontano qualcosa.

Circa 42 rientri ogni 100 arrivano complessivamente da Germania e Regno Unito, due delle destinazioni che per anni hanno rappresentato alcuni dei principali poli di attrazione per i giovani italiani.

Londra, in particolare, è stata per decenni uno dei simboli dell'emigrazione professionale italiana: una città nella quale partire quasi senza esperienza e costruire progressivamente una carriera internazionale.

Brexit, costo della vita e prezzi delle abitazioni hanno però modificato profondamente quel modello.

E il fenomeno dei rientri suggerisce che l'equazione “estero uguale opportunità, Italia uguale immobilismo” sia oggi meno automatica di quanto fosse percepita in passato.

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Sarebbe però sbagliato leggere questi numeri come la fine dell'emigrazione giovanile italiana.

Le partenze restano consistenti.

Secondo i dati presentati recentemente al Forum TEHA di Cernobbio, nel 2024 oltre 141mila italiani hanno trasferito la propria residenza all'estero e circa 45mila, pari al 32%, possedevano almeno una laurea.

Anche un'indagine LinkedIn pubblicata all'inizio del 2026 mostrava quanto l'estero continui ad attrarre le nuove generazioni: l'81% degli appartenenti alla Gen Z intervistati aveva preso in considerazione un trasferimento fuori dall'Italia alla ricerca di migliori opportunità professionali.

Il quadro è quindi più complesso di una semplice inversione di tendenza.

I giovani continuano a partire, ma sempre più spesso contemplano anche il ritorno.

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A confermarlo è un'altra ricerca pubblicata soltanto pochi giorni fa.

Il rapporto del CNEL “Giovani Expat. Come farli tornare”, realizzato da REF Ricerche con Questlab, ha raccolto oltre 2.500 risposte di giovani italiani residenti all'estero.

Il campione è altamente qualificato: il 93% possiede almeno una laurea e il 58% ha lasciato l'Italia subito dopo gli studi, senza avere mai lavorato nel nostro Paese.

Eppure la disponibilità a rientrare è altissima.

L'83% prenderebbe in considerazione il ritorno se in Italia trovasse retribuzioni più elevate. Il 79% indica invece come condizione importante un maggiore riconoscimento del merito.

I motivi che hanno favorito la partenza sono altrettanto espliciti: l'80% indica i salari bassi, il 49% la burocrazia e il 48% clientelismo e raccomandazioni.

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Il punto, dunque, non è che improvvisamente l'Italia sia diventata professionalmente più competitiva di Germania, Regno Unito o altri Paesi europei.

Il problema strutturale rimane.

A fine aprile anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella aveva richiamato l'attenzione sul numero di giovani qualificati che lasciano il Paese per lavorare all'estero, sottolineando la necessità di invertire la tendenza.

Salari, possibilità di carriera, accesso al lavoro qualificato e riconoscimento delle competenze restano quindi i nodi sui quali si misura la capacità dell'Italia di trattenere e recuperare capitale umano.

Ma i nuovi dati introducono un elemento diverso rispetto alla narrazione degli ultimi anni: una parte consistente di chi parte non vuole necessariamente restare fuori per sempre.

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È forse questo il cambiamento culturale più interessante.

L'estero continua a rappresentare un'opportunità. Studiare o lavorare fuori significa imparare una lingua, entrare in contatto con mercati più internazionali, acquisire competenze e costruire reti professionali.

Ma partire non significa più necessariamente chiudere definitivamente con l'Italia.

I 129mila rientri registrati tra il 2021 e il 2025 mostrano l'emergere di una generazione più mobile: parte, accumula esperienza e, quando trova le condizioni adatte, valuta di riportare in Italia ciò che ha imparato fuori.

La vera sfida per il Paese diventa allora trasformare questa disponibilità in un fenomeno strutturale.

Perché i dati raccontano qualcosa che per anni è sembrato tutt'altro che scontato: molti giovani italiani non hanno smesso di guardare all'estero, ma non considerano più necessariamente l'estero come il luogo nel quale costruire tutta la propria vita.

E soprattutto, molti di quelli che sono già partiti sarebbero pronti a tornare. A una condizione: trovare in Italia un mercato del lavoro capace di pagare adeguatamente le competenze e riconoscere il merito.

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