Il ballottaggio resta sul tavolo, ma la strada per inserirlo nella nuova legge elettorale si fa sempre più stretta. A una settimana dall'arrivo del provvedimento nell'Aula del Senato, previsto per il 9 settembre, il centrodestra ha trovato un'intesa sulle preferenze ma continua a dividersi sulla possibilità di introdurre un secondo turno.
Fratelli d'Italia non chiude definitivamente la porta. Ma dopo il netto no della Lega sceglie la prudenza: nessuna iniziativa solitaria e soprattutto nessun voto sull'emendamento senza un accordo politico preventivo tra le forze della maggioranza.
A rendere ancora più difficile la mediazione sono state le parole pronunciate oggi da Matteo Salvini, che ha trasformato la freddezza della Lega in un vero e proprio veto politico: il Carroccio non vuole il ballottaggio e il suo leader chiederà agli alleati di bocciarlo.
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Il vicepremier è intervenuto sul tema a margine di una visita al comando dei Carabinieri di Roma-Alessandrina, a Torre Maura.
La posizione è netta: per Salvini gli italiani devono votare una volta sola e il risultato delle urne deve essere sufficiente a stabilire chi governerà per i successivi cinque anni.
Alla domanda se intenda chiedere alle altre forze della maggioranza di non sostenere l'emendamento sul secondo turno, la risposta del segretario leghista è stata affermativa.
Il passaggio è politicamente rilevante perché fino a poche ore fa il no della Lega lasciava ancora aperto uno spazio per una trattativa. Adesso Salvini chiede esplicitamente che l'intera coalizione si schieri contro il ballottaggio.
Una posizione condivisa anche da Roberto Calderoli, che nelle interlocuzioni parlamentari avrebbe ribadito la contrarietà del Carroccio alla modifica.
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Fratelli d'Italia prova invece a tenere aperta la discussione senza trasformarla in uno scontro con l'alleato.
L'emendamento presentato dal senatore Marcello Pera rimane formalmente un'iniziativa personale e non rappresenta, almeno per il momento, la posizione ufficiale del partito di Giorgia Meloni.
Ma questo non significa che sia destinato automaticamente a essere ritirato.
La proposta potrà essere discussa, modificata o riformulata prima del passaggio in Aula. La condizione posta da FdI è però politica: un eventuale sì potrà arrivare soltanto nell'ambito di un'intesa con Lega, Forza Italia e gli altri partiti della coalizione.
Il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, Andrea De Priamo, ha confermato che sul tema non è stata ancora assunta una decisione definitiva.
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La proposta di Marcello Pera modifica in maniera significativa il meccanismo uscito dalla Camera.
L'emendamento prevede che il premio di governabilità venga assegnato direttamente se una coalizione raggiunge il 48% dei voti in entrambe le Camere.
Se nessuno raggiungesse quella soglia, scatterebbe invece un secondo turno tra le prime due coalizioni, a condizione che entrambe abbiano ottenuto almeno il 38% al primo turno. Non sarebbero consentiti apparentamenti differenti tra primo e secondo turno.
È proprio l'altezza delle soglie a rappresentare uno dei problemi della proposta. Il rischio è che il ballottaggio scatti anche in situazioni nelle quali altri meccanismi consentirebbero di individuare immediatamente una maggioranza.
A questo si aggiungono le incognite costituzionali legate all'elezione separata di Camera e Senato e il problema politico dell'affluenza a un eventuale secondo turno.
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Il quadro è diventato ancora più complicato dopo la scelta di Forza Italia di non presentare un proprio emendamento sul ballottaggio.
Gli azzurri avevano inizialmente valutato una proposta diversa da quella di Pera, con soglie meno elevate. Alla scadenza dei termini, però, il testo non è stato depositato.
Sul tavolo è rimasta così soltanto la proposta del senatore di Fratelli d'Italia.
Forza Italia non esclude in assoluto di discutere il secondo turno durante l'iter parlamentare, ma il mancato deposito dell'emendamento rappresenta un evidente segnale di cautela e riduce ulteriormente le possibilità di costruire una maggioranza attorno alla proposta.
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Dietro la battaglia sulle regole elettorali c'è anche il nuovo equilibrio politico determinato dalla presenza di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci.
Una delle ragioni della contrarietà leghista è che il ballottaggio potrebbe indebolire il meccanismo del cosiddetto “voto utile”.
Con un solo turno, un elettore interessato a determinare immediatamente il vincitore potrebbe essere maggiormente incentivato a scegliere una delle grandi coalizioni. Con il secondo turno, invece, al primo voto avrebbe maggiore libertà di sostenere una formazione esterna ai due blocchi principali, sapendo di poter scegliere successivamente tra i finalisti.
È proprio questo uno dei motivi per cui nella Lega si teme che il doppio turno possa finire per favorire Vannacci invece di contenerne l'ascesa.
Lo stesso leader di Futuro Nazionale ha interpretato il dibattito come il segnale delle difficoltà del centrodestra e sostiene che il ballottaggio potrebbe addirittura rafforzare il suo movimento.
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Se il ballottaggio divide, sulle preferenze il centrodestra è riuscito invece a ricompattarsi.
La maggioranza ha presentato un emendamento condiviso che consente all'elettore di esprimere fino a tre preferenze, con un meccanismo di alternanza di genere.
Resta il capolista bloccato, mentre dal secondo candidato entra in gioco il voto di preferenza. Il correttivo stabilisce che, se il capolista è uomo, il candidato successivo debba essere donna e viceversa. Non è stata invece introdotta un'alternanza obbligatoria tra i capilista dei diversi collegi.
Il tema è particolarmente delicato perché alla Camera l'emendamento sulle preferenze era stato bocciato a scrutinio segreto per un solo voto, 188 contrari contro 187 favorevoli, facendo emergere la presenza di franchi tiratori nella maggioranza.
Al Senato lo scenario sarà diverso, anche perché non sarà possibile replicare esattamente quel tipo di voto segreto.
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Non c'è soltanto il ballottaggio.
Il centrodestra vuole intervenire anche sulla cosiddetta norma “anti-cespugli”, introdotta durante il passaggio alla Camera. Il meccanismo stabilisce che i voti raccolti dai partiti sotto il 3%, fatta eccezione per il migliore tra quelli rimasti sotto la soglia, non vengano conteggiati ai fini del premio assegnato alla coalizione.
Su questo punto sono state avanzate ipotesi differenti, compreso il ritorno a una soglia dell'1%. Anche qui, però, la maggioranza non si è presentata completamente compatta: una delle proposte è stata sottoscritta da FdI, Lega e Noi Moderati ma non da Forza Italia.
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L'iter parlamentare si annuncia tutt'altro che semplice.
Sono stati depositati quasi 700 emendamenti, la stragrande maggioranza provenienti dalle opposizioni. Il centrosinistra ha inoltre preparato otto modifiche comuni, tra cui preferenze per tutti i parlamentari, eliminazione dei capilista bloccati e interventi sul premio di maggioranza.
Pd, Movimento 5 Stelle, Avs e le altre opposizioni accusano il governo di modificare le regole in funzione degli equilibri politici e dei sondaggi.
Il centrodestra ribatte invece che la riforma deve garantire due obiettivi: rappresentatività e soprattutto governabilità, evitando che dalle prossime elezioni possa uscire un Parlamento senza una maggioranza definita.
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La data decisiva resta quindi il 9 settembre, quando la riforma dovrebbe approdare nell'Aula di Palazzo Madama.
Da qui ad allora Giorgia Meloni, Salvini e Antonio Tajani avranno ancora alcuni giorni per verificare se esista uno spazio di mediazione.
Ma dopo le parole pronunciate oggi dal leader della Lega, il quadro è cambiato. Il problema non è più convincere Salvini ad accettare il ballottaggio: è capire se FdI riterrà politicamente conveniente insistere su una modifica che uno dei principali partiti della coalizione ha già annunciato di voler bocciare.
Per questo l'emendamento Pera resta formalmente vivo ma politicamente sempre più fragile. Fratelli d'Italia non lo archivia, Forza Italia si è tirata indietro e la Lega alza il muro.
Salvini ha trasformato il suo no in una richiesta rivolta all'intera coalizione. E senza un nuovo accordo tra i leader, il ballottaggio rischia di essere la prima modifica importante a cadere prima ancora che inizi la battaglia nell'Aula del Senato.
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