La volatilità della politica (e dei tatuaggi) nell'era dell'ipercomunicazione

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Guido Talarico
Guido Talarico
La volatilità della politica (e dei tatuaggi) nell'era dell'ipercomunicazione
[caption id="attachment_90743" align="aligncenter" width="259"] Pete Hegseth[/caption]

Link to Nell’epoca dei social, il tatuaggio non è più soltanto un segno inciso sul corpo: è diventato contenuto, estetica virale, dichiarazione identitaria. La stessa logica che trasforma in poche settimane un micro-tatuaggio in una moda globale governa ormai anche la politica: leader, partiti e movimenti nascono, crescono e crollano dentro il ciclo accelerato dell’ipercomunicazione digitaleNell’epoca dei social, il tatuaggio non è più soltanto un segno inciso sul corpo: è diventato contenuto, estetica virale, dichiarazione identitaria. La stessa logica che trasforma in poche settimane un micro-tatuaggio in una moda globale governa ormai anche la politica: leader, partiti e movimenti nascono, crescono e crollano dentro il ciclo accelerato dell’ipercomunicazione digitale

di Guido Talarico

legaIl tatuaggio fa male quando te lo fai e, come dimostrano vari studi medici, può anche rappresentare un rischio per la salute. Eppure, dicono le statistiche, è diventato un fenomeno di moda. Che c'entra questo con la politica? C'entra. C’è stato un tempo in cui un tatuaggio era una scelta lunga, quasi segreta. Si entrava in uno studio, si sfogliavano cataloghi, si parlava con un artigiano, si decideva cosa imprimere sulla pelle. Era un gesto spesso definitivo, carico di appartenenza, memoria, ribellione. La politica di un tempo era così: scelta profonda, consapevole, di appartenenza. Oggi, invece, il tatuaggio (e come vedremo la politica)  è anche — e talvolta soprattutto — una scelta superficiale.  Questa trasformazione di fatto riguarda il modo in cui le società contemporanee costruiscono desideri, identità e consenso.

Il tatuaggio, da pratica antica e poi marginale, è diventato un bene di consumo simbolico. Non perché abbia perso significato, ma perché il significato viene oggi prodotto, validato e consumato pubblicamente. Il corpo non è più soltanto corpo: è profilo, racconto, contenuto. È una superficie comunicativa. Il segno sulla pelle viene fotografato, condiviso, commentato, salvato, imitato. L’identità personale diventa immediatamente visibile, semplificata, replicabile. Un tatuaggio comunica in un secondo ciò che un discorso spiegherebbe in dieci minuti: chi siamo, chi vorremmo essere, quale dolore abbiamo attraversato, quale estetica vogliamo abitare.

I social network non sono stati semplicemente una vetrina per questa mutazione. Sono stati il motore dell’accelerazione. Hanno normalizzato il tatuaggio attraverso la ripetizione visiva; hanno reso desiderabili stili prima di nicchia; hanno trasformato i tatuatori in influencer globali; hanno annullato la geografia del mestiere. Oggi un ragazzo italiano può desiderare il tratto di un artista coreano, americano o berlinese prima ancora di aver mai messo piede in uno studio. Il gusto non nasce più soltanto dal quartiere, dalla scena musicale o dal gruppo di amici: nasce dal feed.

POLITICA E CONSENSO

È qui che il tatuaggio diventa una metafora potente della politica contemporanea. Perché ciò che è accaduto alla pelle è accaduto anche al consenso. La politica, come il tatuaggio, è uscita dai suoi luoghi tradizionali. Non vive più soltanto nei partiti, nelle sezioni, nei giornali, nei comizi, nelle organizzazioni territoriali. Vive nello scroll quotidiano, nella frase breve, nel video tagliato, nel volto riconoscibile, nello slogan ripetibile, nella reazione emotiva.

La fine della politica tradizionale non significa la fine della politica. Significa la fine di un certo modo di costruire appartenenza. Per decenni le democrazie occidentali si sono rette su culture politiche relativamente stabili: partiti, ideologie, sindacati, giornali di riferimento, famiglie elettorali. Si votava spesso per appartenenza, memoria, classe sociale, tradizione. Oggi, invece, l’elettore assomiglia sempre di più all’utente: osserva, reagisce, si entusiasma, si stanca, cambia canale. La fedeltà politica si indebolisce mentre cresce la potenza della comunicazione.

LA LEGA DI SALVINI O IL PD DI RENZI

Le ascese e i crolli di molti leader degli ultimi anni lo mostrano con chiarezza. Matteo Salvini ha costruito una fase di consenso enorme attraverso una macchina comunicativa capace di occupare ogni spazio della quotidianità digitale: selfie, dirette, cibo, slogan, paure, appartenenza emotiva. Nel 2019 la Lega raggiunse alle europee il 34,26%, diventando il primo partito italiano; pochi anni dopo, alle politiche del 2022, scese all’8,7%. Matteo Renzi, dopo il 40,8% del Partito Democratico alle europee del 2014, ha visto il proprio capitale politico ridursi drasticamente dopo il referendum costituzionale e la nascita di Italia Viva. Il Movimento 5 Stelle, passato dal 32,68% del 2018 alla crisi successiva, racconta un altro pezzo della stessa storia: l’esplosione digitale del consenso può essere travolgente, ma altrettanto travolgente può essere il suo esaurimento.

Il punto non è stabilire chi abbia avuto ragione o torto. Il punto è capire il meccanismo. La comunicazione digitale produce fiammate. Premia la novità, la riconoscibilità, la semplificazione. Un leader funziona quando diventa formato: una postura, un tono, un’estetica, una promessa. Ma proprio come accade con i trend estetici, ciò che diventa virale rischia anche di consumarsi rapidamente. Il fineline tattoo, il red ink, il tatuaggio temporaneo iperrealistico: nascono come novità, diventano desiderio collettivo, poi vengono sostituiti da un’altra immagine. La politica segue la stessa grammatica dell’attenzione.

La differenza, naturalmente, è che un tatuaggio resta sulla pelle, mentre il consenso può evaporare. Ma anche qui il paragone si complica. Molti tatuati, secondo le stime citate, dichiarano di voler rimuovere almeno un tatuaggio; circa il 17% manifesta pentimento. È un dato interessante perché mostra che anche ciò che sembrava definitivo può diventare oggetto di ripensamento. La stessa cosa accade al voto nell’epoca dell’ipercomunicazione: si aderisce a un simbolo, si partecipa a un entusiasmo, si indossa una narrazione; poi, quando quella narrazione non coincide più con la realtà, si cerca una rimozione politica. Si cambia leader, partito, linguaggio, appartenenza.

In Italia le stime più solide parlano di circa sette milioni di persone tatuate, pari al 12-13% della popolazione, mentre altre indagini internazionali arrivano a indicare percentuali molto più alte. Al di là della cifra esatta, il fenomeno è ormai di massa. Il tatuaggio non è più eccezione, ma grammatica comune del corpo contemporaneo. E proprio questa normalizzazione racconta qualcosa anche della politica: ciò che un tempo era mediato da istituzioni, appartenenze e percorsi lunghi oggi viene continuamente reso accessibile, estetizzato, consumabile.

IL DOMINIO DEI SOCIAL

Nel tatuaggio, la “Pinterest-izzazione” dell’estetica ha reso popolare ciò che era minimo, elegante, apparentemente non invasivo. Nella politica, la “TikTok-izzazione” del consenso rende popolare ciò che è breve, emotivo, immediatamente comprensibile. Non vince necessariamente l’idea più strutturata, ma quella che attraversa meglio l’algoritmo. Non il programma più complesso, ma il messaggio più memorabile. Non la visione più lunga, ma l’immagine più condivisibile.

Questo non significa che gli elettori siano superficiali, così come non significa che chi si tatua segua soltanto la moda. Significa però che le condizioni della scelta sono cambiate. L’ambiente digitale modifica il modo in cui desideriamo, giudichiamo, ricordiamo. Un tempo la politica chiedeva tempo: assemblee, lettura, discussione, militanza. Oggi chiede presenza continua: post, reaction, video, commenti, sondaggi, dichiarazioni istantanee. Il politico deve essere sempre visibile, sempre pronto, sempre performativo. Ma l’esposizione permanente produce anche usura permanente.

Qui si vede la fragilità della politica ridotta a comunicazione. Finché la narrazione funziona, il leader appare invincibile. Quando però arriva la realtà — il governo, le crisi, i compromessi, le contraddizioni — il formato si rompe. La promessa semplice incontra problemi complessi. L’immagine non basta più. La stessa rete che aveva amplificato l’ascesa accelera la caduta. L’algoritmo non è fedele: segue l’attenzione, non la gratitudine.

Il tatuaggio, in fondo, conserva ancora una serietà che la politica rischia di perdere. Anche quando nasce da un trend, comporta una decisione fisica, un dolore, una traccia. La politica digitale, invece, tende a trasformare l’adesione in gesto reversibile, leggero, volatile. Si segue un leader come si segue un tatuatore influencer; si salva un video come si salva un bozzetto; si cambia opinione come si cambia feed. È la democrazia dell’impressione continua.

Ma proprio per questo il paragone ci obbliga a una domanda: cosa resta quando tutto comunica? Se ogni corpo è contenuto e ogni leader è brand, se ogni scelta viene esibita e ogni identità deve diventare immagine, allora il problema non è più soltanto politico o estetico. È culturale. Riguarda la nostra capacità di distinguere tra espressione e consumo, tra convinzione e tendenza, tra identità e algoritmo.Il tatuaggio ci ricorda che i segni contano. La politica dovrebbe ricordarci che anche le scelte collettive lasciano segni, a volte più profondi di quelli sulla pelle. Nell’epoca dell’ipercomunicazione, la vera sfida non è smettere di comunicare. È tornare a dare peso a ciò che comunichiamo.

(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati

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