La liberazione di Youssef Siher diventa un caso politico. A poche ore dalla decisione della giudice per le indagini preliminari di Milano Tiziana Landoni di non convalidare il fermo del ricercatore, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni interviene con un video pubblicato sui social, contestando duramente il provvedimento e chiamando in causa il lavoro delle forze dell'ordine e degli inquirenti.
«Lo dirò senza mezzi termini: considero vergognosa la decisione del gip di Milano di non convalidare l'arresto di Youssef Siher», afferma la premier, facendo riferimento al trentenne indagato per aver amministrato il canale Telegram Movimento 17 ottobre, nato dopo le violenze che hanno interessato Milano.
Meloni ritiene che la decisione rappresenti una mortificazione del lavoro investigativo e mette in discussione la capacità dello Stato di garantire sicurezza ai cittadini di fronte a provvedimenti giudiziari di questo tipo.
Parole che provocano una reazione immediata da parte della magistratura e riaprono il confronto sui rapporti tra potere esecutivo e autorità giudiziaria.
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Al centro della vicenda c'è il provvedimento di 37 pagine con cui la gip Tiziana Landoni ha respinto la richiesta della Procura di Milano di applicare la custodia cautelare in carcere nei confronti del ricercatore.
Siher era stato fermato nella notte tra sabato e domenica, nell'ambito delle indagini sui canali social del Movimento 17 ottobre. I pubblici ministeri avevano ipotizzato i reati di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e violenza organizzata durante le manifestazioni pubbliche.
Secondo la giudice, tuttavia, gli elementi raccolti non consentono, allo stato delle indagini, di riconoscere gravi indizi di colpevolezza per le fattispecie contestate.
La distinzione riguarda soprattutto il contenuto dei messaggi diffusi online. Pur riconoscendo la presenza di espressioni particolarmente dure contro il governo e le istituzioni, la gip ritiene che non emergano indicazioni concrete a commettere atti violenti o altri reati.
I riferimenti alla disobbedienza civile e alla necessità di organizzare proteste settimanali vengono quindi interpretati come manifestazioni del pensiero politico, non sufficienti a configurare un'istigazione penalmente rilevante.
La decisione non equivale a un'assoluzione: il procedimento resta aperto e gli investigatori potranno proseguire gli accertamenti.
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È proprio questa valutazione giudiziaria a provocare la reazione della presidente del Consiglio.
Nel video, Meloni collega il ruolo attribuito a Siher nell'organizzazione delle proteste alle devastazioni verificatesi nelle precedenti manifestazioni milanesi, sostenendo che la mancata convalida del fermo rischi di vanificare il lavoro di chi è impegnato nella tutela dell'ordine pubblico.
La premier si domanda come lo Stato possa proteggere i cittadini e le attività commerciali di fronte a decisioni di quella che definisce «certa magistratura».
Una posizione condivisa dal vicepremier Matteo Salvini, che giudica la liberazione incomprensibile alla luce della gravità delle contestazioni avanzate dalla Procura.
Il leader della Lega richiama inoltre il rischio di nuovi episodi di violenza in occasione delle manifestazioni annunciate per venerdì a Milano, arrivando a interrogarsi sulla responsabilità del magistrato qualora si verificassero ulteriori disordini.
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Le dichiarazioni della premier suscitano la dura risposta dell'Associazione nazionale magistrati, che esprime solidarietà alla giudice milanese e denuncia il rischio di delegittimazione dell'autorità giudiziaria.
Secondo l'Anm, le decisioni dei magistrati possono essere contestate attraverso gli strumenti previsti dall'ordinamento, ma non dovrebbero trasformarsi in attacchi personali da parte di chi ricopre responsabilità istituzionali.
A intervenire sono anche il presidente del Tribunale di Milano Fabio Roia e la presidente della sezione gip-gup Vincenza Maccora, che definiscono irricevibili le dichiarazioni rivolte alla collega.
I vertici del Tribunale ricordano che il controllo sulla legittimità dei provvedimenti restrittivi della libertà personale costituisce una garanzia fondamentale dello Stato di diritto e che eventuali contestazioni devono essere affrontate nelle sedi giudiziarie competenti.
Lo scontro si sposta così dal merito dell'indagine al rapporto tra politica e magistratura, con due letture differenti della vicenda: da un lato le preoccupazioni del governo per la sicurezza pubblica, dall'altro la necessità di subordinare ogni limitazione della libertà personale ai presupposti stabiliti dalla legge.
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La vicenda registra un ulteriore sviluppo durante una conferenza stampa a Palazzo Chigi, quando la presidente del Consiglio viene interrogata sulla ricostruzione proposta nel video.
Meloni riconosce di aver utilizzato un tempo verbale improprio, che poteva far apparire le manifestazioni promosse attraverso il canale di Siher come direttamente collegate alle devastazioni già avvenute.
La premier precisa che avrebbe dovuto riferirsi alle manifestazioni che avevano portato ai disordini, anziché utilizzare una formulazione che suggeriva una successione temporale diversa.
«Ho sbagliato il tempo di un verbo, mi scuso», dichiara, ribadendo però che le contestazioni a carico del ricercatore risultano riportate anche nell'ordinanza giudiziaria.
La precisazione non modifica il giudizio politico espresso sulla mancata convalida del fermo, ma introduce una distinzione rilevante: l'esistenza di un'indagine per istigazione non dimostra che l'indagato abbia organizzato o provocato le violenze precedenti.
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La vicenda arriva a pochi giorni dall'entrata in vigore del nuovo decreto sicurezza, approvato dopo gli scontri di Milano e contenente disposizioni più severe contro le violenze organizzate durante le manifestazioni.
Il caso Siher rappresenta uno dei primi terreni di confronto sull'applicazione delle nuove norme, ma anche sui limiti entro i quali la comunicazione politica può assumere rilevanza penale.
Per la Procura, i messaggi pubblicati sui canali del Movimento 17 ottobre giustificavano l'ipotesi di reati gravi e la richiesta di una misura cautelare. Per la gip, invece, gli elementi disponibili non superano la soglia necessaria per privare il ricercatore della libertà.
La differenza non riguarda la legittimità delle violenze di piazza, che restano perseguibili, ma l'accertamento di una responsabilità personale e il confine tra dissenso, disobbedienza civile e istigazione a commettere reati.
Intanto Siher è tornato libero, mentre le indagini proseguono. La polemica, però, è ormai diventata un confronto istituzionale che supera il singolo procedimento giudiziario, riportando al centro del dibattito pubblico l'equilibrio tra sicurezza, libertà di espressione e indipendenza della magistratura.
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