Link to [object Object]La recente pronuncia della Corte di Cassazione, che ha escluso la pericolosità sociale di Marcello Dell’Utri, riabilitando indirettamente anche la figura di Silvio Berlusconi, ribadisce l'importanza di rispettare tutte le sentenze, anche quando contrastano con narrazioni consolidate
La recente pronuncia della Corte di Cassazione, che ha escluso la pericolosità sociale di Marcello Dell’Utri, riabilitando indirettamente anche la figura di Silvio Berlusconi, ribadisce l'importanza di rispettare tutte le sentenze, anche quando contrastano con narrazioni consolidate
di Guido Talarico
C’è una verità fondamentale che dovrebbe valere per tutti, in qualunque democrazia che voglia davvero definirsi tale: le sentenze si rispettano, sempre. Non si interpretano a seconda delle simpatie ideologiche del momento, non si piegano ai pregiudizi mediatici, non si accettano solo quando confermano le convinzioni personali. Eppure, di fronte all’ultima decisione della Corte di Cassazione — che ha rigettato il ricorso della Procura generale di Palermo contro la revoca della misura di prevenzione a carico di Marcello Dell’Utri — questo principio, tanto invocato quanto disatteso, è stato nuovamente calpestato.
Il verdetto è chiaro: non vi fu pericolosità sociale in Dell’Utri, e non ci furono né riciclaggi mafiosi né accordi occulti tra Cosa Nostra e Forza Italia. Una constatazione che riscrive una pagina di storia contemporanea, restituendo almeno in parte dignità a due figure — Dell’Utri, ma soprattutto Silvio Berlusconi — da decenni bersagliate da accuse gravi quanto infondate. È una decisione che pone fine, almeno sotto il profilo giudiziario, a uno dei più complessi e controversi capitoli del rapporto tra politica, giustizia e informazione in Italia.
Ma invece di accogliere con sobrietà e rispetto la parola definitiva della Suprema Corte, si è assistito a un copione già visto: il tentativo di sminuire, relativizzare, contraddire. I titoli dei giornali hanno preferito riesumare vecchi stralci di processi ormai archiviati, togliendoli dal contesto e offrendoli come controcanto velenoso a una decisione definitiva. È un riflesso condizionato, che conferma come in Italia la cultura giustizialista sia ancora viva, e più ideologica che giuridica.
Marina Berlusconi ha colto perfettamente il punto: chi per anni ha sbandierato lo slogan “le sentenze vanno rispettate”, oggi storce il naso davanti a una pronuncia che non si allinea alla loro narrazione. Ma la giustizia non è uno strumento da piegare alle convenienze: o la si rispetta sempre, o non è più giustizia.
Il caso Berlusconi è emblematico. Per trent’anni, l’ex premier ha subito un processo pubblico parallelo, costruito non tanto nei tribunali quanto sulle colonne dei quotidiani e nei talk show. Calunnie, insinuazioni, sentenze preventive che si sono sommate a una persecuzione giudiziaria senza eguali nella storia italiana recente. Oggi, mentre la Cassazione certifica l’inconsistenza delle accuse sulle quali si é pronunciata, molti preferiscono distogliere lo sguardo, come se la verità giudiziaria fosse meno interessante del sospetto.
Ma ciò che è in gioco va ben oltre il pur controverso destino personale di Silvio Berlusconi. Questa sentenza di fatto riporta all'attenzione mediatica il dossier della giustizia in Italia, mettendone a nudo le fragilità strutturali: un sistema spesso lento, politicizzato, talvolta dominato da correnti interne che si muovono con logiche da contropotere, più che da servitori dello Stato. La “luna nera” della giustizia, per citare l’efficace metafora di Marina Berlusconi, è quella in cui l’equilibrio tra accusa e difesa si spezza, e il cittadino si trova costretto a dimostrare la propria innocenza anziché veder rispettata la presunzione di non colpevolezza.
Per questo oggi, più che mai, torna centrale il tema della riforma della giustizia. La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura, una vera responsabilità civile per i magistrati: sono interventi urgenti, richiesti da anni, promessi da tutti i governi e mai davvero portati a compimento. Eppure, se vogliamo che la giustizia torni a essere percepita come giusta, è da qui che si deve ripartire.
Non si tratta di vendette postume né di revisionismi strumentali. Nessuna riforma potrà restituire a Silvio Berlusconi i decenni di sospetti, gli attacchi personali, le campagne d’odio che ne hanno accompagnato la vita pubblica e quella, pur controversa, privata. Ma questa sentenza può rappresentare un punto di svolta, un’occasione per fare i conti con un passato distorto e per costruire un futuro in cui la giustizia sia davvero uguale per tutti.
La classe politica ha una responsabilità storica. Spetta a questo governo, che ha dimostrato coraggio nell’aprire la strada alla riforma dell’ordinamento giudiziario, trasformare le parole in fatti. E spetta all’opinione pubblica, e a chi fa informazione, interrogarsi sinceramente su quanto sia stato contribuito, spesso inconsapevolmente, al clima velenoso che ancora avvelena il dibattito sulla giustizia.
Chi oggi polemizza su una sentenza definitiva, chi cerca di riscriverla secondo le proprie convinzioni, dovrebbe ricordare che il rispetto della legge è il primo mattone di ogni convivenza civile. O si accettano tutte le sentenze, anche quelle scomode, oppure si rischia di affondare in un relativismo giuridico che non fa altro che minare la fiducia dei cittadini nello Stato. È dunque il momento di scegliere, senza ambiguità, da che parte stare: dalla parte del diritto, della verità, della giustizia, dei giudici. Sempre.
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