Link to Nel suo recente intervento sul Financial Times, Yuval Noah Harari ribalta la narrazione russa: l’Ucraina non è sull’orlo della sconfitta, ma ha già ottenuto una vittoria decisiva, culturale e politica. Una guerra che si misura non in chilometri di territorio, ma nella resistenza di una nazione
Nel suo recente intervento sul Financial Times, Yuval Noah Harari ribalta la narrazione russa: l’Ucraina non è sull’orlo della sconfitta, ma ha già ottenuto una vittoria decisiva, culturale e politica. Una guerra che si misura non in chilometri di territorio, ma nella resistenza di una nazione
di Guido Talarico
[caption id="attachment_13949" align="alignright" width="300"] Yuval Harari[/caption]
Quando Yuval Noah Harari affronta il tema della guerra in Ucraina, lo fa con la lucidità dello storico che guarda oltre le cronache del fronte e individua i nessi profondi tra eventi e narrazioni. Contrariamente alla propaganda russa, osserva, “finora l’Ucraina sta vincendo la guerra”. Una vittoria che non coincide con l’avanzata territoriale, ma con il fallimento dell’obiettivo politico fondamentale di Vladimir Putin: cancellare l’esistenza stessa di una nazione.
Harari - in un intervento sul Financial Times - ricorda l’inizio del conflitto nel 2014, con la facile conquista della Crimea da parte di Mosca, e l’apoteosi dell’invasione del 24 febbraio 2022, quando il Cremlino immaginava di piegare Kyiv in pochi giorni. Allora, anche gli alleati occidentali nutrivano forti dubbi sulla capacità ucraina di resistere. Tanto che gli Stati Uniti offrirono a Volodymyr Zelensky un passaggio sicuro verso l’esilio. Ma il presidente rispose con una frase destinata a entrare nella memoria storica: “Ho bisogno di munizioni, non di un passaggio”. Quel gesto di resistenza inaugurò una nuova grammatica della guerra, basata non sulla potenza bruta, ma sulla tenacia.
Secondo Harari, l’Ucraina ha sorpreso il mondo con la sua capacità di contrattaccare, riconquistando territori cruciali a Kharkiv e Kherson nell’autunno del 2022. Da allora, la linea del fronte è rimasta sostanzialmente stabile, ma a un prezzo altissimo per Mosca: tra i 200.000 e i 300.000 soldati russi uccisi o feriti per guadagnare appena lo 0,6% del territorio ucraino. Con una provocazione amara, lo storico calcola che, a questo ritmo, ci vorrebbero “cento anni e decine di milioni di vittime per conquistare il resto dell’Ucraina”.
Il paradosso della guerra emerge con forza: chi appare fermo sul campo in realtà sta logorando il nemico. Il generale australiano Mick Ryan, citato da Harari, offre un paragone eloquente: “È come se, a tre anni dall’invasione dell’Iraq, gli Stati Uniti avessero conquistato solo il 20% del paese, subendo nel frattempo un milione di vittime. Qualcuno la chiamerebbe vittoria?”.
La narrazione di Harari non si ferma alla terra. In mare, gli ucraini hanno inflitto colpi clamorosi alla flotta russa del Mar Nero, affondando la Moskva e costringendo il nemico a ripiegare. In aria, Mosca non ha mai ottenuto la superiorità: “Mentre Israele conquistò i cieli iraniani in 36 ore, la Russia non è riuscita a fare lo stesso in tre anni”, sottolinea. La guerra dei droni e dei missili ha trasformato il conflitto in un laboratorio di strategie asimmetriche, di cui Kyiv è protagonista assoluta.
Eppure, l’anello debole rimane l’Occidente. Non tanto sul piano militare, quanto su quello psicologico. Harari insiste: il Cremlino non mira a piegare Kyiv sul campo, ma a minare la volontà degli alleati. Diffondere l’idea di un’inevitabile vittoria russa significa colpire il cuore dell’Europa, “costringendo americani ed europei a ritirare il loro sostegno”. È qui che si gioca la battaglia più sottile, quella che può trasformare lo stallo in disfatta politica.
[caption id="attachment_60780" align="alignleft" width="300"] Vladimir Putin[/caption]
La conclusione dello storico è netta. Putin voleva dimostrare che l’Ucraina non è una vera nazione, ma “un’entità fittizia, incoraggiata dalle potenze straniere per indebolire la Russia”. Eppure, dopo tre anni di guerra, la realtà è opposta: “L’Ucraina è una nazione molto reale, e milioni di ucraini sono disposti a combattere con le unghie e con i denti per rimanere indipendenti”.
Harari tocca un punto cruciale: le nazioni non si fondano su zolle di terra, ma su storie condivise, immagini, memorie. L’invasione russa ha inciso nell’immaginario ucraino una ferita che diventerà identità. Ogni atto di resistenza, ogni città bombardata, ogni sacrificio sarà ricordato come un tassello del patriottismo futuro. In questo senso, la vittoria di Kyiv è già irreversibile.
Se l’Europa saprà comprenderlo, sostiene lo storico, potrà considerare l’Ucraina non solo come baluardo difensivo, ma come la propria forza combattente più esperta e motivata. “Se la Russia attaccasse l’Europa domani, e gli Stati Uniti scegliessero di restarne fuori, il più grande asset militare europeo sarebbe l’esercito ucraino.” Una constatazione che ribalta le gerarchie tradizionali e interpella la responsabilità strategica del continente.
L’editoriale di Harari è dunque una riflessione sul senso stesso della guerra. “La guerra non è vinta dalla parte che conquista più terre, distrugge più città o uccide più persone. La guerra è vinta dalla parte che realizza i propri obiettivi politici.” In Ucraina, l’obiettivo di Putin – cancellare una nazione – è già fallito. L’obiettivo dell’Ucraina – esistere – è stato raggiunto.
Al di là delle incognite del futuro, una certezza resta: ogni bomba lanciata da Mosca ha rafforzato l’identità ucraina. Harari ci ricorda che la vittoria, quella vera, non si misura in mappe militari ma in coscienze collettive. E su questo terreno, Kyiv ha già prevalso.
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