di Gianni Perrelli
Nel giro di un paio di settimane la Storia correrà veloce con due appuntamenti elettorali di importanza capitale da cui dipenderà la fisionomia dell’ordine (o disordine) mondiale. Ventisette ottobre in Israele, dove Benjamin Netanyahu difenderà con le unghie e con i denti il suo quasi ventennale dominio sul Paese trascinato in una guerra infinita. Tre novembre negli Stati Uniti, dove Donald Trump in evidente crollo di consenso cercherà - probabilmente anche a costo di infrangere i vincoli della Costituzione - di non cedere agli avversari democratici il controllo della Camera e del Senato. Sono consultazioni che non riguardano strettamente le aree di riferimento. Avranno ripercussioni planetarie, coinvolgendo l’intero scacchiere del Medio Oriente in ebollizione, le ricadute sulle guerra in Ucraina e su quella temporaneamente in sonno in Iran, i destini del popolo palestinese a Gaza e in Cisgiordania, i rapporti con l’Europa, l’asse con Putin, la rivalità con la Cina per la leadership mondiale nell’economia.
Netanyahu fino a un mese fa era dato per spacciato. Le rivelazioni sulle soffiate ricevute dagli Emirati Arabi e dall’Egitto sui piani stragisti di Hamas prima del 7 ottobre avevano seriamente intaccato la sua immagine di guerriero invincibile, difensore insostituibile della sicurezza nazionale. Ma nelle ultime settimane è riuscito a riaccreditarsi come l’unico baluardo contro la coalizione di forze ostili manovrate da Teheran.
Sul piano internazionale Israele non è mai stato così isolato. A parte il sostegno granitico di Trump (ma non più della maggioranza dei cittadini americani), qualche sparuta alleanza (Grecia) e l’indulgenza nei rapporti commerciali dell’Europa (Germania e Italia in testa) che non ha mai imposto sanzioni contro gli eccessi di potenza militare. Lo sterminio di reazione perpetrato a Gaza gli ha messo però contro (massimamente fra i giovani) le opinioni pubbliche di tutti i continenti. Nè giova al governo di ultradestra di Tel Aviv la prepotenza ostentata in Cisgiordania dai coloni, protetti dai ministri messianici Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, che difesi dall’Esercito si impadroniscono con violenza delle case e dei terreni dei palestinesi. Negando in radice il principio ufficializzato dall’Onu dei due popoli e due stati.
Ma un segmento in crescita dell’elettorato israeliano oggi tende a dar più valore al bisogno di protezione che alle accuse di sottovalutazione e di inerzia mosse a Netanyahu per la gestione inizialmente impacciata del 7 ottobre. Neanche gli scandali per i quali è indagato e per i quali rischia la galera fanno presa su una società sulla difensiva, avversa a ogni spiraglio di dialogo con il mondo arabo, sempre più convinta che l’unica garanzia di tutela, in barba ai trattati internazionali, è la Grande Israele estesa dal mare al fiume Giordano.
Del massacro dei palestinesi gli israeliani sono stati solo superficialmente informati. Sulle principali televisioni la propaganda di Stato ha occultato le operazioni più feroci e infamanti contro la popolazione civile (oltre 70 mila morti, fra cui molti bambini). Solo qualche organo di stampa come il quotidiano Haaretz ha svelato i dettagli di un disegno di sterminio che con l’obiettivo di eliminare i leader del terrorismo palestinese non esitava a colpire vittime del tutto innocenti.
La sindrome da accerchiamento spinge a considerare come atti di antisemitismo ogni critica mossa al governo. Un documentario di denuncia come “Naza”, mondialmente acclamato, è stato messo al bando (sui registi pende addirittura la minaccia di ritiro della nazionalità israeliana). E le cicatrici del 7 ottobre condizionano anche le strategie elettorali dei rivali di Netanyahu. Che originariamente per scalzarlo in una competizione così serrata contavano sull’intesa coi piccoli partiti arabi. Ma che oggi escludono di poter siglare accordi con formazioni che, anche se indirettamente, vengono associati alla tragedia nazionale prodotta da Hamas.
Gli ultimi sondaggi rappresentano un sostanziale equilibrio fra i blocchi principali. Nessuno ha la maggioranza e un terzo degli elettori appare ancora indeciso. Lo sfidante più accreditato di Netanyahu è il generale Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore. Una figura poco carismatica ma non meno risoluta nella lotta contro Hamas che in battaglia gli ha ucciso un figlio e due nipoti.
E’ il leader del partito centrista Yashar ed ha come alleati Naftali Bennett e Yair Lapid, che hanno riunito due liste di centrodestra nel nuovo partito Beyachad. In una dialettica politica tutta orientata per motivi di difesa militare a destra il conservatore Eisenkot viene descritto da Netanyahu come un estremista di sinistra amico degli arabi. Nella realtà a sinistra sopravvivono solo gruppuscoli con orizzonti di pura testimonianza.
Nei prossimi giorni il governo israeliano potrebbe premere su Trump, che da qualche mese dispone di un ordigno potentissimo (“la madre di tutte le bombe”), per la ripresa delle attività belliche contro l’Iran. Una capitolazione “storica” di Teheran farebbe ovviamente pendere l’ago della bilancia elettorale verso il Likud di Netanyahu. Ma a Trump, in un’America refrattaria per le conseguenze economiche alle guerre (il tycoon si è già disimpegnato nell’appoggiare l’Arabia Saudita contro gli Houti dello Yemen), conviene ingolfarsi in una ripresa dello scontro aperto con l’Iran dagli esiti indecifrabili?
Tutti i sondaggi indicano Trump perdente nella consultazione di midterm. Sicuramente alle elezioni per la Camera, forse anche quelle per il Senato (da rinnovare per un terzo). Sembra in discussione solo la dimensione della disfatta. Ma perfino più incerta è la possibile reazione del tycoon che fra i principi basilari della sua strategia campeggia il non ammettere mai una sconfitta. L’ha già fatto nel 2020 quando non concesse la vittoria a Joe Biden, anzi scatenò una raffica di battaglie legali in tutto il paese per smascherare presunti brogli. Le perse tutte. Non pago, forse non organizzò direttamente il tentativo di golpe del 6 gennaio 2021 sfociato nell’assalto al Campidoglio. Ma certo non lo scoraggiò (per poi elogiarlo e graziare i caporioni, diventati patrioti, dopo il ritorno alla Casa Bianca).
Uno sfregio alla democrazia che non gli ha impedito di rimontare clamorosamente la corrente. In parte per il declino cognitivo di Biden, in parte per il carovita di cui oggi è lui stesso vittima. Già in campagna elettorale ha rimescolato le carte ridisegnando le mappe in diversi Stati chiave a favore dei repubblicani (tentativo in parte imitato dai democratici). E ha cercato di bloccare il voto per posta (tendenzialmente orientato verso i democratici) incappando però nel veto della Corte Suprema pur di ispirazione conservatrice. Ora minaccia di far presidiare i seggi dai bravacci dell’Ice in modo per indurre gli immigrati (anche quelli legali che nel 2024 lo appoggiarono ma ora sono disgustati dai suoi decreti repressivi) a restarsene a casa per paura di retate. In modo da indebolire così l’opposizione.
Se perde non è escluso che la mattina del 4 novembre dichiari nulle le elezioni. Evocando un pretesto qualsiasi. Confidando su fatto che l’America ha metabolizzato un po’ intontita e un po’ rassegnata tutti i suoi oltraggi alla Costituzione. Dando l’impressione di aprire semplicemente l’ombrello in attesa che spiova. Un tempo, per infrazioni meno gravi, manifestazioni oceaniche avrebbero invaso le piazze. Oggi, con la pasionaria Alexandria Ocasio-Cortez che aspira alla Casa Bianca e il sindaco musulmano d New York Zohran Mamdani, ha ripreso vigore la corrente socialista che alle elezioni del 2028 mira a scalzarlo. Trump non potrebbe concorrere al terzo mandato, Ma se non trova argini, soprattutto negli Stati del Midwest ancora appesi alle sue mattane, chi può impedirgli di cambiare la Costituzione? Al momento, coi democratici ancora divisi, non si vede un movimento di massa sospinto dall’indignazione in grado di opporsi alla prepotenza del popolo Maga.
L’unico limite al suo potere, è giunto a dichiarare Trump, è la sua morale. E’ convinto, in altre parole, di poter fare quello che gli pare e piace. Arricchirsi a dismisura, per esempio, facendosi beffe dei conflitti di interesse. E pur risultando prevalentemente impopolare pure all'estero è consapevole che nessuno oserà inimicarsi fino in fondo il responsabile, sia pur arrogante e lunatico, della prima potenza mondiale.
Alcuni politologi evocano il rischio di una guerra civile. Un evento così estremo bloccherebbe però l’economia. Improbabile in un paese in cui la religione più diffusa resta quella del dollaro. E’ più verosimile che la sconfitta di Trump produca strascichi legali laceranti e la paralisi prolungata dei lavori del Congresso. Ma perfino se il tycoon dovesse per una volta accettare la sconfitta gli equilibri sarebbero scossi. Da “anatra zoppa” potrebbe bloccare coi veti le leggi della Camera e del Senato. Sarebbe però costretto a venire a patti con i democratici per il budget e per gli incarichi di vertice. E rischierebbe di finire di nuovo sotto impeachment anche se il procedimento abortirebbe perché per essere approvato esige al Senato la maggioranza irraggiungibile dei due terzi.
Sulla scena internazionale se sia Netanyahu che Trump vincono crescono le possibilità di un nuovo attacco all’Iran, di una deportazione in massa dei palestinesi e di un consolidamento dell’asse fra la Casa Bianca e il Cremlino ai danni del presidente ucraino Volodymyr Zelensky e dell’Europa che lo sostiene. Se vince solo Netanyahu avrà le mani legate dalla perdita del suo sponsor principale. E se vince invece a sorpresa solo Trump forse cesserà la guerra in Iran ma verrà del tutto meno l’impegno americano a favore dell’Ucraina, si accentuerà il distacco di Washington dall’Europa e gli Stati Uniti svilupperanno nuovi accordi di business con le altre due grandi potenze (Russia e Cina). Se perdono infine tutti e due l’America potrebbe cominciare a invertire la rotta verso il ritorno al rispetto della legalità costituzionale e Israele uscire dall’incubo della guerra permanente.
Non sono in ballo solo i seggi in due Parlamenti e le sorti di due governi. Lo è soprattutto la democrazia che, nonostante gli strumenti democratici di libere elezioni, rischia in due paesi determinanti di degenerare in autocrazia.
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