Perché investire in cultura: la lettera degli operatori al Governo è una sfida per tutto il Paese

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Guido Talarico
Guido Talarico
Perché investire in cultura: la lettera degli operatori al Governo è una sfida per tutto il Paese

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Link to La missiva inviata all'esecutivo dal mondo della cultura riapre un tema centrale per l’Italia: senza un investimento strutturale e continuo in cultura, il Paese rischia di indebolire uno dei suoi principali asset economici, sociali e identitari. La cultura non è un lusso, ma una leva strategica di sviluppo, coesione e competitività internazionaleLa missiva inviata all'esecutivo dal mondo della cultura riapre un tema centrale per l’Italia: senza un investimento strutturale e continuo in cultura, il Paese rischia di indebolire uno dei suoi principali asset economici, sociali e identitari. La cultura non è un lusso, ma una leva strategica di sviluppo, coesione e competitività internazionale

di Guido Talarico

Negli ultimi anni la cultura è tornata con forza al centro del dibattito pubblico. E questa è di per se una notizia positiva che si spera chiuda quella fase dominata dal concetto riassunto nello slogan "la cultura non fattura" che per lustri ha avvelenato tante scelte di politica economica. Dalla grammatica ora però occorre passare alla pratica, cioè ad una trasformazione delle buone intenzioni in azioni concrete. La lettera indirizzata al Governo da operatori, istituzioni e protagonisti del settore culturale va in questa direzione. La missiva infatti non è solo un appello, ma una presa di posizione netta: investire in cultura significa investire nel futuro dell’Italia. Non si tratta di una rivendicazione corporativa, ma di una richiesta fondata su dati, esperienze e visione di lungo periodo.

L’Italia - sembra quasi assurdo doverlo ancora ricordare - possiede uno dei patrimoni culturali più vasti e riconosciuti al mondo, ma continua a investire meno di altri Paesi europei in termini di risorse pubbliche, pianificazione strategica e politiche strutturali. La cultura viene spesso considerata una voce di spesa accessoria, da sostenere quando le condizioni economiche lo permettono, invece che un motore primario di crescita economica, occupazionale e sociale.

[caption id="attachment_69730" align="alignright" width="300"] Federico Mollicone[/caption]

Eppure, i numeri parlano chiaro. La filiera culturale e creativa produce valore, genera lavoro qualificato, attrae turismo, stimola innovazione e rafforza l’immagine internazionale del Paese. Ogni euro investito in cultura ha un effetto moltiplicatore che si estende ben oltre musei, teatri e biblioteche, coinvolgendo territori, imprese, formazione e ricerca. Ridurre o frammentare questi investimenti significa rinunciare consapevolmente a una parte della nostra competitività. Tutti dati già molto chiari al Governo guidato da Giorgia Meloni, tant'é che il Presidente della Commissione Cultura della Camera, Federico Mollicone anche la scorsa settimana intervistato da Radio Radicale ribadiva la volontà dell'Esecutivo di affrontare tutte le vicende culturali del Paese - a cominciare da quella dell'editoria - con la dovuta attenzione.

Ma c'è di più: il valore della cultura non è solo economico. In un contesto segnato da disuguaglianze crescenti, fragilità sociali e crisi identitarie, la cultura svolge una funzione insostituibile di coesione, inclusione e costruzione del senso civico. È uno spazio di elaborazione collettiva, di dialogo tra generazioni, di confronto critico. Investire in cultura significa in altri termini rafforzare la democrazia, formare cittadini più consapevoli, contrastare l’impoverimento del dibattito pubblico.

La lettera al Governo sottolinea anche un altro punto cruciale: servono politiche culturali stabili, non interventi episodici. La cultura ha bisogno di programmazione, di visione e di continuità. Senza certezze sui finanziamenti e senza una strategia di lungo periodo, anche le eccellenze rischiano di indebolirsi, e i giovani talenti di cercare altrove opportunità che il Paese non è in grado di offrire.

[caption id="attachment_80386" align="alignleft" width="270"]vattani Umberto Vattani[/caption]

C'è infine una non banale questione che supera i nostri confini. Un investimento serio in cultura è anche una scelta geopolitica. In un mondo sempre più competitivo, la cultura è uno strumento di soft power, capace di rafforzare il ruolo dell’Italia nello scenario internazionale. E noi in questo settore abbiamo una tradizione consolidata, felicemente avviata da personalità visionarie come l'Ambasciatore Umberto Vattani (padre di "Farnesina Contemporanea") che fu tra i primi a comprendere come l'arte fosse uno strumento di straordinaria efficacia a disposizione del nostro Paese. Del resto cinema, arti visive, editoria, musica, patrimonio storico e creativo sono linguaggi universali che parlano al mondo e costruiscono relazioni durature, spesso più efficaci di molte politiche economiche o diplomatiche di tipo tradizionale.

Il messaggio che arriva alla politica dal mondo della cultura insomma è chiaro: non basta difendere l’esistente, occorre rilanciare. Servono risorse, ma soprattutto serve riconoscere alla cultura lo status di infrastruttura strategica del Paese, al pari dell’istruzione, della sanità e della ricerca. Continuare a considerarla un settore marginale significa non comprendere la natura profonda dell’Italia e il potenziale che essa esprime. Investire in cultura, oggi, non è una scelta ideologica né un atto simbolico. È una decisione pragmatica, necessaria, lungimirante. È il modo più concreto per trasformare la nostra storia in futuro, e per fare della cultura non solo una memoria da conservare, ma una forza viva capace di generare sviluppo, senso e comunità.

Sappiamo bene che la coperta delle risorse economiche a disposizione del Governo è molto corta. Dover arrivare, anche se nel tempo,  ad una spesa per la difesa pari al 5% del nostro Pil è - tanto per fare un esempio - fa capire quanti pochi margini di manovra abbia la Premier. Rimane una questione di scelte. Che poi è la missione più propria delle politica: fare scelte giuste nel supremo interesse collettivo. Quelle più lungimiranti poi hanno spesso un lungo respiro, producendo risultati misurabili nel tempo. Il che non aiuta un certo modo di fare politica di oggi tutto orientato a produrre risultati nel brevissimo. Giorgia Meloni ha cognizione di tutto questo e tempra politica per affrontare quest'altra sfida. Ma è doveroso ricordare che questa è una sfida anche per tutti noi. La politica segue l'elettorato quindi ogni spinta al cambiamento deve anche venire dal basso. Vedremo come finirà.

(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati

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