Link to Klee ha trasformato la tortuosità della sua condizione fisica in un vettore di rinnovamento creativo, dando vita a una simbologia ieratica e archetipicaKlee ha trasformato la tortuosità della sua condizione fisica in un vettore di rinnovamento creativo, dando vita a una simbologia ieratica e archetipica
Chiunque abbia amato un artista detesta vederlo incasellato nell’etichetta del malato, riducendo la complessità di un corpo sofferente a una definizione sterile.
In verità parlare della grandezza di Klee senza soffermarsi sulla sua condizione autoimmune, la sclerodermia sistemica, significherebbe oscurare parte del suo genio e della sua straordinaria versatilità. Perché Klee la malattia l’ha trasformata in mezzo espressivo, in linguaggio, in simbolo.
La diagnosi arrivò nel 1935, all’età di 56 anni, anche se i sintomi si erano manifestati già negli anni precedenti con dolori articolari, affaticamento cronico, difficoltà respiratorie e una progressiva rigidità articolare e cutanea.
Da ospite sgradevole la malattia si trasformò in elemento strutturante della visione di Klee. Le importanti limitazioni fisiche non ridussero il suo gesto pittorico, né lo contennero, ma ne ridefinirono ritmo e forma.
I tratti si fecero più essenziali e archetipici, mentre la composizione divenne meditata, quasi grafica. Come se la vitalità del corpo si ritirasse lasciando spazio a una visione interiore, scarnificata e simbolica.
Klee non si barricò in una poetica del dolore, sebbene quel dolore sia lampante nelle ultime creazioni, ma riformulò il segno in una nuova dinamica espressiva. Le opere degli ultimi anni, come Tod und Feuer (1940) e Ohne Titel (Engel, noch tastend), mostrano un’urgenza artistica che è anche profondamente fisica. Non si tratta di estetizzare la sofferenza né di romantizzarla, ma di riconoscere come la disabilità abbia plasmato un linguaggio caratterizzato da tratti più intensi, ieratici e metaforici.
Il 1939 è l’anno del noto autoritratto scomposto, (Unterbrochene Metamorphose ) dove l’autore si rappresenta letteralmente “a pezzi” e con un’espressione di angoscia sul volto, come per rimarcare la netta differenza fra il prima e il dopo, fra salute e malattia.
Tornando a Tod und Feuer (1940), che può essere considerato un altro autoritratto della condizione terminale, una traccia di questa metamorfosi è evidente nella fusione del volto con la scritta “Tod” (morte) e nel fuoco divora la figura.
Paul Klee ha trasformato la tortuosità della sua condizione fisica in un vettore di rinnovamento formale e concettuale, a conferma che la malattia non è una cittadinanza del dolore né un luogo di resa, ma un’occasione per ricodificare il proprio mondo in termini inediti.
(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati
(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati