0ggi i il passaggio più delicato nel cammino della nuova legge elettorale. Conclusa la fase delle fiducie e degli appelli nominali, l’Aula della Camera si prepara ad affrontare il banco di prova storicamente più insidioso per qualsiasi maggioranza: il voto finale a scrutinio segreto.
Nel centrodestra prevale la linea dell’ottimismo, sostenuta dall’ostentata serenità di Giorgia Meloni. «Tranquilla? Lo sono sempre», ha tagliato corto la presidente del Consiglio, riassumendo l’atteggiamento di una coalizione che punta a dimostrare compattezza e a incassare il via libera a una riforma considerata strategica per la legislatura. Tuttavia, la prudenza resta d'obbligo: il voto nell’urna elettronica è da sempre il terreno in cui le tensioni sotterranee e i distinguo individuali possono trovare sfogo senza lasciare tracce formali.
A testimonianza della posta in gioco e del nervosismo di queste ore c'è anche il braccio di ferro procedurale sollevato dalle opposizioni. La richiesta avanzata al presidente Lorenzo Fontana di ricorrere alle vecchie urne e alle palline, per garantire la totale impermeabilità del voto dalle pressioni d'aula, è stata respinta sulla base del regolamento: il sistema elettronico resta la regola e la riservatezza, ha ricordato la presidenza, è affidata alla responsabilità dei singoli deputati. Un richiamo istituzionale che chiude la querelle tecnica ma non dissolve il clima di scontro, alimentato anche da proteste estreme come lo sciopero della fame di Riccardo Magi contro i paletti della riforma.
L'eventuale via libera di Montecitorio, tuttavia, non segnerà la fine della partita. E' già pronta ad aprirsi la fase giudiziaria: una rete composta da comitati di costituzionalisti, giuristi, associazioni e cittadini sta ultimando una trentina di ricorsi da depositare nei tribunali civili di tutta Italia. L'obiettivo è sollevare la questione di legittimità per portare il testo davanti alla Consulta entro febbraio, lungo una tabella di marcia stimata in circa tre mesi e mezzo.
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