di Guido Talarico
Dopo quindici anni di guerre civili, divisioni istituzionali e tentativi diplomatici falliti, la Libia si trova nuovamente davanti a un bivio. Alcuni segnali indicano che il confronto tra Tripoli e Bengasi potrebbe entrare in una fase diversa. Ma la distanza tra la sospensione dei combattimenti e la costruzione di uno Stato unitario resta enorme.
La frammentazione del Paese ha radici profonde. La storica separazione tra Tripolitania e Cirenaica, l’unificazione realizzata durante la colonizzazione italiana, la lunga dittatura di Muammar Gheddafi e il collasso seguito alla guerra del 2011 hanno lasciato un territorio formalmente unitario ma attraversato da fortissime fratture regionali, tribali e militari.
Oggi la Libia rimane divisa tra il Governo di unità nazionale insediato a Tripoli e le autorità orientali sostenute dal generale Khalifa Haftar (qui sotto con il Ministro della Difesa Piantedosi). A questa contrapposizione si aggiungono milizie e gruppi armati che controllano parti del territorio, soprattutto nel sud. La guerra su vasta scala si è fermata, ma l’assenza di combattimenti non coincide ancora con una pace. vera e propria.

La prima novità è la definizione di un quadro unitario per la spesa pubblica, il primo dopo oltre dieci anni. Non è un evento banale. Vediamo. L’accordo dovrebbe consentire alle due parti del Paese di operare all’interno di una cornice finanziaria comune, limitando la duplicazione delle istituzioni e la competizione per le risorse statali.
La missione delle Nazioni Unite in Libia ha accolto positivamente l’intesa, chiedendo però controlli rigorosi e maggiore trasparenza. La precisazione è decisiva: un bilancio condiviso può diventare uno strumento di ricomposizione nazionale, ma senza vigilanza rischia di finanziare contemporaneamente apparati rivali.
Non a caso più di un osservatore invita proprio a non confondere l’unità contabile con quella politica. La disponibilità di fondi comuni potrebbe legittimare spese prive di controlli e mantenere in vita le strutture di potere costruite a est e a ovest. Il bilancio avrà insomma valore soltanto se sarà seguito dall’unificazione delle istituzioni e da una gestione verificabile delle entrate petrolifere.
Un altro segnale è arrivato con le esercitazioni militari Flintlock 26 organizzate a Sirte. Forze riconducibili alle due aree del Paese hanno partecipato ad attività coordinate sotto l’impulso degli Stati Uniti e con il coinvolgimento italiano. L’iniziativa ha riunito circa 1.500 militari di oltre trenta Paesi, rappresentando un primo esperimento di cooperazione tra strutture fino a pochi anni fa schierate su fronti opposti.
Anche qui però è doveroso sottolineare che un’esercitazione promossa dall’esterno non equivale alla nascita di un esercito nazionale. La Libia infatti continua a non disporre di una catena di comando unica, mentre molti gruppi armati rispondono a interessi territoriali, economici o familiari. Senza una riforma del settore della sicurezza, l’integrazione militare rimarrà soprattutto simbolica.
Il passaggio decisivo dunque riguarda il ritorno alle urne. Il confronto tra rappresentanti dell’est e dell’ovest avrebbe prodotto un’intesa preliminare sulla revisione delle regole elettorali e sulla ripresa del percorso verso consultazioni nazionali. Restano però aperte le questioni che avevano contribuito al fallimento delle elezioni previste nel 2021: i requisiti per candidarsi alla presidenza, la posizione dei militari, la doppia cittadinanza e l’ordine con cui organizzare le elezioni presidenziali e legislative.
La principale difficoltà - come sottolineano alcuni osservatori su Al Jazeera - non è tecnica. La Libia ha già dimostrato di saper organizzare consultazioni nazionali e municipali. Il problema è stabilire se chi perderà sarà disposto ad accettare il risultato, lasciare il potere e rinunciare al controllo delle risorse pubbliche. Senza questo impegno, un voto contestato potrebbe produrre nuove istituzioni concorrenti e persino riaccendere il conflitto.
Secondo il politologo ed ex diplomatico americano, William Lawrence, la rinnovata attenzione degli Stati Uniti potrebbe favorire il processo. Washington sembra avere compreso che la semplice formazione di un altro governo transitorio, privo di una scadenza elettorale credibile, riprodurrebbe gli errori del passato. Un’intesa limitata alla spartizione del potere rischierebbe di congelare il controllo dell’ovest nelle mani del sistema legato ad Abdul Hamid Dbeibah e quello dell’est sotto la famiglia Haftar.
Le forze dominanti non possono essere ignorate, perché controllano territori, apparati e risorse. Ma riconoscerne il peso non significa consegnare loro indefinitamente il futuro del Paese. La transizione deve aprire lo spazio a una nuova classe dirigente e restituire ai libici il diritto di scegliere chi governa.
Gli interessi energetici italiani
Per l’Italia la stabilizzazione della Libia ha innanzitutto un valore energetico. Eni, presente nel Paese dal 1959, è il principale produttore internazionale di idrocarburi e contribuisce in misura determinante anche all’approvvigionamento del mercato libico. Il gas raggiunge l’Italia attraverso il Greenstream, collegamento sottomarino strategico per diversificare le forniture europee. L’accordo da 8 miliardi di dollari firmato nel 2023 tra Eni e la compagnia nazionale NOC prevede lo sviluppo dei giacimenti offshore “Strutture A&E”, con l’obiettivo di aumentare la produzione destinata sia ai consumi locali sia alle esportazioni. A questo si aggiunge il progetto di compressione di Sabratha, che dovrebbe incrementare la disponibilità di gas di circa 800 milioni di metri cubi l’anno. La Libia è quindi un tassello naturale del Piano Mattei e dell’ambizione italiana di diventare un ponte energetico tra Africa ed Europa. Ma investimenti di questa portata hanno bisogno di sicurezza, regole condivise e istituzioni capaci di sottrarre le rendite petrolifere alla lotta tra fazioni.

(Khalifa Haftar con l'ambasciatore dell'Unione Europea in Libia Nicola Orlando a Bengasi )
La cooperazione sull’immigrazione
La Libia è anche il principale territorio di transito lungo la rotta del Mediterraneo centrale. Il Memorandum Italia-Libia del 2017, non essendo stato disdetto entro il 2 novembre 2025, si è rinnovato automaticamente dal febbraio 2026 per altri tre anni. L’intesa mantiene la cooperazione tecnica e finanziaria con le autorità libiche, il sostegno alla gestione delle frontiere e le iniziative contro trafficanti e partenze irregolari. Nel 2026 è stata inoltre avviata a Tripoli la fase pilota di una sala operativa congiunta tra Italia, Libia, Turchia e Qatar per coordinare il contrasto alle reti criminali. La collaborazione resta però controversa: rapporti delle Nazioni Unite e organizzazioni umanitarie hanno documentato detenzioni arbitrarie, torture e violenze ai danni dei migranti, mentre la Libia non è considerata un porto sicuro. Per essere sostenibile, la strategia italiana dovrà quindi unire il controllo dei flussi alla tutela dei diritti, ai rimpatri volontari assistiti e allo sviluppo economico dei territori di origine e transito.
In uno scenario così articolato, Il futuro della Libia dipende dunque da tre condizioni: elezioni con regole condivise e garanzie sull’accettazione del risultato; unificazione delle istituzioni economiche e di sicurezza; coordinamento degli attori internazionali a sostegno del processo delle Nazioni Unite. La finestra politica esiste, ma potrebbe richiudersi rapidamente. Dopo quindici anni non basta impedire una nuova guerra: occorre trasformare la tregua in pace istituzionale, sostituire la spartizione delle rendite con regole comuni e passare da due amministrazioni concorrenti a uno Stato legittimato dai cittadini.
La Libia non ha bisogno dell’ennesimo governo definito transitorio. Ha bisogno di una transizione che, finalmente, conduca verso un giusto approdo. E la direzione corretta è quella che preliminarmente guarda all'Italia e all'Europa per ragioni politiche, economiche e strategiche. Le stesse che nel 2011 Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti fecero finta di non comprendere tentando di cavalcare la primavera araba di scena in Libia a loro favore.
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