La sfida di Putin all'Occidente: aggressioni e provocazioni per testare le debolezze dell'Europa

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Guido Talarico
Guido Talarico
La sfida di Putin all'Occidente: aggressioni e provocazioni per testare le debolezze dell'Europa

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Link to L’incursione dei droni russi in Polonia non sembra essere un errore. Dietro l’apparente incidente si cela, con ogni probabilità, una strategia calcolata del Presidente Russo per testare la prontezza della NATO e, soprattutto, la reale determinazione degli Stati Uniti sotto la guida incerta di Donald Trump. In questo scenario, l’Europa si trova ancora una volta stretta tra responsabilità crescenti e un’alleanza sempre più fragileL’incursione dei droni russi in Polonia non sembra essere un errore. Dietro l’apparente incidente si cela, con ogni probabilità, una strategia calcolata del Presidente Russo per testare la prontezza della NATO e, soprattutto, la reale determinazione degli Stati Uniti sotto la guida incerta di Donald Trump. In questo scenario, l’Europa si trova ancora una volta stretta tra responsabilità crescenti e un’alleanza sempre più fragile

di Guido Talarico

Il recente, gravissimo, sconfinamento di droni russi in territorio polacco solleva interrogativi che non possono essere archiviati con l'etichetta dell’“incidente”. Questa è una favola a cui non crede nessuno. Le spiegazioni fornite da Mosca, secondo cui l’obiettivo originario sarebbe stato l’Ucraina, sono evidentemente false, soprattutto se si considera la traiettoria del volo e la geografia dell’area. L’Ucraina si trova a sud della Bielorussia, da dove i droni sono partiti; la Polonia, invece, è spostata a ovest, lungo un asse che difficilmente può essere considerato un errore di calcolo. Insomma, la solita propaganda che tutti i potenti del mondo usano per coprire i propri misfatti.

Al contrario la sensazione, sempre più diffusa tra analisti e osservatori internazionali, è che Vladimir Putin stia conducendo una prova generale per misurare la tenuta dell’Alleanza Atlantica. Un test a bassa intensità, certo, ma non per questo meno pericoloso. Non si tratta solo di capire come la NATO reagirà a un attacco "grigio", ovvero non ufficialmente dichiarato; si tratta, soprattutto, di tastare il polso dell’Occidente in un momento di evidente debolezza politica e di crescente ambiguità diplomatica.

La Polonia, che ha abbattuto alcuni dei droni, ha dimostrato la propria volontà di difesa, ma anche i propri limiti: non è attrezzata come l’Ucraina, ormai abituata a gestire incursioni quotidiane. Il Cremlino ha osservato con attenzione, e probabilmente ha preso nota. Ha acquisito informazioni preziose sulle capacità difensive dell’Est europeo, senza che un solo soldato russo varcasse ufficialmente un confine. Detto questo siamo chiari anche su un altro non meno importante aspetto: il vero obiettivo di questa provocazione non era Varsavia. Era Washington.

Dopo il controverso summit in Alaska tra Trump e Putin – un incontro che ha lasciato più ombre che certezze – il leader del Cremlino si è mosso come se avesse ricevuto un implicito via libera. L’ex presidente americano, tornato in carica, non ha dato seguito alla minaccia di nuove sanzioni contro la Russia in assenza di un cessate il fuoco. Gli ultimatum di Trump sono caduti nel nulla e da allora Mosca ha intensificato gli attacchi, colpendo in modo sempre più sistematico infrastrutture civili ucraine. Il che rende chiaro il messaggio che arriva dalla Russia: Putin si sente libero di agire. E il silenzio dell’America, anche dopo l'attacco in Polonia, lo autorizza.

Trump, minimizzando la portata dell’incursione in Polonia, ha di fatto trasmesso al mondo un messaggio disarmante nella sua pericolosità. In un momento così critico, l’ambiguità di Washington non è catalogabile come una posizione neutrale, ma al contrario diventa una scelta politica precisa. E pericolosa. La NATO, di fronte a questa escalation silenziosa, rischia di apparire come un gigante dai piedi d’argilla. Serve una risposta chiara, concreta, collettiva. Servono nuove sanzioni, più mirate e applicate con rigore, e serve, soprattutto, una postura politica comune. Qualsiasi esitazione potrebbe trasformarsi in un punto a favore del Cremlino.

Le prospettive diplomatiche, nel frattempo, sembrano dissolversi all’orizzonte. Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha escluso ogni trattativa con Kiev, mentre Putin continua a rilanciare provocazioni che Zelensky non può accettare – come l’idea di recarsi a Mosca per negoziare. In tutto ciò, Trump non sembra voler compromettere la propria immagine assumendosi responsabilità dirette: potrebbe limitarsi a introdurre sanzioni simboliche, buone più per i titoli dei giornali che per influenzare il corso della guerra.

Nel frattempo, le truppe russe avanzano. Lentamente, sì, e a un prezzo altissimo in termini di vite umane. Ma la valutazione della vita da parte del Cremlino non corrisponde agli standard occidentali. Putin, guardando l’altro campo, non vede determinazione, ma stanchezza e distacco, soprattutto americano. Vede un’Europa divisa e un’America distratta e forse definitivamente lontana. E finché questa percezione persisterà, non ci sarà alcuna apertura negoziale.

Per l’Europa, il futuro si complica. E' bene dirselo con chiarezza. Se Trump dovesse davvero disimpegnarsi dal teatro ucraino – un’eventualità tutt’altro che remota – spetterà ai partner europei sostenere lo sforzo bellico di Kiev. Armi, munizioni, risorse: si può fare. Ma l’elemento più strategico, le informazioni di intelligence, restano saldamente in mani americane. Senza parlare dei costi economici che, in una Europa cosi lacerata dagli opposti populismi, sarà sempre più difficili da far digerire agli elettori. E Trump, pur promettendo di non chiudere i rubinetti dell’intelligence, è imprevedibile. Nessuno sa cosa gli passi realmente per la testa e quali siano i suoi interessi reali. Così nessuno può garantirne la coerenza e la dedizione alla causa ucraina.

Nel frattempo, all’orizzonte per noi europei si stagliano altre minacce: la Cina, sempre più vicina alla Russia, non fa mistero della propria posizione. E questo fa si che Bruxelles nei fatti, non può permettersi di voltare le spalle a Washington, anche quando le scelte di Usa appaiono incoerenti o dannose. Il legame con gli Stati Uniti resta si vitale, ma appare sempre più fragile. In definitiva, siamo davanti a una nuova fase della guerra: meno visibile, più strategica, profondamente politica. Una fase in cui ogni gesto – anche un drone in volo – può ridefinire gli equilibri globali. E in cui l’Occidente - a cominciare da noi singoli cittadini - è chiamato a dimostrare, con i fatti, di essere ancora unito.


(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati

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