Benjamin Netanyahu rompe gli indugi e respinge apertamente il piano sostenuto dall'amministrazione di Donald Trump per arrivare al disarmo di Hamas nella Striscia di Gaza. «Israele esclude il documento in 15 punti», ha dichiarato il premier israeliano domenica durante una riunione del governo, chiarendo che le forze israeliane non procederanno ad alcun ritiro finché Hamas non avrà deposto le armi.
A riferirlo è il New York Times, che sottolinea come la presa di posizione rappresenti una rottura pubblica particolarmente significativa tra Netanyahu e Trump, dopo mesi di rapporti segnati da convergenze e contrasti sulla guerra e soprattutto sulle modalità per arrivare a una soluzione a Gaza.
Il piano era stato annunciato alla fine di luglio dal presidente americano e dal suo Board of Peace, la nuova struttura incaricata di seguire l'attuazione del cessate il fuoco nella Striscia. Trump aveva presentato l'intesa con Hamas come un importante passo avanti. L'ufficio di Netanyahu aveva inizialmente espresso riserve, sostenendo che il documento non riflettesse le posizioni israeliane, senza però arrivare a respingerlo formalmente.
Ora il premier ha scelto una linea molto più netta.«Non ci sarà alcun ritiro finché Hamas non sarà disarmato», ha detto Netanyahu, precisando che il disarmo dovrà riguardare «le armi pesanti, le armi leggere, tutte le armi». «Parliamo di un vero disarmo», ha aggiunto.
L'intesa sostenuta da Washington prevede un processo graduale. Hamas dovrebbe consegnare progressivamente le proprie armi a una nuova amministrazione palestinese incaricata di governare Gaza. In cambio, Israele dovrebbe ritirare le proprie forze dalla parte della Striscia che controlla dal cessate il fuoco dello scorso ottobre.
Il meccanismo è però ancora in larga parte da definire. Secondo il testo dell'accordo, Israele dovrebbe prima rispettare alcune condizioni rimaste in sospeso dall'intesa di cessate il fuoco dell'ottobre scorso, tra cui la cessazione delle operazioni militari.
Successivamente, un comitato internazionale dovrebbe verificare il rispetto degli impegni. Hamas sarebbe chiamato a «disattivare e immagazzinare» le armi pesanti nell'ambito di un processo supervisionato da un gruppo di tecnocrati palestinesi sostenuti dagli Stati Uniti.Anche le milizie palestinesi armate da Israele per combattere Hamas dovrebbero consegnare le proprie armi. La tabella di marcia prevedeva che i dettagli venissero definiti entro 14 giorni dalla conclusione dell'accordo, una scadenza ormai prossima e resa ancora più incerta dal rifiuto espresso da Netanyahu.
Hamas ha pubblicamente accettato l'accordo sostenuto dagli Stati Uniti. Restano tuttavia forti dubbi sulla possibilità che il gruppo palestinese accetti concretamente di consegnare il proprio arsenale a una nuova amministrazione di Gaza.
Il New York Times ricorda che la lotta armata contro Israele costituisce infatti uno degli elementi centrali dell'identità politica e militare di Hamas. Per questo, anche in presenza di un'accettazione formale dell'intesa, gli analisti israeliani dubitano che il movimento sia disposto a rinunciare effettivamente alle proprie armi.
L'accordo è arrivato dopo mesi di negoziati riservati tra i dirigenti di Hamas che vivono all'estero e rappresentanti del Board of Peace di Trump. Il negoziato è stato condotto nella pratica da un gruppo ristretto di funzionari scelti dall'amministrazione americana, tra cui Nickolay Mladenov, ex inviato delle Nazioni Unite per il Medio Oriente.
L'obiettivo dei mediatori statunitensi era trovare una formula che consentisse a Hamas di rinunciare alle armi senza rendere l'accordo inaccettabile per il movimento palestinese. Il nodo del disarmo si intreccia con quello del cessate il fuoco. Nonostante l'accordo raggiunto lo scorso ottobre, Israele ha continuato a condurre attacchi quasi quotidiani nella Striscia, secondo quanto riferito dalle autorità sanitarie palestinesi.
Gli attacchi hanno provocato più di mille morti da ottobre, secondo le stesse fonti, tra cui esponenti di Hamas ma anche civili e bambini. Nel fine settimana successivo alla conclusione dell'accordo, i bombardamenti si erano intensificati, con oltre 18 persone uccise secondo le autorità sanitarie di Gaza. E si sono in larga parte fermati dopo l'incontro della scorsa settimana tra Mladenov e Netanyahu. L'inviato americano aveva criticato i bombardamenti, sostenendo che avessero provocato vittime civili e distrutto forniture mediche essenziali.
Il rifiuto del piano arriva in un momento delicato per Netanyahu, che in autunno dovrà affrontare una difficile campagna elettorale e che continua a rivendicare l'obiettivo della «vittoria assoluta» su Hamas.A quasi tre anni dall'attacco del 7 ottobre 2023, però, il movimento palestinese continua a controllare parti della Striscia, territorio nel quale esercita da quasi vent'anni una posizione dominante.
La questione del disarmo resta quindi il principale ostacolo alla realizzazione dell'intesa americana. Da una parte Washington punta a trasformare il cessate il fuoco in un processo politico che porti Hamas fuori dal controllo militare di Gaza; dall'altra Netanyahu insiste sul fatto che nessun ritiro israeliano possa precedere la completa eliminazione dell'arsenale del gruppo. Il punto di rottura è dunque ormai esplicito. Il piano di Trump parte dal disarmo di Hamas come elemento di un processo graduale accompagnato dal ritiro israeliano; Netanyahu, invece, pretende che il disarmo sia una condizione preliminare e completa prima di qualsiasi ritiro.
È su questa differenza che si gioca ora la possibilità di salvare l'accordo.
(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati