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Link to L’UE non funziona come un governo centrale, ma come un'entità che si basa su una continua negoziazione tra le sue istituzioni. Il compromesso rimane l’unico strumento attraverso il quale la Commissione può sperare di proseguire l’attività legislativaL’UE non funziona come un governo centrale, ma come un'entità che si basa su una continua negoziazione tra le sue istituzioni. Il compromesso rimane l’unico strumento attraverso il quale la Commissione può sperare di proseguire l’attività legislativa
di Guido TalaricoL'aria che tira in questi giorni a Bruxelles riporta alla memoria un pensiero di Nelson Mandela: “il compromesso è l'arte della leadership e i compromessi si fanno con gli avversari e non con gli amici”. Per la sue intrinseca natura, la politica europea è da sempre un gioco di equilibri delicati, dove il compromesso gioca un ruolo centrale nel garantire che le diverse voci e interessi possano coesistere sotto lo stesso tetto. L’Unione Europea, un’entità complessa composta da 27 Stati membri, è un perfetto esempio di come la diplomazia e l'arte del compromesso siano essenziali per il buon funzionamento dell’organizzazione. Tuttavia, l'elezione e il mandato della Commissione von der Leyen II hanno messo in evidenza alcune delle difficoltà politiche e strutturali che minano la stabilità e l’efficacia dell'Unione, nonostante la centralità del compromesso e la vocazione ad esso di molti dei leader che la guidano.
La Commissione von der Leyen II è infatti chiamata a navigare in acque turbolente, dove il compromesso appare come l'unica via per garantire una certa coesione tra gli Stati membri. Tuttavia, sia dalla fase di composizione della Commissione, le difficoltà politiche interne, le fratture tra i vari gruppi e l'emergere di evidenti diversità pongono sfide significative. La politica europea, come ha sottolineato sul Corriere anche Romano Prodi, sembra dunque trovarsi in un momento di transizione, dove i tradizionali meccanismi di cooperazione sono messi alla prova, e il compromesso, seppur essenziale, potrebbe non essere più sufficiente per mantenere l'unità. Se l'Unione Europea saprà evolversi con successo molto dipenderà dalla capacità di ogni parte di cedere un pezzo della propria posizione politica o ideologica per contribuire ad ottenere il bene comune che è quello di avere una Europa gestita per ottenere una cooperazione prospera e pacifica.
Al fine della comprensione della delicata fase che stiamo vivendo forse è utile partire proprio dai concetti di base: l'arte del compromesso in politica: cosa significa? Il compromesso politico è un processo attraverso cui diverse forze politiche, spesso con visioni contrastanti, cercano di trovare un punto di incontro che consenta di proseguire le attività legislative e politiche. È una componente fondamentale della democrazia, specialmente in un contesto come quello europeo, dove le divergenze tra Stati membri sono evidenti su numerosi fronti: dalla gestione delle politiche migratorie alla transizione ecologica, dalle relazioni con i paesi terzi alle normative economiche interne. In teoria, il compromesso permette di evitare che una sola parte prevalga sugli altri, favorendo l’inclusività e la cooperazione. Nel caso della Commissione Europea però il compromesso non si limita a negoziare tra partiti politici diversi, ma coinvolge anche una molteplicità di interessi nazionali, spesso divergenti. Vista la formazione fortemente eterogenea, i paesi membri dell'UE hanno spesso priorità contrastanti. Il che, come abbiamo già visto sulla nomina di alcuni commissari (Raffaele Fitto e Teresa Ribera) rende arduo giungere a decisioni che soddisfino tutti.
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Per capire meglio la situazione è sufficiente guardare i numeri. La Commissione von der Leyen II è stata eletta con 370 voti favorevoli, una cifra ben inferiore rispetto ai 461 consensi ottenuti nel 2019 dal suo predecessore, Jean-Claude Juncker. Questo risultato, pur sufficiente per ottenere la maggioranza, spiega con chiarezza quanto la politica europea sia sempre più frammentata e a tratti polarizzata. La coalizione che ha sostenuto la sua elezione – composta da popolari (PPE), socialisti e democratici (S&D), liberali (Renew) e Verdi – ha subito in corso d'opera delle fratture significative, evidenziando come le logiche politiche nazionali spesso prevalgano più su quelle comuni.Questa divisione, come è apparso chiaro da subito, è una delle principali difficoltà che la Commissione von der Leyen si trova ad affrontare. Infatti, sebbene abbia il supporto delle forze politiche pro-europee, questo consenso è lontano dal garantire quella solida stabilità che invece servirebbe. La frammentazione politica interna, unita alla crescente influenza dei partiti di destra, ha fatto sì che il compromesso su questioni cruciali come la politica migratoria, la sostenibilità ecologica e la politica estera sia diventato sempre più difficile da raggiungere.
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La Commissione von der Leyen II parte dunque marcata dal segno della debolezza, sia numerica che politica. Sebbene la sua presidenza sia stata consolidata dal voto del Parlamento, il risultato nei fatti ha dimostrato una sostanziale mancanza di consenso unanime e stabile. Oltre alla divergenza tra i gruppi politici, emerge anche una tensione tra la Commissione e gli Stati membri. Diversi Paesi, come l'Ungheria e la Polonia, non sono favorevoli a una visione europea integrata e spesso rifiutano le politiche comuni imposte dall'UE, in particolare quelle che riguardano la giustizia sociale e i diritti umani.A questo si aggiungano la crescenti pressioni dei nazionalisti, che vedono nel contesto europeo un'opportunità per riaffermare la propria identità nazionale a scapito della solidarietà europea. Lo stesso gruppo dei Conservatori (ECR) è diviso, con alcuni dei suoi membri che sostengono la Commissione, mentre altri, come quelli di FdI, si oppongono decisamente. E anche a sinistra le divergenze e i contrasti interni sono del tutto evidenti con lacerazioni, come appare accadere nel Partito Democratico, non banali che nel prossimo futuro potrebbero esplodere con maggiore dirompenza.
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La frammentazione politica che ha segnato l’elezione della Commissione von der Leyen II tuttavia non è una novità: molte volte in passato abbiamo assistito a composizioni eterogenee che poi però in un modo o in un altro, e sempre guidati dalle inevitabili logiche compromissorie, hanno portato a termine la loro missione. Oggi però questa tendenza sembra essere in continua crescita. La crescente forza dei partiti di destra, come FdI in Italia e PiS in Polonia, mette sotto pressione la maggioranza di centrosinistra che ha sostenuto l’elezione della presidente. Questi partiti stanno cercando di spostare l’asse politico dell'Unione Europea, puntando a una visione più nazionalista e sovranista, che certo non piace all'ala sinistra della Commissione. Anche l'elezione di Donald Trump negli Stati Uniti appare come fattore divisivo. In questo scenario è più che probabile immaginare che le politiche in arrivo nei prossimi anni potrebbero vedere un indebolimento delle normative europee in favore di un maggiore spazio per le politiche interne degli Stati membri.C'è poi da considerare che queste divergenze politiche inevitabilmente produrranno effetti anche sul piano pratico. Le questioni legate all’ambiente, come la transizione ecologica e la gestione dell’industria automobilistica, continuano a sollevare enormi difficoltà. I Verdi, pur parte della coalizione di governo, si trovano a fare i conti con i loro alleati socialisti e con le opposizioni di destra, che bloccano o attenuano le proposte più radicali. E volendo andare avanti in questa direzione basta guardare i programmi dei singoli partiti per vedere quanto complesso sarà arrivare a mediazioni buone per tutti.
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E dunque, come dicevamo, il compromesso rimane l’unico strumento attraverso il quale la Commissione di Ursula von der Leyen può sperare di proseguire l’attività legislativa. L’UE, infatti, non funziona come un governo centrale, ma come un'entità che si basa su una continua negoziazione tra le sue istituzioni. Sebbene la Commissione abbia la responsabilità di proporre nuove leggi, spetta poi al Parlamento e al Consiglio dell’UE approvarle, il che richiede un costante processo di mediazione tra le diverse posizioni. Il compromesso quindi non è solo una necessità, ma una virtù che definisce la politica europea. Se da un lato il processo decisionale spesso rallenta e si appesantisce a causa delle divergenze, dall’altro esso assicura che ogni voce sia ascoltata e che le politiche siano il risultato di un ampio consenso.Infine il tema internazionale. In un contesto politico così frammentato, matrice di una crescente polarizzazione interna, le sfide esterne all'Unione Europea si presentano come cruciali e rappresentano così il vero banco di prova per la Commissione von der Leyen. La guerra in Ucraina e le tensioni geopolitiche con la Russia, insieme alla crescente cooperazione tra Russia e Corea del Nord, la questione Mediorientale, i rapporti con la Washington marcata dalla politica protezionista di Trump, la richiesta della Ucraina di adesione alla Nato, pongono enormi sfide politiche e strategiche per l’Europa. Riuscirà Ursula a superare tutto questo. La storia dice che la donna è capace. Ha tempra di leader e la risolutezza di una politica internazionale di lungo corso. E la sua migliore alleata potrebbe essere proprio la nostra nostra Premier Giorgia Meloni, che ha in patria alle spalle una maggioranza ed un consenso solido (fatto anche di risultati economici tangibili) e che all'estero, in Europa e fuori, ha saputo conquistare in poco tempo spazio e credibilità crescenti. Peter Singer diceva che "i più grandi compromessi sono quelli tra etica e opportunità". Una strada obbligata ma stretta. Vedremo se Ursula e Giorgia sapranno trovare il modo di farci passare l'Europa intera.
(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati
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