Roditori e redentori: gli scoiattoli asiatici di Maratea

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Giulia Catricala
Giulia Catricala
Roditori e redentori: gli scoiattoli asiatici di Maratea

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di Giulia Catricalà

Avevo scelto Maratea non per una vera attrazione verso la sacralità del luogo, ma per la reticenza calcarea della pietra e la distanza - distanza sia geografica che relazionale, che mi avrebbe permesso di sottrarmi a una vacanza di socialità forzata e riflettere.

Eppure, dal mio rullino fotografico non spiccava un Cristo Redentore arroccato su una valle di tornanti- come ci si aspetterebbe da chiunque si sia preso la briga di salire fin lassù- ma una buffa coda di scoiattolo, una mezzaluna di pelliccia albina presente in ogni inquadratura.

Così la curiosità ha preso il posto dell’introspezione, e mi sono ritrovata a seguire questa moltitudine piumosa e iperattiva, il cui avvento sembrava essere stato non solo ignorato dalle guide turistiche, ma attivamente occultato dalla pro-loco grazie a un accordo di silenzio con il piccolo regno animale.

Mentre il Cristo Redentore indicava il mare come monito a guardare oltre, io braccavo la sagoma vorticosa del roditore, per coglierne ogni dettaglio. Alcuni erano bianchi, altri marroni, altri double-face.

Fu in quel momento che mi accorsi di non voler più essere sola: non si può davvero riflettere su sé stessi se non si è prima disposti a lasciarsi invadere da un mistero. E i misteri non tollerano la solitudine: esigono pubblico, confronto, vogliono essere scrutati.

Non era chiaro quando queste creature rosicchianti e minuscole fossero approdate sulla costa tirrenica della Basilicata: la storia variava in base all’interlocutore e all’inclinazione dei raggi solari.

Il proprietario del ristorante più in voga di Maratea rispondeva con la stessa certezza marmorea a ogni mia domanda: “Sono arrivati con la pandemia!”. Come se il Covid-19 avesse avuto, tra le sue tante conseguenze telluriche, anche quella di sdoganare lo scoiattolo esotico in terra lucana. Aggiungeva, con tono complice e sguardo feroce, che la forestale stava cercando di sterminarli da anni con l’impiego di tutte le risorse possibili.

La proprietaria del B&B dove alloggiavo, una donna cordiale e fornita di quell’intuito tagliente che si affina solo dopo decenni di turismo estivo e colazioni servite a tedeschi ipertrofici, aveva invece un’altra teoria.

A suo dire, la colpa era interamente da attribuire a Stefano Rivetti, figura mitica dell’imprenditoria lucana e protagonista di svariate e infauste trattative immobiliari. Sarebbe stato proprio lui, negli anni Ottanta, a trapiantare una coppia di scoiattoli asiatici convinto forse di arredare il paesaggio con un tocco di fauna kitsch.

La mia vacanza andava avanti senza particolari eventi degni di nota. La piccola colonia di roditori non autorizzati era diventata un’ossessione silenziosa, e non per la perfezione biologica della loro code termoregolate, ma per una verità che avrei appreso solo dopo.

Ogni mattina mi svegliavo alle sei e, tra i bagliori dell’alba, distinguevo nitidamente la tenera silhouette dello scoiattolo. Dietro di lui solo il mare. Saltava con grazia microscopica dalla balaustra del terrazzo ai cavi elettrici, incurante di essere fuori luogo e fuori contesto. La coda vigile disegnava un punto interrogativo nel cielo.

Una volta rientrata a Roma, lo scoiattolo divenne per me l’icona del dubbio: piccolo, insistente, pronto a moltiplicarsi da un momento all’altro. Anche il dubbio, come i denti aguzzi e in perenne crescita dei roditori, ha bisogno di un freno, di una lima. E di trampolini di lancio e impensabili appigli.

Così, ogni volta che mi sento fuori asse, o che silenziosamente contesto la mia aderenza al tessuto delle cose - o anche solo quando la considero vacillante e goffa - provo a ripensare agli scoiattoli di Maratea.

Braccati da un’intera comunità che li tollera appena, scagliati in un luogo dove la loro presenza non era evoluzionisticamente prevista, eppure sempre in procinto di volare dal carrubo ai rami aguzzi dei pini marittimi, di sfrecciare sui fili dell’alta tensione.

Liberi, noncuranti e indomabili, con la fede guizzante di chi non può in alcun modo intuire il concetto di errore.

(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati

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