Una bambina nata dopo un percorso di procreazione medicalmente assistita e una verità scoperta soltanto dopo il parto: la piccola non è biologicamente figlia della coppia che l'ha cresciuta durante la gravidanza.
È la vicenda che coinvolge una coppia napoletana, 41 anni lui e 36 lei, che si era rivolta al centro di PMA dell'ospedale San Paolo di Napoli per avere un secondo figlio. I due avevano cinque embrioni crioconservati e avevano scelto di utilizzarne uno. La bambina è nata nel giugno dello scorso anno.
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I primi sospetti sarebbero nati quando alla coppia è stato comunicato il gruppo sanguigno della neonata, risultato incompatibile con quello dei due genitori.
Da lì sono partiti ulteriori accertamenti, fino al test del Dna, che ha confermato ciò che la coppia non avrebbe mai immaginato: la bambina non presenta un legame genetico con loro.
La scoperta ha aperto un dramma personale e familiare. I genitori si sono chiesti che fine avessero fatto i loro embrioni e se uno di questi potesse essere stato trasferito a un'altra donna.
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La coppia ha presentato un esposto alla Procura di Napoli, dando origine a un'inchiesta per lesioni colpose. Gli accertamenti sono stati affidati anche ai carabinieri del NAS, chiamati a ricostruire ogni fase della procedura di procreazione medicalmente assistita.
L'obiettivo degli investigatori è comprendere come sia stato possibile arrivare all'impianto dell'embrione sbagliato e verificare la gestione dei campioni all'interno del centro.
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Sul caso è intervenuta l'Asl Napoli 1 Centro, che ha fornito una precisazione importante rispetto alla ricostruzione iniziale.
Secondo l'azienda sanitaria, non ci sarebbe stato uno scambio di embrioni in senso stretto. La ricostruzione dell'Asl parla piuttosto di un errore nella procedura di impianto: alla donna sarebbe stato trasferito l'embrione appartenente a un'altra coppia, mentre gli embrioni della coppia protagonista della vicenda non sarebbero stati impiantati in un'altra donna.
La distinzione è fondamentale perché, secondo questa versione, non esisterebbe un altro bambino biologicamente figlio della coppia nato da un loro embrione trasferito erroneamente altrove.
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Dopo essere venuta a conoscenza dell'accaduto, l'Asl ha avviato una serie di verifiche interne. Sono stati attivati un audit clinico, un gruppo ispettivo multidisciplinare e le procedure di segnalazione previste per gli eventi avversi.
L'attività di procreazione medicalmente assistita del centro è stata inoltre sospesa, mentre l'azienda ha avviato un percorso di riorganizzazione, censimento e gestione dei campioni e di verifica delle procedure.
L'Asl ha anche fatto sapere di considerarsi parte lesa nella vicenda e di aver informato la Procura attraverso i carabinieri del NAS.
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Al centro della vicenda resta naturalmente la bambina. Nonostante la scoperta del mancato legame genetico, la coppia ha dichiarato di averla riconosciuta e di volerla crescere.
È proprio questo l'aspetto più delicato della storia: oltre agli eventuali profili giudiziari e alle responsabilità da accertare, l'errore ha prodotto conseguenze profonde sul piano umano e familiare.
La coppia, attraverso il proprio legale, ha inoltre espresso il timore che possano esserci altri embrioni coinvolti nella vicenda e ha chiesto che venga fatta piena luce sulle procedure adottate nel centro.
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La questione è ora nelle mani della magistratura. Saranno gli accertamenti della Procura e del NAS a stabilire come sia avvenuto l'errore, in quale fase della procedura si sia verificato e se vi siano state violazioni o responsabilità individuali.
Per il momento, quindi, è importante distinguere tra ciò che è stato accertato e ciò che resta da verificare: è certo che la bambina non è biologicamente figlia della coppia; l'Asl sostiene però che non vi sia stato uno scambio reciproco di embrioni, bensì l'impianto dell'embrione appartenente a un'altra coppia.
L'inchiesta dovrà ora ricostruire tutti i passaggi della procedura e chiarire definitivamente come sia stato possibile un errore tanto grave all'interno di un percorso di fecondazione assistita.
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