Link to [object Object]La minaccia russa avanza, mentre l’Europa resta prigioniera delle proprie esitazioni e dei populisti di destra e di sinistra. Il monito del presidente finlandese Alexander Stubb mette a nudo un continente incapace di guardare in faccia la realtà, stretto tra Russia e Cina e abbandonato dagli Stati Uniti
La minaccia russa avanza, mentre l’Europa resta prigioniera delle proprie esitazioni e dei populisti di destra e di sinistra. Il monito del presidente finlandese Alexander Stubb mette a nudo un continente incapace di guardare in faccia la realtà, stretto tra Russia e Cina e abbandonato dagli Stati Uniti
di Guido Talarico
C’è un’immagine che torna, insistente, in una recente intervista a Bloomberg resa da Alexander Stubb, presidente della Finlandia: l’Europa - spiega - preferisce abitare "La La Land", cioé un “mondo dei sogni” piuttosto che affrontare la durezza del reale. È un’immagine spietata ma precisa, che fotografa lo stato d’animo di un continente disarmato, diviso, troppo incline alla rimozione. La minaccia russa, che non smette di crescere e di farsi più grave, si staglia come un’ombra minacciosa sull’Est, ma l’Unione Europea appare incapace di elaborare una risposta comune, forte ed univoca, restando invece schiacciata dalle forze centrifughe della geopolitica globale.
La guerra in Ucraina, così come le recenti, reiterate violazioni aeree in Polonia, Danimarca ed in vari paesi baltici, ha mostrato con brutalità quanto la sicurezza europea non sia mai stata davvero garantita da se stessa. Dopo decenni di pace apparente, coltivata sull’illusione che la storia fosse finita e che il mercato potesse sostituire la politica, l’Europa si ritrova nuda. La difesa è rimasta un affare delegato alla NATO, cioè agli Stati Uniti. Eppure Washington, sempre più assorbita dal confronto con la Cina e dalle proprie dinamiche interne, guarda al Vecchio Continente con crescente distacco. Nel frattempo, Mosca ha trasformato la guerra in Ucraina in un banco di prova esistenziale, testando la resistenza occidentale, minacciando i Paesi baltici e ridisegnando gli equilibri energetici.
La Cina, a sua volta, osserva con calma strategica. Non solo ha rafforzato la propria influenza economica sulle catene di approvvigionamento europee, ma si è fatta partner ambiguo della Russia, pronta a sfruttare ogni frattura. In questo triangolo asimmetrico, gli Stati Uniti trattano l’Europa come pedina da proteggere finché conviene; la Russia come avversario da intimidire e logorare; la Cina come terreno da penetrare economicamente. L’Europa, invece, non recita alcun ruolo: è il tavolo su cui gli altri giocano, non il giocatore.
Il punto sollevato da Stubb è cruciale: non si tratta solo di miopia politica, ma di una disposizione psicologica collettiva. L’Europa vuole vedere il mondo come vorrebbe che fosse, non come realmente è. Il pacifismo istituzionale, nato come medicina per le ferite del Novecento, si è trasformato in anestesia. Le leadership europee oscillano tra la retorica dei valori e la paura dei costi politici interni: aumentare le spese per la difesa significa sacrificare welfare e consenso, imporre sanzioni radicali significa frenare la crescita, assumere posizioni nette significa affrontare la frattura tra Est e Ovest del continente.
Eppure la storia non concede tregue infinite. Ogni esitazione si paga. Lo sanno bene Finlandia e Paesi baltici, che avvertono sulla propria pelle la pressione russa. Lo sanno gli ucraini, che combattono da oltre due anni in una guerra che per loro è sopravvivenza, ma che per molti Paesi europei è ancora percepita come un fastidioso rumore di fondo. L’illusione che la guerra resti confinata a Est è il vero veleno che paralizza l’Unione.
Il pendolo della politica mondiale – come ricorda Stubb – si muove oggi verso il nazionalismo e le transazioni bilaterali. In questo quadro, l’Europa rischia di rimanere non solo marginale, ma irrilevante. La sua forza non può venire dal ritorno ai vecchi sovranismi, incapaci di reggere il confronto con potenze continentali come Cina, Russia e Stati Uniti. Deve piuttosto nascere dalla costruzione di una difesa comune, di una politica estera coerente, di un’identità geopolitica capace di riconoscere la realtà e di agire di conseguenza.
Il problema, allora, non è soltanto la minaccia russa, ma l’incapacità europea di guardarsi allo specchio. Di ammettere che la sicurezza, la libertà e il modello di vita che consideriamo acquisiti non sono doni naturali, ma conquiste fragili, che vanno difese con lucidità e fermezza. Restare nel “mondo dei sogni” significa rassegnarsi a un lento declino, consegnando a Mosca e a Pechino il potere di definire i confini del possibile.
L’Europa ha ancora il tempo per svegliarsi, ma il tempo non è infinito. Ogni giorno che passa senza una strategia comune è un giorno regalato alle minacce che avanzano. In un’epoca in cui la geopolitica torna a essere brutale, non basta più essere spettatori: bisogna scegliere se restare terreno di conquista o diventare finalmente attori del proprio destino. E questo tocca farlo prima che un aereo Nato abbatta un Mig russo.
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