Link to Il neuroscienziato di Harvard Marco Loggia ci parla di dolore cronico, un disturbo frainteso e avvolto da falsi mitiIl neuroscienziato di Harvard Marco Loggia ci parla di dolore cronico, un disturbo frainteso e avvolto da falsi miti
Un ambito in cui il mistero della percezione ha contribuito al consolidarsi di fraintendimenti sul dolore cronico, ancora oggi sistematicamente invalidato e stigmatizzato.
La sua ricerca tesa a rintracciare i biomarcatori del dolore tramite studi di neuroimaging rappresenta una speranza per milioni di persone nel mondo e svela la natura biochimica e plastica di un disturbo troppo spesso psicologizzato dalla comunità medico-scientifica.
Si parla sempre più frequentemente di dolore nociplastico e neuroinfiammazione. Si tratta della stessa condizione o di due realtà cliniche diverse? Può spiegarci che sintomi comportano e come si manifestano?
Quella di dolore nociplastico è una definizione controversa, che non tutti hanno accettato. Costituisce il terzo descrittore dopo dolore nocicettivo (causato da uno stimolo lesivo dei tessuti non nervosi) e dolore neuropatico (causato da danni o disfunzioni del sistema nervoso) e rappresenta una forma di dolore che riteniamo accompagnata da modificazioni plastiche a livello del sistema nervoso (inclusi il cervello e/o midollo spinale). La neuroinfiammazione è considerata uno dei possibili substrati biologici e non equivale automaticamente allo sviluppo di una condizione di dolore nociplastico. È un meccanismo che può mediare il dolore ma non solo: dai nostri studi sta emergendo che il significato clinico e funzionale della neuroinfiammazione dipende dalle regioni cerebrali coinvolte. In uno studio su pazienti affetti da lombalgia cronica la severità del dolore nociplastico era proporzionale al segnale nella corteccia somatosensoriale primaria, però, abbiamo notato che spostandoci verso regioni più limbiche la neuroinfiammazione era proporzionale ai sintomi depressivi e in altre aree all’affaticamento cronico.
Il primo trattato sul dolore risale a più di 2000 anni fa, eppure il dolore cronico rappresenta ancora una sfida complessa della medicina contemporanea e c’è un’ampia fascia di pazienti insoddisfatti delle terapie disponibili. Perché questo ritardo? E perché i farmaci impiegati nella terapia del dolore -come gli anticonvulsionanti e gli antidepressivi - sono stati sviluppati in origine per altre patologie?
Forse perché per anni abbiamo trattato solo una parte dei meccanismi coinvolti nel dolore cronico, trascurandone altri. Fino a pochissimi anni fa il dolore cronico era considerato esclusivamente un problema di ipereccitabilità neuronale. Così si sono adoperati gli anticonvulsionanti e altri farmaci, che calmano l’eccitabilità delle vie di comunicazione nervosa. Per troppo tempo è stata ignorata l’interazione con il sistema immunitario: misurare la neuroinfiammazione rappresentava una sfida complessa. Negli ultimi anni, però, stiamo mostrando che in questi pazienti c’è un aumento dei segnali cerebrali, anche a livello del midollo spinale.
Crede che ci siano in sperimentazione terapie promettenti? La risonanza magnetica potrà essere impiegata universalmente per la diagnosi del dolore nociplastico?
Molte aziende farmaceutiche sembrano interessate alla neuroinfiammazione. Mi piace pensare che il mio laboratorio stia contribuendo a illustrare il ruolo dell’infiammazione nel dolore cronico ed è possibile che presto vengano sviluppate nuove terapie. In aggiunta, si riscontrano risultati incoraggianti con tecniche di neuromodulazione, come TMS (stimolazione magnetica transcranica) e altre terapie, quando applicate a certe condizioni (come la fibromialgia).
Per quanto riguarda la risonanza magnetica, non abbiamo ancora una misura convincente del dolore clinico. La risonanza magnetica funzionale riesce a misurare piuttosto bene l’attività neurale in seguito a uno stimolo esogeno, ma non abbiamo modo di predire con convinzione il dolore della lombalgia cronica o i dolori della fibromialgia.
Quindi l’uso della risonanza nell’ambito del dolore cronico è ancora finalizzato alla ricerca ed è lontano dal rientrare in un protocollo standard. Magari potrebbe essere impiegata dalle case farmaceutiche per monitorare la risposta ai farmaci in sperimentazione.
A fronte di gravi malattie cardiache, correlate secondo numerosi studi a tratti psicologici come le personalità di tipo A, nessuno si sognerebbe di parlare di disturbo psicosomatico o di negare una cura. Invece, nel caso del dolore cronico, i sintomi vengono spesso sminuiti o attribuiti a cause psicogene. C’è un gap culturale verso il dolore cronico?
Se non è disponibile un metodo per visualizzare un disturbo risulta difficile credere alla sua organicità. Come quando non si conosceva la causa dei temporali e venivano imputati a punizioni divine. Non esiste ancora un biomarcatore oggettivo, e c’è un po’ di sciovinismo epistemologico, nonché un forte stigma per cui si pensa a concetti obsoleti come l’isteria femminile. Il dolore cronico -infatti- si riscontra con maggiore frequenza nelle donne, che sono più predisposte a sviluppare questa condizione per fattori genetici e ormonali.
(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati
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