Nellie Bly e i manicomi, un’inchiesta ancora attuale sulla pazzia

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Giulia Catricala
Giulia Catricala
Nellie Bly e i manicomi, un’inchiesta ancora attuale sulla pazzia

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di Giulia Catricalà

Per secoli il limite fra custodia e cura è stato incerto, poroso, sfocato. La materia bruciante della “pazzia” veniva confinata nelle strutture invalicabili dei manicomi. Eppure, grazie ai polverosi archivi della storia, una trama di lettere e appunti è riuscita a varcare le mura degli istituti arrivando fino ai giorni nostri. Reperti di un passato increscioso che vorremmo cancellare ad ogni costo, lasciandoci tutto alle spalle. Voci di donne disperate, spesso rinchiuse ingiustamente perché ribelli, indipendenti e assertive.

C’è chi, invece, ha scelto di simulare la follia per fornire la propria testimonianza in presa diretta. È il caso della giornalista Nellie Bly, attivista ante litteram per i diritti delle donne e fondatrice del giornalismo d’inchiesta.

Nel 1887, Elizabeth Jane Cochran -vero nome di Nellie Bly- si finse pazza per farsi internare nel manicomio femminile di Blackwell’s Island, a New York. Bastarono poche frasi sconnesse e una notte in un dormitorio per indigenti, e la macchina amministrativa dell’internamento fece il resto.

Quello che scoprì - e che denunciò nel suo celebre reportage Ten Days in a Mad-House - fu uno scenario disumanizzante: donne perfettamente ragionevoli trattate come criminali, vittime di torture e umiliazioni, isolate dal resto del mondo. Alle detenute veniva imposto di mangiare con le mani, dovevano sottoporsi a docce ghiacciate ed erano continuamente vessate dal personale della struttura.

L’inchiesta di Bly non solo fece scalpore, ma contribuì a una riforma sostanziale delle istituzioni psichiatriche negli Stati Uniti, segnando un punto di svolta nella storia del giornalismo d’inchiesta.

La follia, del resto, è sempre stata un territorio conteso tra sapere e potere: anche oggi continua a essere strumento di manipolazione per screditare sistematicamente il dolore femminile, causato da patologie non psichiatriche.

È una violenza più segreta, più intima, che si insinua nei reparti ospedalieri, nei corridoi delle cliniche, ed è difficile da denunciare.

Se i manicomi sono stati chiusi, tra l’altro, resta il nodo dei trattamenti sanitari obbligatori, spesso abusivi e praticati in assenza dei presupposti previsti dalla legge.

C’è ancora molto da fare per arginare l’arroganza diagnostica e garantire una vera tutela della salute delle donne. È sicuramente necessaria una migliore formazione del personale medico, che preveda iter di sensibilizzazione sulle patologie femminili.

Ogni volta che ci sentiamo lontani dagli spettri del passato, dovremmo chiederci quali sono le violenze che oggi ci appaiono normali, socialmente accettate, e che fra 50 anni saranno considerate un’altra parentesi tragica per la dignità delle donne, chiedendo conto del nostro silenzio.

(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati

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