La stretta di Trump sui social dei turisti appare più come una scelta di controllo che di sicurezza

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Guido Talarico
Guido Talarico
La stretta di Trump sui social dei turisti appare più come una scelta di controllo che di sicurezza

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Link to Washington va sempre di più verso la sorveglianza di massa.Vedremo come reagirà l'Europa. Le aspettative dell'opinione pubblica sono molto alte perchè  queste misure vanno a toccare una sfera molto personale. Il rischio è che il vecchio continente resti ancora solo sulle proteste  formaliWashington va sempre di più verso la sorveglianza di massa.Vedremo come reagirà l'Europa. Le aspettative dell'opinione pubblica sono molto alte perchè  queste misure vanno a toccare una sfera molto personale. Il rischio è che il vecchio continente resti ancora solo sulle proteste  formali

di Guido Talarico

Con una mossa destinata a sollevare polemiche in tutto il mondo, l’amministrazione Trump ha proposto che chiunque voglia entrare negli Stati Uniti — anche per una semplice visita turistica — debba fornire l’accesso alla propria attività sui social media degli ultimi cinque anni, oltre a indirizzi email, numeri di telefono, impronte digitali, dati biometrici e informazioni sui familiari. Una stretta che coinvolge anche i cittadini dei 42 Paesi esentati dal visto, tra cui Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Giappone e Australia, attualmente autorizzati a entrare con la semplice compilazione del modulo ESTA.

Una misura senza precedenti, almeno nel mondo democratico, che segna un ulteriore passo verso un modello di sorveglianza preventiva di massa, giustificato — ancora una volta — in nome della sicurezza nazionale. “Vogliamo solo persone che vengano qui in sicurezza”, ha detto il presidente Donald Trump, che al suo secondo ritorno alla Casa Bianca ha subito impresso un’accelerazione alle politiche restrittive in materia di immigrazione e frontiere. Eppure, la domanda è inevitabile: dove finisce la sicurezza, e dove inizia l'invasione della privacy?

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Il governo statunitense afferma che la nuova normativa è necessaria per impedire l'ingresso di individui ostili alla cultura o ai valori americani. Una motivazione che richiama direttamente l’ordine esecutivo firmato da Trump il primo giorno del suo nuovo mandato, nel quale si chiedeva di escludere chi mostrasse atteggiamenti “anti-americani” — anche sui social. Ma cosa significa, concretamente? Chi stabilisce cosa sia anti-americano? E soprattutto: chi decide se un tweet ironico, una storia su Instagram o un post di critica politica rappresenti una minaccia reale?

Non si tratta soltanto di un problema di privacy, ma di libertà di espressione. Il pericolo non è soltanto per chi intende viaggiare negli Stati Uniti, ma per il principio stesso secondo cui un governo democratico non dovrebbe mai sorvegliare i cittadini stranieri come se fossero potenziali criminali. La proposta, infatti, mette sotto osservazione a priori milioni di viaggiatori, molti dei quali con l’unica colpa di voler visitare New York, il Grand Canyon o assistere a una partita dei Mondiali 2026.

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Dal punto di vista pratico, la misura rischia di avere effetti disastrosi sul turismo internazionale negli Stati Uniti. Con l’approssimarsi dei grandi eventi sportivi — i Mondiali del 2026 e le Olimpiadi di Los Angeles del 2028 — la rigidità del sistema d’ingresso potrebbe scoraggiare milioni di potenziali visitatori. Già nel 2025 si è registrato un crollo significativo dei flussi turistici, con il Canada che ha segnalato un calo del 37% nei viaggi in auto verso gli USA e un -26% per i voli commerciali.

La decisione di aumentare le tasse per l’ingresso ai parchi nazionali e l’introduzione di nuove imposte per i visitatori non fa che peggiorare la situazione. Hollywood Boulevard ha visto dimezzare il numero di passanti nell’ultima estate, e anche Las Vegas ha sofferto un calo drastico, complice l’espansione del gioco online. Il settore del turismo americano, già provato, rischia così di diventare vittima collaterale di una politica che guarda al mondo con diffidenza crescente.

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Ma il nodo più controverso resta l'obbligo di condividere gli account social usati negli ultimi cinque anni. In un’epoca in cui la nostra vita digitale riflette (e spesso distorce) quella reale, questo tipo di controllo apre a scenari inquietanti. Significa che un post sarcastico, una foto provocatoria o un like sbagliato potrebbero compromettere un ingresso negli Stati Uniti. Senza contare che molti utenti cancellano, modificano o non ricordano neppure i profili utilizzati in passato: come sarà gestita questa ambiguità?

Ancor più grave è il rischio che queste informazioni vengano utilizzate in modo discriminatorio. Organizzazioni per i diritti civili hanno già denunciato che studenti stranieri sono stati trattenuti in aeroporto o respinti per aver manifestato opinioni politiche, ad esempio in sostegno della Palestina. Il confine tra sicurezza e profilazione ideologica appare sempre più sottile. In alcuni casi, la semplice collaborazione con aziende che si occupano di fact-checking è stata considerata motivo di esclusione dal Paese, accusando tali lavoratori di essere “complici della censura”.

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Il messaggio implicito di questa proposta è inquietante: chiunque è un sospetto fino a prova contraria. L’idea di “prevedere il rischio” sulla base dei social media è, nella migliore delle ipotesi, illusoria; nella peggiore, uno strumento per esercitare controllo politico e culturale. È lecito chiedersi se, nel nome della sicurezza, gli Stati Uniti non stiano compromettendo l’immagine stessa di Paese aperto, democratico, custode delle libertà individuali.

Il paradosso è evidente: proprio mentre l’America si prepara ad accogliere milioni di persone per eventi globali, restringe l’accesso al proprio territorio con misure che sembrano più degne di regimi autoritari che di una democrazia liberale. Una forma di nazionalismo digitale che, in nome della difesa dell’identità, finisce per erigere muri invisibili ben più alti di quelli concreti.

Il presidente Trump ha dichiarato di non essere preoccupato da un possibile calo dei turisti. Ma dovrebbe esserlo. Perché l’erosione della fiducia internazionale non è un fenomeno visibile nei sondaggi, ma si misura nei silenzi, nelle rinunce, nelle scelte individuali di milioni di persone che iniziano a vedere gli Stati Uniti non più come una terra di opportunità, ma come una fortezza chiusa e sospettosa. In un mondo sempre più connesso, costruire barriere digitali non rende più sicuri: rende solo più soli. E se la sicurezza viene ottenuta al prezzo della libertà e della trasparenza, il rischio è quello di diventare ciò da cui si dice di voler proteggersi. Vedremo anche come su questo tema reagirà l'Europa. Le aspettative dell'opinione pubblica in questo caso sono molto alte perchè come è del tutto evidente vanno a toccare una sfera molto personale. Il rischio che il vecchio continente resti ancora sulle proteste solo formali appare tuttavia altrettanto alto.

(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati

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