La guerra è una bestemmia contro l’uomo ed è un conto che paghiamo tutti

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Guido Talarico
Guido Talarico
La guerra è una bestemmia contro l’uomo ed è un conto che paghiamo tutti

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Link to Il Pontefice ha parlato di un mondo “conteso tra potenze che lo devastano”, ha denunciato la logica di chi “vuole vincere uccidendo chi gli è uguale” e ha invitato a inginocchiarsi “come fratelli e sorelle degli oppressi”Il Pontefice ha parlato di un mondo “conteso tra potenze che lo devastano”, ha denunciato la logica di chi “vuole vincere uccidendo chi gli è uguale” e ha invitato a inginocchiarsi “come fratelli e sorelle degli oppressi”

di Guido Talarico

C’è una frase che dovrebbe bastare da sola a inchiodare la coscienza dell’Occidente, e non solo: l’uomo che uccide per vincere compie una bestemmia. Nelle parole del Papa, pronunciate in questi giorni santi, non c’è soltanto una condanna morale della violenza, ma la demolizione radicale di una menzogna antica: quella secondo cui la guerra possa ancora essere raccontata come strumento di ordine, di giustizia o addirittura di pace. Il Pontefice ha parlato di un mondo “conteso tra potenze che lo devastano”, ha denunciato la logica di chi “vuole vincere uccidendo chi gli è uguale” e ha invitato a inginocchiarsi “come fratelli e sorelle degli oppressi”.

È difficile trovare parole più limpide. Eppure continuiamo a vivere in un tempo che sembra assuefatto all’orrore. Le immagini delle città distrutte, dei civili travolti, dei bambini mutilati, dei profughi, delle famiglie spezzate, si accumulano fino a perdere perfino la forza dello scandalo. La guerra viene commentata come una variabile geopolitica, come un dossier strategico, come un rischio da prezzare nei mercati. Ma prima di tutto la guerra resta un’aberrazione. È la sconfitta dell’umano. È il momento in cui la forza pretende di farsi diritto e la brutalità cerca di travestirsi da necessità.

Del resto proprio Sant'Agostino, al cui ordine appartiene Papa Leone, definisce la pace come la "tranquillità dell'ordine" (tranquillitas ordinis), intesa non come semplice assenza di conflitti, ma come l'armonia tra tutte le cose creata dall'amore e dalla giustizia. Per Agostino, la vera pace è l'unione con Dio, unico riposo dell'inquietudine umana, ed è un valore da ricercare sia nel cuore che nella società.

Il Papa, dal canto suo, lo ha detto senza ambiguità: la violenza che fino a ieri si faceva legge deve essere smascherata. E questo è il punto essenziale. La guerra non è soltanto morte materiale. È anche corruzione morale. Avvelena il linguaggio, deforma le gerarchie dei valori, rende accettabile l’inaccettabile. A poco a poco ci abitua a considerare normale ciò che dovrebbe restare insopportabile: l’annientamento dell’altro come metodo, la distruzione come argomento, la supremazia come orizzonte politico.

Ma oggi alla devastazione umanitaria si somma un’altra verità, meno spettacolare e per questo perfino più insidiosa: la guerra presenta il conto anche alle società che si illudono di osservarla da lontano. Non esiste più un conflitto “esterno” che non produca conseguenze dirette su famiglie, imprese, bilanci pubblici, salari, risparmi. Lo dimostrano con chiarezza gli effetti economici già in atto. Secondo Il Sole 24 Ore, dopo un mese di guerra con l’Iran lo scenario economico è cambiato radicalmente: il governo italiano sta rivedendo la propria strategia di finanza pubblica, i rincari del gasolio da riscaldamento e dei combustibili usati dall’industria hanno già superato in alcuni casi il 30%, e il percorso di rientro del deficit rischia di saltare.

Questo significa una cosa molto semplice: la guerra non distrugge solo dove cade una bomba. Distrugge anche dove si spegne una fabbrica, dove si assottiglia una busta paga, dove un’impresa rinvia investimenti, dove uno Stato deve scegliere se tamponare l’emergenza o salvaguardare i conti. Oggi il governo mette sul tavolo altri 500 milioni per prorogare il taglio delle accise e ulteriori aiuti limitati, ma è lo stesso articolo a spiegare che “è impossibile pensare che poi ci si possa fermare”. In altre parole, il danno economico non è episodico: è progressivo, sistemico, crescente.

Ed è qui che l’aberrazione della guerra si mostra nella sua forma più completa. Perché il conflitto contemporaneo non uccide soltanto i corpi; erode il futuro. Colpisce i civili sotto le macerie e, insieme, impoverisce lentamente milioni di persone lontane dal fronte. Alla tragedia delle vittime si aggiunge la spirale dei prezzi energetici, la frenata della crescita, l’aumento del disavanzo, la pressione sui bilanci nazionali, l’inevitabile riduzione di risorse disponibili per welfare, sanità, investimenti, coesione sociale. Il quadro macroeconomico citato dal Sole 24 Ore ipotizza già una crescita italiana limitata al +0,5%, avvertendo però che si tratta di numeri destinati a invecchiare in fretta.

Dunque bisogna dirlo con franchezza: la guerra pesa su tutti. Pesa su chi la subisce direttamente in forma di lutto, fame, esilio e devastazione. Ma pesa sempre di più anche su noi tutti, sulle economie europee, sulle democrazie fragili, sulle classi medie già provate, sui settori produttivi esposti al costo dell’energia, sui conti pubblici già compressi da anni di crisi sovrapposte. Pensare che la guerra riguardi solo altri è ormai una comoda finzione.

Per questo le parole del Papa non appartengono solo alla sfera religiosa. Sono un monito politico, civile, perfino economico. Quando Leone XIV denuncia l’idolatria del dominio e la pretesa di essere grandi perché temuti, mette a nudo la matrice profonda della guerra: la volontà di potenza che si sostituisce alla dignità umana. E quando quella volontà si scatena, non lascia dietro di sé solo rovine visibili. Lascia debiti, inflazione, insicurezza, povertà diffusa, fratture sociali, paura del domani.

L’errore più grave sarebbe separare la questione morale da quella materiale. Come se da una parte ci fosse il dramma umanitario e dall’altra, quasi in un capitolo a parte, l’impatto economico. Non è così. Sono due facce della stessa catastrofe. La guerra è disumana proprio perché trasforma la vita in scarto e il benessere in precarietà. Riduce l’uomo a bersaglio e il cittadino a contribuente di emergenze senza fine. Fa arretrare insieme civiltà e prosperità.

Ecco allora il compito della politica, dell’informazione, delle classi dirigenti: smettere di raccontare la guerra come se fosse un evento gestibile, circoscrivibile, amministrabile. La guerra non si amministra. Si previene, si contrasta, si isola diplomaticamente e culturalmente. Perché ogni guerra, anche quando sembra lontana, entra nelle nostre case in molti modi: attraverso le immagini del dolore, attraverso il ricatto energetico, attraverso la corrosione dei conti, attraverso l’ansia sociale che produce.

Il Papa ci ha ricordato che davanti a un’umanità in ginocchio occorre inginocchiarsi con gli oppressi. La politica dovrebbe avere il coraggio di fare il passo successivo: capire che la pace non è una postura retorica, ma l’unica vera difesa dell’umano e, ormai, anche dell’equilibrio economico delle nostre società.

Perché la guerra è sempre la stessa cosa: una bestemmia contro Dio, per chi crede; una bestemmia contro l’uomo, per tutti. E il suo prezzo, morale ed economico, finisce sempre per ricadere sull’intera comunità umana.

(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati

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