Addio a Tinto Brass maestro del cinema erotico.Con lui se ne va uno dei registi italiani più discussi del secondo Novecento, un autore che ha trasformato eros, desiderio e trasgressione in materia prima del proprio linguaggio cinematografico, sfidando per decenni censura, moralismi e convenzioni. Nato a Milano il 26 marzo 1933, Giovanni “Tinto” Brass cresce in un ambiente colto e cosmopolita. Dopo la laurea in giurisprudenza, la sua vera formazione avviene sul set e nelle cineteche: si trasferisce a Parigi, lavora come aiuto regista, frequenta Henri Langlois e respira l’aria della Nouvelle Vague. I suoi esordi negli anni ’60 – “Chi lavora è perduto”, “L’Urlo”, “La vacanza” – mostrano un autore vicino al cinema d’avanguardia, attento alla libertà formale, alla politica, al montaggio come strumento di sperimentazione. La svolta arriva negli anni ’70, quando l’interesse per l’erotismo diventa sempre più centrale. Nel 1976 firma “Salon Kitty”, cupo affresco ambientato in un bordello nazista, che lega da subito il suo nome a un’idea di sesso intrecciata con il potere e la violenza della storia. Tre anni dopo esplode il caso “Caligola” (1979), kolossal angloamericano voluto dall’editore di “Penthouse” Bob Guccione: il film, rimontato e manipolato dal produttore, viene accusato di pornografia, mutilato dalla censura, bandito o tagliato in numerosi Paesi. È il momento in cui Brass, suo malgrado, diventa sinonimo di scandalo. Negli anni ’80 e ’90 il regista consolida la propria fama di “maestro dell’erotismo all’italiana”. Da “La chiave” (1983) a “Miranda” (1985), da “Capriccio” (1987) a “Paprika” (1991), fino a “Cosi fan tutte” (1992), “L’uomo che guarda” (1994) e “Monella” (1998), Brass codifica uno stile inconfondibile: centralità assoluta del corpo femminile, predilezione per le forme morbide e mediterranee, dettagli insistiti su glutei e lingerie, uso di specchi e inquadrature oblique, un montaggio frammentato e giocoso, l’irruzione del dialetto e di un umorismo popolare che richiama la commedia sexy ma con un’impronta autoriale. Un cinema spesso liquidato come semplice erotismo commerciale, ma che nel tempo ha attirato letture contrastanti. Da un lato le accuse di sessismo, voyeurismo e ripetitività; dall’altro le interpretazioni che vedono nelle sue figure femminili delle protagoniste forti, consapevoli, capaci di guidare il gioco del desiderio e di ribaltare i rapporti di potere, relegando i personaggi maschili a ruoli goffi, subordinati, talvolta patetici. Brass ha sempre rivendicato una visione gioiosa e libertaria del sesso: per lui, l’eros era un antidoto alla repressione sociale e morale, un atto di resistenza all’ipocrisia. Nel 2010 un ictus ne ha fortemente limitato l’attività sul set, senza però spegnerne la presenza pubblica. Negli anni successivi continua a concedere interviste, partecipare a programmi televisivi, raccontare aneddoti di una lunga carriera, inseguire progetti spesso rimasti sulla carta. Intorno alla sua figura si consolida un piccolo culto: cinefili, curiosi, nostalgici di un’Italia meno moralista che vedono nel suo cinema una parentesi di libertà oggi difficilmente replicabile. Con la sua scomparsa si chiude un capitolo singolare della storia del cinema italiano. L’eredità di Tinto Brass resta controversa ma innegabile: ha fissato nell’immaginario collettivo un modo tutto italiano di rappresentare l’eros, mescolando filologia storica e feticismo, commedia popolare e ambizioni d’autore; ha costretto il Paese a misurarsi con i temi della censura, del corpo, del desiderio esibito. Nel bene o nel male, il suo nome resterà legato a un cinema che non ha mai avuto paura di spingersi oltre il confine del consentito, rivendicando il diritto alla provocazione, all’ironia, al piacere. Con Tinto Brass scompare un provocatore instancabile, ma anche l’ultimo rappresentante di una stagione in cui, sullo schermo, il corpo diventava campo di battaglia tra proibizione e libertà.
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