Mattarella e gli Ottant'anni della Repubblica: la sobrietà come metodo, il futuro come dovere

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Guido Talarico
Guido Talarico
Mattarella e gli Ottant'anni della Repubblica: la sobrietà come metodo, il futuro come dovere
[caption id="attachment_63303" align="aligncenter" width="300"]legge morandi IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA SERGIO MATTARELLA[/caption]

Link to Dal 2 giugno 1946 a oggi, l'Italia ha attraversato miracoli economici e anni di piombo, Tangentopoli e pandemia. Nel ventaglio delle istituzioni che hanno retto l'urto, la presidenza di Sergio Mattarella — sostenuta dalla regia silenziosa di Ugo Zampetti — resta un punto fermo. Il lavoro fatto da Giorgia Meloni e le difficili sfide che attendono il PaeseDal 2 giugno 1946 a oggi, l'Italia ha attraversato miracoli economici e anni di piombo, Tangentopoli e pandemia. Nel ventaglio delle istituzioni che hanno retto l'urto, la presidenza di Sergio Mattarella — sostenuta dalla regia silenziosa di Ugo Zampetti — resta un punto fermo. Il lavoro fatto da Giorgia Meloni e le difficili sfide che attendono il Paese

di Guido Talarico

mattarellaIl 2 giugno 1946 gli italiani, per la prima volta con il suffragio esteso alle donne, scelsero la Repubblica e archiviarono la monarchia sabauda. Da quel voto, sancito dalla Costituzione entrata in vigore il 1° gennaio 1948, è cominciato un cammino lungo ottant'anni e tutt'altro che lineare: il miracolo economico e l'ingresso nella NATO e nella CEE, le grandi conquiste sociali degli anni Sessanta e Settanta insanguinate dal terrorismo e dal sequestro Moro, il debito pubblico degli anni Ottanta, la stagione di Mani Pulite che fece crollare la Prima Repubblica, l'euro, la crisi del 2008, infine la pandemia e l'imponente scommessa del PNRR. Una storia di fratture e ricuciture, in cui la tenuta delle istituzioni ha fatto, ripetutamente, la differenza.

Mattarella, il garante

È in questa cornice che va letta la figura di Sergio Mattarella. In un Paese a democrazia frammentata, con maggioranze mobili e crisi di governo a ripetizione, il Capo dello Stato ha incarnato l'equidistanza come disciplina: intervenire il meno possibile, ma con fermezza assoluta quando a essere in gioco erano gli equilibri costituzionali e la stabilità della nazione. Super partes non per inerzia, ma per scelta.

Il suo è stato anzitutto un magistero di responsabilità. Per due volte — nel 2015 e di nuovo nel 2022, con il "Mattarella-bis" — ha accettato il fardello del Colle anteponendo il bene comune al desiderio, più che legittimo, di congedarsi. Lo ha fatto con uno stile sobrio ed empatico, capace di farsi vicino ai cittadini nei momenti più duri, dai lutti collettivi alle paure economiche, unendo autorevolezza morale e umanità. Lo ha fatto con lo spessore che solo i grandi statisti hanno e portando con sé una memoria che non è retorica: l'impegno antimafia e il sacrificio del fratello Piersanti danno alla sua carica un peso etico che nessuna formula istituzionale potrebbe conferire. Mattarella ha ricordato all'Italia che la legalità non è un orpello, ma la condizione stessa della libertà.

Zampetti, il motore silenzioso

Dietro ogni presidenza solida c'è una macchina che funziona. Al Quirinale quella macchina porta il nome di Ugo Zampetti, segretario generale della Presidenza e primo consigliere del Capo dello Stato. Figlio di Enrico, un militare italiano scampato ai lager nazisti, Zampetti è un servitore dello Stato ante litteram che ha garantito stabilità, efficienza e trasparenza per tutto il mandato. Forte di quindici anni alla guida del Segretariato della Camera, Zampetti ha accompagnato il Colle attraverso transizioni politiche eterogenee — dai governi Conte a Draghi fino a Meloni — consentendo a Mattarella di muoversi con rigore costituzionale e tempistiche impeccabili.

Ma il suo lascito non è solo procedurale o amministrativo. Sotto la sua direzione il Quirinale è diventato un modello di sobrietà: tetto agli stipendi allineato alla pubblica amministrazione, rinuncia all'indennità di funzione, bilanci gestiti in chiaro. E si è trasformato anche nel suo volto pubblico, passando da "palazzo del potere" a "casa degli italiani", con l'apertura continuativa di sale e giardini e progetti come Quirinale Contemporaneo, che ha portato arte e design italiani nei saloni storici a costo zero per lo Stato. La conferma nel secondo mandato è la migliore certificazione di un sodalizio istituzionale che ha messo la continuità al servizio del Paese.

Da Einaudi a oggi: il filo della solidarietà

Non è un caso che la liturgia di Palazzo Koch per la relazione annuale del Governatore della Banca d’Italia, con Zampetti seduto in prima fila accanto a Mario Draghi, abbia intrecciato in questi giorni memoria e prospettiva. Nelle sue considerazioni finali il governatore Fabio Panetta ha infatti reso omaggio alla Repubblica che compie ottant'anni rileggendo la relazione del 1946 firmata da Luigi Einaudi, ancorata al nuovo ordine di Bretton Woods. Quei capisaldi — una "lungimirante visione della solidarietà degli interessi", la consapevolezza della "stretta dipendenza del benessere di tutti dal benessere di ciascuno" — suonano, ottant'anni dopo, di formidabile attualità. È il filo che collega la ricostruzione di allora alle scelte di domani.

Le sfide che attendono il governo Meloni

Ma un compleanno serve a poco se diventa solo celebrazione. Sul tavolo del primo governo guidato da una donna nella storia repubblicana ci sono nodi che decideranno il volto dei prossimi vent'anni, e che richiedono la stessa solidarietà di interessi evocata da Einaudi.

meloni medio orienteIl primo è lo sviluppo. In un contesto macroeconomico incerto, l'Italia deve tradurre i benefici derivanti dal PNRR in crescita strutturale, sostenere famiglie e imprese e completare quel consolidamento — anche bancario ed europeo — che gli stessi protagonisti della finanza indicano come ineludibile. La stabilità conquistata non è un punto d'arrivo, ma capitale da investire. A questo poi c’è da aggiungere il tema del debito pubblico – che rimane alto – e l’obbligo della spesa militare che ha obiettivi (5% sul Pil) molto sfidanti, imposti dalla nuova politica estera di Donald Trump.

Il secondo è l'intelligenza artificiale. La transizione digitale, come ha ricordato anche il Papa, non è un dossier tra gli altri: è la leva che ridisegnerà produttività, lavoro e competitività. Governare l'AI significa investire in competenze e infrastrutture, fissare regole che proteggano senza soffocare, e fare in modo che l'innovazione resti opportunità e non frattura sociale.

C'è poi la questione dei giovani. Trattenere — e far tornare — i talenti che oggi emigrano è la precondizione di ogni altra politica. Senza salari dignitosi, ricerca finanziata e prospettive di carriera, lo sviluppo e l'AI restano slogan: serve un Paese in cui valga la pena costruire un futuro, non solo immaginarlo altrove.

Infine la sfida più radicale, la denatalità. Il declino demografico erode il mercato del lavoro, il welfare e la stessa sostenibilità del debito. Invertire la rotta richiede politiche familiari serie, servizi per l'infanzia, conciliazione tra lavoro e cura: non misure spot, ma un patto di lungo periodo. Insomma, per Giorgia Meloni (che, fin qui, va detto, dati uomini e cose, ha fatto il meglio che si poteva) si preannuncia un fine legislatura impegnativo. Che, come è del tutto evidente, sarà ancor più complicato per il governo che uscirà dalle urne nel 2027.

Ottant'anni dopo quel referendum, la Repubblica resta in piedi grazie a chi ne ha custodito le istituzioni con sobrietà e senso del dovere. Il modo migliore per onorarla è riconoscere e ricordare il percorso che come Paese abbiamo fatto e da qui poi guardare avanti: perché — come scriveva Einaudi e come la storia di questi ottant'anni dimostra — il benessere di tutti dipende davvero dal benessere di ciascuno.

(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati

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