Link to Il 19 luglio 1992 la strage di via D’Amelio spezzò la vita di Paolo Borsellino e dei suoi agenti di scorta. Oggi quella ferita resta aperta, tra dolore, domande irrisolte e un’eredità morale che interpella lo Stato e le nuove generazioni.Il 19 luglio 1992 la strage di via D’Amelio spezzò la vita di Paolo Borsellino e dei suoi agenti di scorta. Oggi quella ferita resta aperta, tra dolore, domande irrisolte e un’eredità morale che interpella lo Stato e le nuove generazioni.
Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha parlato di ”una ferita ancora aperta” e di un sacrificio che «chiede coerenza, coraggio e responsabilità». Lorenzo Fontana, presidente della Camera, ha voluto riportare l’attenzione su un oggetto simbolico: la borsa che Borsellino portava con sé anche il giorno della strage, oggi esposta a Montecitorio. Un oggetto semplice, diventato emblema di dedizione quotidiana.
A distanza di oltre tre decenni, via D’Amelio è ancora un punto fermo nella memoria del Paese. Ma la memoria, per non svuotarsi, deve diventare scelta, azione, continuità. La lotta alla mafia non si celebra una volta all’anno: si pratica ogni giorno, nei tribunali, nelle scuole, nei comportamenti pubblici e privati.
Borsellino lo aveva capito. Non cercava riconoscimenti. Chiedeva verità, giustizia, coerenza. E la consapevolezza che non si può combattere il crimine organizzato senza un’idea chiara di Stato. Trentatré anni dopo, il suo nome resta una misura. E una responsabilità.
(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati
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