La guerra come tassa globale: Iran, Ucraina e Venezuela e il prezzo invisibile che paghiamo tutti

di

Guido Talarico
Guido Talarico
La guerra come tassa globale: Iran, Ucraina e Venezuela e il prezzo invisibile che paghiamo tutti

Link to

Link to Il mercato non teme la cattiveria, teme l’incertezza. Tre crisi diverse, un’unica conseguenza: l’economia mondiale vive ormai dentro un “premio di rischio permanente”. Il risultato è un mondo più caro, più nervoso e più fragile: e il tempo, quasi sempre, lavora contro chi spera in soluzioni rapideIl mercato non teme la cattiveria, teme l’incertezza. Tre crisi diverse, un’unica conseguenza: l’economia mondiale vive ormai dentro un “premio di rischio permanente”. Il risultato è un mondo più caro, più nervoso e più fragile: e il tempo, quasi sempre, lavora contro chi spera in soluzioni rapide

di Guido Talarico

Soggiogare il nemico senza combattere rappresenta la vera vetta dell’arte militare”. Questo lo diceva Henry Kissinger, ma erano altri tempi ed anche lui in fondo la descriveva come una "best practice" assai difficile da attuare. Oggi vediamo ben altra storia. Le guerre moderne non distruggono solo città: costruiscono, pezzo dopo pezzo, una nuova struttura dei prezzi. È una tassa senza legge e senza Parlamento, ma con effetti certi: energia che sale, rotte che si chiudono, investimenti che scappano, crescita che rallenta. Iran, Ucraina e Venezuela sembrano capitoli lontani tra loro; in realtà sono lo stesso libro, letto da angolazioni diverse. E quel libro racconta una cosa semplice: il mercato non teme la cattiveria, teme l’incertezza.

L’Ucraina è la “madre di tutte le incognite” perché è la guerra che doveva logorare l’avversario e invece sta logorando anche le certezze occidentali. Il punto non è soltanto il fronte: è la politica. Se gli Stati Uniti oscillano, se Washington torna ad accusare Zelensky di essere “un ostacolo”, il messaggio che arriva ai mercati è chiaro: l’ombrello potrebbe non essere eterno. E se l’ombrello non è eterno, il rischio cresce. Trump — dicono diversi osservatori — ha sottovalutato la resilienza ucraina, l’unità europea e soprattutto le intenzioni di Mosca, che guarda concretamente allo scenario in cui Kiev venga lasciata sola. Da qui nasce la vera conseguenza economica: non un crollo improvviso, ma un aumento strutturale del costo del capitale. Ogni impresa europea che investe, ogni banca che presta, ogni Stato che emette debito lo fa con una variabile in più: “e se la guerra dura ancora?”. Il tempo, in questo schema, è un’arma. Se la Russia riesce a far percepire la guerra come inevitabilmente lunga, può sperare di spaccare la coesione politica e, con essa, la capacità economica di sostenere l’Ucraina.

Poi c’è l’Iran, che è la lezione più brutale per gli economisti: basta toccare un nodo energetico e la realtà cambia in una settimana. Il mercato del petrolio, fino a ieri, sembrava quasi “fiducioso”: scorte alte, forniture alternative, l’idea che l’operazione fosse breve. Poi la navigazione nel Golfo si paralizza e quel fragile ottimismo evapora. Qatar ferma il GNL dopo gli attacchi ai terminal; l’Iraq taglia produzione; il Kuwait inizia a fermare giacimenti perché esportare diventa impossibile. Risultato: il Brent supera la soglia psicologica (e sottolineo psicologica) dei 90 dollari con picchi intorno a 94, il WTI corre oltre 92, e in una settimana si vedono rialzi nell’ordine del 30%. Il gas, dal canto suo, segna una fiammata settimanale che riapre ferite mai del tutto rimarginate in Europa. Non è solo un numero: è inflazione importata, è bolletta industriale, è logistica, è costo dei fertilizzanti, è prezzo del cibo. È il ritorno ad un concetto caro al marketing. Il funnel, cioé un imbuto di conversione che guida il consumatore in un percorso di conoscenza del brand fino all'acquisto finale del prodotto. In questo momento di crisi però il funnel anziché all'acquisto porta i mercati  alla congestione.

E poi in qualche modo si arriva anche alla fine dei miti di matrice futurista: scordiamoci la rapidità, di blitzkrieg neppure a parlarne. Anche se un cessate il fuoco arrivasse, riavviare estrazione e spedizioni richiede settimane. Nel frattempo i mercati prezzano lo scenario peggiore: blocco prolungato, petrolio a 150, recessione strisciante. Non serve che accada davvero: basta che possa accadere. La guerra, per l’economia, non è solo ciò che succede; è ciò che potrebbe succedere domani.

Infine torniamo per un attimo al Venezuela: il fantasma che ritorna ogni volta che qualcuno sogna scorciatoie. In molte discussioni strategiche riemerge l’idea di “fare un Venezuela” anche altrove: colpire i vertici, costringere il sistema a firmare, trasformare una crisi in una resa. Ma il Venezuela insegna che la geopolitica non chiude i conti: li sposta. Quando un Paese viene spinto ai margini, nascono economie parallele, reti opache, dipendenze nuove. E soprattutto nasce una regola: se una potenza appare incapace di proteggere i suoi partner — Venezuela, Siria, Iran — paga un prezzo reputazionale forse più alto del valore incassato. Quel prezzo non sta nei comunicati: sta nella disponibilità futura di altri attori a legarsi, investire, affidarsi. Anche questo è economia: fiducia, credito, catene di approvvigionamento.

Le tre crisi, insieme, producono in altri termini un effetto più grande della somma: un mondo in cui la normalità è la volatilità. Le imprese iniziano a pianificare non “in base alla domanda”, ma “in base alla crisi”. Gli Stati spendono di più per difesa e sicurezza energetica, e meno per produttività. Le banche centrali combattono un’inflazione che non nasce dal consumo, ma dal rischio geopolitico. E l’Europa — bersaglio e terreno di gioco — scopre che il costo della dipendenza (energetica, tecnologica, militare) si manifesta sempre nel modo peggiore: quando non c’è tempo.

La conseguenza economica più importante, dunque, non è il prezzo del Brent di domani. È l’idea che la pace non sia più un presupposto, ma una variabile. E finché la pace resta una variabile, il mondo continuerà a pagare la sua tassa: più cara, più irregolare, più ingiusta. Perché la paga soprattutto chi non ha missili, ma bollette. E in questo non proprio rallegrante scenario si inserisce il tema della "fine della democrazia", cioè  il declino dei principi liberali a favore di populismi e autoritarismi, dove le procedure democratiche (elezioni) sopravvivono ma svuotate di significato sostanziale. Quella che alcuni chiamano "postdemocrazia" o "olocrazia", perché vede il potere il potere concentrarsi nelle mani di élite, leader populisti o grandi lobby. Ma questa è un'altra storia...

(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati

(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati

Breaking News

"Stiamo lavorando al nuovo sito web, ci scusiamo per qualche disagio eventuale per le prossime ore"