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Link to Mentre la capitale economica si avvantaggia di una deregulation urbanistica camuffata da interpretazioni legislative "creative", la nostra capitale politica sconta la rigidità delle sue norme, perdendo investitori e occasioni. Le inchieste in corso rivelano non solo un sistema opaco, ma anche un grave squilibrio competitivo tra le due principali città italianeMentre la capitale economica si avvantaggia di una deregulation urbanistica camuffata da interpretazioni legislative "creative", la nostra capitale politica sconta la rigidità delle sue norme, perdendo investitori e occasioni. Le inchieste in corso rivelano non solo un sistema opaco, ma anche un grave squilibrio competitivo tra le due principali città italiane
di Guido TalaricoL'hanno chiamata rigenerazione urbana, ma il sospetto è che sia stata piuttosto una furba operazione di rigenerazione delle rendite. La storia dell’urbanistica milanese degli ultimi quindici anni è una storia scritta tra le pieghe di norme interpretate con disinvoltura: Scia al posto dei permessi di costruire, grattacieli al posto di bassi edifici. Ed è una storia che non riguarda solo Milano. A pagarne le conseguenze, in maniera indiretta ma tangibile, è anche Roma — città che si trova oggi schiacciata dalla sua stessa macchina amministrativa, costretta a rispettare tempi e regole che altrove sono stati aggirati con astuzia e forse illegalmente.
Siamo profondamente garantisti quindi fino a quando non ci saranno sentenze passate in giudicato tutti rimangono innocenti, ma le indagini della Procura di Milano, con 74 indagati tra cui il sindaco Beppe Sala, l’assessore Tancredi e il costruttore Manfredi Catella, hanno scoperchiato un sistema: non solo presunti illeciti e favoritismi, ma un'intera filosofia amministrativa votata alla rapidità e alla semplificazione, anche quando le leggi sembrerebbero dire altro. Palazzi alti, autorizzati come se fossero semplici ristrutturazioni. Volumetrie aumentate, destinazioni d’uso cambiate, e il tutto senza piani attuativi, senza oneri dovuti, senza dibattiti pubblici. Una città che ha accelerato al punto da modificare la sua stessa identità.
Il danno che Milano ha procurato a Roma
Al contrario a Roma i tempi di costruzione tra un passaggio e l'altro diventano biblici e spesso si discute se anche una semplice tettoia vada autorizzata dalla Sovrintendenza. Investitori e costruttori fuggono, spaventati da iter lunghi, norme complesse e incertezza amministrativa. Così, inevitabilmente e senza che nessuno abbia avuto la forza di denunciarlo pubblicamente, la concorrenza tra le due città è diventata sleale. Perché mentre Milano offriva ai grandi gruppi internazionali pacchetti chiavi in mano — suolo, licenze, benedizione del Comune e tempi rapidissimi — Roma faceva attendere anni per un permesso in zona semi-centrale (vedi gli ex Mercati Generali o lo stadio della Roma). È così che la Capitale ha perso treni importanti: aziende, fondi immobiliari, clienti stranieri, eventi. Anche per questo a guadagnarci è stata soprattutto Milano, che si è costruita un’immagine di efficienza, un pò meritata, quanto meno per il lascito della migliore tradizione imprenditoriale meneghina, ma molto anche aiutata appunto da una certa disinvoltura amministrativa.
Il prezzo che oggi Milano paga lo scopriamo leggendo le carte della magistratura milanese: grattacieli "facili", piani regolatori bypassati, funzionari pubblici arrestati, inchieste per corruzione e favoreggiamento, un sistema che — stando alle accuse — avrebbe piegato la città agli interessi privati. La giunta si difende dicendo che tutto è stato fatto nel rispetto delle norme, che il decreto “Fare” del 2013 ha dato il via libera, che le Scia sono uno strumento legittimo. Vedremo come finirà la vicenda giudiziaria e fino ad allora, lo ripetiamo, restano tutti innocenti. Così come è doveroso ricordare che quando la magistratura, come in questo caso, di fatto interviene su materie non di sua competenza (la pianificazione urbanistica) vuol dire che la politica non ha fatto bene il suo dovere.
Perchè in fondo questa vicenda pone un tema di equità tra territori. Il cosiddetto “Salva Milano”, l’emendamento che avrebbe reso retroattivamente legittimo questo approccio semplificativo, dopo aver avuto un iter incerto, criticato anche dal Quirinale e definito da vari costituzionalisti come incostituzionale oggi appare definitivamente impantanato e quindi morto. Ma l'idea di fondo era proteggere il modello Milano fatto di velocità, disinvoltura e ampi profitti.
Intendiamoci, Roma negli anni, nonostante tutto, ha saputo recuperare qualcosa. Prova ne siano gli innumerevoli alberghi a 5 stelle che hanno aperto, i rifacimenti di strade e piazze e qualche infrastruttura realizzata per il Giubileo in corso. Ma sono interventi legati alla turismo, alla cultura e alla secolare bellezza di Roma. Nulla a che vedere con quello che è stato fatto a Milano, città che non a caso ha potuto attrarre la grande finanza internazionale, orfana di Londra, e gli investitori emiratini. E non si venga a dire che il tema è l'archeologia. Se le opere si vogliono fare anche a Roma si sono fatte. Vedi l'Auditorium, il Maxxi o il Mausoleo di Augusto.
Innovare le procedure in una modello che sia valido per tutti
E allora, in questa Italia che vede la sue due capitali andare a doppia velocità, viene addirittura da chiedersi — se non altro provocatoriamente — se il Comune di Roma non debba costituirsi parte civile nei processi milanesi. Perché un danno c’è stato: economico, d’immagine, sistemico. La concorrenza tra città non è solo una sfida di skyline e turisti, è anche una battaglia tra modelli di sviluppo. E quando uno di questi modelli si fonda su scorciatoie e interpretazioni creative della legge, mentre l’altro ne paga tutte le rigidità, si crea un cortocircuito che mina la credibilità dell’intero sistema paese.
Non vogliamo fare i moralisti: Roma non ha certo le mani pulite in tema urbanistico e le sue inefficienze e i suoi ritardi non sono imputabili ad altri se non alla propria classe dirigente. Ma, ripetiamo, è una questione di equità: se a parità di legge nazionale una città può usare una Scia per costruire un grattacielo e un’altra deve attendere anni per approvare un piano attuativo, allora non siamo più di fronte a due città diverse, ma a due mondi incompatibili.
Il cemento milanese ha prodotto skyline e quartieri “premium”, ma ha anche fatto esplodere gli affitti, espulso i residenti, cancellato il piccolo commercio. Ha generato una città per pochi, costosa, verticale, densa. E se il sistema giudiziario dovesse archiviare tutto - evenienza alquanto probabile - se le norme venissero riscritte per giustificare il passato, il rischio è che questo modello venga copiato altrove, senza riflessione, senza visione politica, senza giustizia sociale.
Roma ha recuperato un pò di attrattività solo grazie al suo eterno fascino, ma ha perso investitori e ha perso tempo. Su questo non vi è dubbio. E lo ha fatto anche perché altri hanno corso troppo — forse oltre il limite. È il momento dunque di ristabilire le regole del gioco. Magari, questo si, prendendo quello che di meglio e di più efficace ha fatto Milano per renderlo legge (e non prassi) nazionale. Qualche anno fa un avvocato napoletano, che aveva avuto grande successo a Torino, con l'ironia che lo caratterizzava mi spiegò che quelle che da Roma in giù vengono chiamate mazzette da Roma in su vengono chiamate "over-commision" e quelle che nel mezzogiorno vengono dipinte come operazioni di esterovestizione nel settentrione vengono chiamati processi d'internazionalizzazione. La politica colga questa occasione per ristabilire principi di equità normativa in materia edilizia che semplifichino e velocizzino le procedure in tutto il Paese e non in una città, ricordandosi che i "furbetti del quartierino" o i "baloss de quarti" vanno fermati prima che intervenga la magistratura.
(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati
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