La beffa dei pescatori italiani: raccolgono la plastica in mare, ma a terra rischiano sanzioni. La legge Salvamare resta incompleta

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Corinna Pindaro

I pescatori italiani recuperano tonnellate di plastica dal mare, ma nei porti mancano sistemi adeguati per smaltirla. La legge Salvamare è ancora incompleta

La beffa dei pescatori italiani: raccolgono la plastica in mare, ma a terra rischiano sanzioni. La legge Salvamare resta incompleta

Raccolgono plastica, pneumatici, bottiglie e altri rifiuti finiti in mare, contribuendo a ripulire le acque italiane. Ma quando rientrano in porto, i pescatori si trovano davanti a un paradosso: non sempre esistono strutture adeguate per conferire quanto recuperato e, se i rifiuti vengono depositati fuori dalle procedure consentite, possono scattare sanzioni.

È la contraddizione che continua a caratterizzare l'applicazione della legge Salvamare, approvata nel 2022 proprio per incentivare il recupero dei rifiuti marini e impedire che la plastica accidentalmente catturata dalle reti venga ributtata in acqua.

A oltre quattro anni dall'approvazione della norma, il problema non riguarda tanto il principio stabilito dal Parlamento, quanto la sua attuazione concreta. I pescatori dovrebbero poter consegnare gratuitamente i rifiuti recuperati, ma l'assenza di un sistema pienamente operativo in tutti i porti rende ancora difficile trasformare questo obbligo in una pratica quotidiana.

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La legge 60 del 17 maggio 2022, conosciuta come Salvamare, nasce con un obiettivo preciso: favorire il recupero dei rifiuti accidentalmente pescati e di quelli raccolti volontariamente durante le attività di pulizia delle acque.

La normativa stabilisce che i materiali recuperati possano essere consegnati agli impianti portuali di raccolta e introduce un sistema destinato a facilitarne la gestione.

Il problema è che l'approvazione della legge non è stata accompagnata da tutti gli strumenti necessari per renderla pienamente efficace.

Nel giugno 2025, Fondazione Marevivo e Federazione del Mare avevano denunciato la mancata emanazione di alcuni decreti attuativi fondamentali, tra cui quello relativo alle modalità di gestione dei rifiuti accidentalmente pescati.

Una situazione che ha lasciato molti operatori in difficoltà, soprattutto nei porti dove non sono stati organizzati servizi specifici di raccolta.

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La questione richiede una distinzione importante. La legge non vieta ai pescatori di portare a terra la plastica recuperata in mare. Al contrario, ne prevede il conferimento agli impianti portuali.

Il rischio di sanzioni riguarda invece l'eventuale deposito dei rifiuti in luoghi non autorizzati o senza rispettare le procedure previste.

È qui che emerge il paradosso: quando un porto non dispone di un sistema di raccolta accessibile e funzionante, chi ha recuperato i materiali può trovarsi nell'impossibilità pratica di consegnarli correttamente.

Non si tratta quindi di una multa automatica per chi ripulisce il mare, ma delle possibili conseguenze di una gestione irregolare dei rifiuti, anche quando questi sono stati raccolti con finalità ambientali.

La differenza è sostanziale, perché il problema non nasce dall'attività di recupero, bensì dalle carenze organizzative che possono ostacolare il successivo smaltimento.

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Le dimensioni del fenomeno emergono dai dati diffusi nel 2025 da Fondazione Marevivo e Federazione del Mare.

Secondo le stime delle organizzazioni, nei tre anni precedenti i pescherecci a strascico italiani avevano intercettato oltre 6.000 tonnellate di rifiuti, costituiti principalmente da plastica, ma anche da ferro, metalli, vetro e pneumatici.

In Italia operano circa 12.000 pescherecci, dei quali approssimativamente 2.000 utilizzano la pesca a strascico.

Proprio queste imbarcazioni, trascinando le reti sui fondali, possono recuperare grandi quantità di materiali abbandonati in mare.

Le associazioni hanno stimato che ciascun peschereccio a strascico possa intercettare mediamente circa una tonnellata di rifiuti all'anno.

Materiali che, se correttamente raccolti e trattati, potrebbero essere sottratti all'ambiente marino e, quando possibile, avviati al riciclo.

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Un ulteriore elemento della vicenda riguarda il finanziamento della raccolta.

La legge Salvamare prevede che i costi di gestione dei rifiuti accidentalmente pescati o volontariamente recuperati siano coperti attraverso il sistema della tassa sui rifiuti.

Il meccanismo è stato introdotto per evitare che il costo dello smaltimento ricada direttamente sui pescatori, scoraggiandoli dal riportare a terra i materiali.

Secondo la denuncia delle associazioni del settore, tuttavia, dal gennaio 2024 i cittadini contribuiscono attraverso la Tari al finanziamento di un servizio che non risulta ancora pienamente operativo sul territorio nazionale.

Si crea così una doppia contraddizione: da una parte i pescatori incontrano difficoltà nel conferire i rifiuti, dall'altra i contribuenti sostengono costi destinati a un sistema che presenta ancora lacune applicative.

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Il contributo della pesca professionale può essere importante nella lotta all'inquinamento marino.

Le reti intercettano materiali che spesso si trovano sui fondali, in aree difficilmente raggiungibili attraverso le tradizionali operazioni di pulizia delle coste.

La plastica dispersa in mare rappresenta un pericolo per gli ecosistemi, perché può danneggiare gli organismi marini, intrappolare gli animali e frammentarsi progressivamente in microplastiche.

Il recupero dei rifiuti durante le normali battute di pesca costituisce quindi un'opportunità per ridurre la quantità di materiali presenti nell'ambiente.

In alcune località italiane sono già state avviate iniziative specifiche che consentono ai pescatori di consegnare i rifiuti raccolti, grazie alla collaborazione tra autorità portuali, amministrazioni locali, associazioni ambientaliste e imprese del riciclo.

Sono però esperienze che non risolvono da sole il problema dell'applicazione uniforme della normativa.

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La questione torna così al centro del dibattito sulla tutela del Mediterraneo e sulle responsabilità delle istituzioni.

Le associazioni chiedono di completare il quadro attuativo della legge, assicurare la presenza di impianti adeguati e definire procedure semplici e uniformi per il conferimento dei materiali.

L'obiettivo è evitare che il recupero della plastica diventi un problema economico o burocratico per chi lavora in mare.

La legge Salvamare aveva introdotto un principio importante: trasformare i pescatori in alleati della tutela ambientale, riconoscendo il valore del loro contributo alla pulizia delle acque.

Ma senza un'organizzazione efficiente a terra, quel principio rischia di restare incompiuto.

Ed è proprio questa la beffa denunciata dal settore: chi contribuisce a liberare il mare dai rifiuti dovrebbe trovare nei porti un sistema capace di accoglierli, non ulteriori ostacoli alla loro gestione.

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