La sinistra alla prova delle regionali. Il “campo largo” e la geografia della disillusione

La sinistra alla prova delle regionali. Il “campo largo” e la geografia della disillusione

Link to Pd e M5S si spartiscono l’Italia, ma senza visione comune: alleanze fragili, tensioni territoriali e un progetto politico che resta sulla carta.Pd e M5S si spartiscono l’Italia, ma senza visione comune: alleanze fragili, tensioni territoriali e un progetto politico che resta sulla carta.

Il “campo largo”, nato come strategia politica per unire le forze del centrosinistra contro la destra di governo, sta diventando sempre più un’espressione vuota. Un'etichetta stanca, che pretende di raccontare un’alleanza ma finisce per descrivere solo una somma di debolezze, tenute insieme più dal bisogno che da una visione. Dalla Campania alla Calabria, passando per la Puglia, è ormai evidente: il campo largo non è una coalizione, è un compromesso permanente. E nemmeno ben riuscito.

Il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle si sono spartiti l’Italia come si spartisce una torta tra parenti diffidenti: con il righello. Ai dem il versante appenninico e l’Italia istituzionale, quella delle burocrazie, delle città di medie dimensioni e delle amministrazioni consolidate. Ai 5 Stelle, il Mezzogiorno e le sue fratture sociali, su cui costruire un consenso fatto di opposizione e redistribuzione, più che di proposte strutturali.

Nel mezzo, le forze ecologiste di Bonelli e Fratoianni (AVS), costrette a inseguire accordi già scritti altrove, mentre i cespugli centristi sono chiamati a portare voti senza ottenere né visibilità né peso politico. È una coalizione a geometria imposta, dove le decisioni sembrano rispondere più a equilibri interni che alle reali necessità del territorio. E dove, soprattutto, non esiste un baricentro politico e culturale.

Il risultato? Un campo largo che, alla prova dei fatti, non regge il peso delle sue stesse contraddizioni. Dove il Pd rincorre il rinnovamento ma resta aggrappato alle sue nomenclature. Dove il M5S coltiva un meridionalismo di maniera, ma non riesce a strutturarsi come forza di governo. Dove le candidature sono spesso frutto di accordi di vertice e non di un percorso condiviso con i territori.

Lo si vede bene nelle regioni al voto quest’autunno: in Campania, il passaggio di consegne da De Luca a un nome come Fico non avviene senza tensioni. In Puglia, la corsa di Decaro è zavorrata da giochi interni e veti incrociati. In Calabria, Pd e 5 Stelle si presentano divisi, con candidature imposte dall’alto e zero radicamento locale. In ognuna di queste regioni, la narrazione dell’unità si scontra con la realtà della frammentazione.

La verità è che il centrosinistra non ha ancora deciso cosa vuole essere. Se un’alleanza tattica per restare in partita o un progetto politico capace di parlare a tutto il Paese. Se continuare a coltivare differenze e rendite di posizione, oppure rischiare davvero per costruire una piattaforma comune. Per ora ha scelto la prima strada, quella più comoda ma anche più sterile.

Nel frattempo, il centrodestra governa, litiga, ma tiene. Perfino in Veneto, dove la Lega difende la propria roccaforte e Fratelli d’Italia reclama spazio, l’alleanza si muove in modo più ordinato, più pragmatico. La competizione interna è vera, ma è una competizione dentro una strategia. Nel centrosinistra, invece, tutto sembra ancora provvisorio. Una coalizione sulla carta, non nella testa e nei cuori dei suoi leader.

A meno di due anni dalle elezioni politiche, non c’è più tempo per acrobazie dialettiche. O il campo largo diventa un progetto coerente, con una visione nazionale, un linguaggio condiviso e un’identità riconoscibile, oppure sarà destinato a rimanere quello che è oggi: un esperimento fallito, utile solo a perdere insieme dove si potrebbe almeno provare a vincere divisi.

Il campo largo, se non vuole diventare una trincea ideologica tra sopravvissuti, deve uscire dalla logica dei pacchetti territoriali e dei compromessi tattici. Deve tornare a parlare di Paese, di diritti, di lavoro, di ambiente, di scuola, di futuro. E deve farlo con una voce sola, o almeno con un coro intonato. Altrimenti, non sarà un campo largo. Sarà solo un campo abbandonato

 

(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati

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