Talent Prize 2026, Friedrich Andreoni vince la 19ª edizione

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Redazione

Il primo premio va all'opera di Andreoni "Un tout sans fin". Seconda Martina Zanin, terza Carlota Bulgari. Alla GNAMC il 10 dicembre la mostra dei finalisti e la cerimonia di premiazione

Talent Prize 2026, Friedrich Andreoni vince la 19ª edizione

È il momento di scoprire i nomi che hanno conquistato la 19ª edizione di The Talent Prize. Dopo la selezione dei finalisti, il lavoro della giuria si è concluso con l’assegnazione dei riconoscimenti che definiscono la classifica di quest’anno, insieme ai tre premi speciali. Un’edizione che riunisce ricerche molto diverse tra loro, accomunate da una particolare attenzione alla materia, alla memoria, ai dispositivi tecnologici e ai modi in cui l’opera può entrare in relazione con lo spazio e con chi la attraversa.

A conquistare il primo premio è Friedrich Andreoni con Un tout sans fin, un’installazione che costruisce una trama di corrispondenze tra architettura, storia, memoria e immaginario cinematografico. Concepita per la 18ª Quadriennale d’arte, l’opera ha al centro la voce di Claudia Cardinale, registrata mentre intona Sinnò me moro, la ballata composta da Carlo Rustichelli per Un maledetto imbroglio di Pietro Germi. Il campionamento proviene dall’acqua contenuta in una fonte battesimale in travertino, al cui interno, parzialmente sommersa, è collocata una piccola scultura in bronzo appartenuta all’attrice. Suono, materia e memoria si incontrano in un sistema di rimandi che restituisce un’immagine stratificata dell’immaginario cinematografico legato a Cinecittà. Al vincitore va un riconoscimento del valore di 10mila euro (5mila in denaro e 5mila in promozione).

Seconda classificata è Martina Zanin con A PREDATOR IS A PREDATOR IS A PREDATOR…, una scultura in bronzo composta dalla ripetizione di un artiglio di rapace nell’atto di ghermire la preda. Il riferimento agli studi fotografici sul dinamismo e il movimento animale di Eadweard Muybridge si intreccia a una riflessione sulla violenza e sulle forme del potere. La ripetizione diventa così una struttura visiva che richiama anche i rituali del comando, dell’educazione e della punizione.

Al terzo posto Carlota Bulgari con Endocrystalline Gardens, installazione composta da sei strutture metalliche che sostengono contenitori in vetro dalla forma organica. Al loro interno, sculture cave realizzate attraverso la caramellizzazione dello zucchero sono sottoposte a un processo di ricristallizzazione regolato da un sistema di umidificazione e da dispositivi elettronici DIY. La materia continua così a modificarsi nel tempo, dando forma a un ecosistema in cui organico e tecnologico convivono e la trasformazione diventa una condizione permanente.

A decretare i risultati è stata una giuria composta da figure di primo piano del sistema dell’arte italiano e internazionale: Shai Baitel, direttore artistico del Modern Art Museum di Shanghai; Tania Coen-Uzzielli, direttrice del Museo d’Arte di Tel Aviv; Renata Cristina Mazzantini, direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma; Chiara Parisi, direttrice del Centre Pompidou di Metz; Federica Pirani, della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali; Ludovico Pratesi, curatore e fondatore di Spazio Taverna; Marcello Smarrelli, direttore artistico della Fondazione Pastificio Cerere e della Fondazione Ermanno Casoli; Guido Talarico, editore e direttore di Inside Art; Maria Emanuela Bruni, presidente della Fondazione MAXXI; Roberta Tenconi, curatrice di Pirelli HangarBicocca; Anna Mattirolo, storica dell’arte e curatrice, e Aliza Wong, direttrice dell’American Academy in Rome.

La lista dei finalisti prosegue con Fabrice Borzì, quarto classificato con senza titolo — è questo che sognavo da bambino?. L’installazione porta nello spazio espositivo alcuni oleandri, piante tipiche dei margini autostradali del Sud, scelte per la loro capacità di crescere in condizioni ostili. Il paesaggio stradale e la vegetazione diventano immagini di appartenenza, ritorno e sradicamento: piante vive ma trasportate, radicate ma contenute, che restituiscono una riflessione non conciliatoria sul rapporto con la propria terra.

Al quinto posto Federica Di Pietrantonio con hibernate, parte della serie SuspenseState. Due cuscini ricamati a mano, dotati di cuffie, invitano il visitatore ad ascoltare composizioni musicali generate attraverso un software scritto dall’artista, capace di tradurre il linguaggio in suono. I comandi informatici associati allo spegnimento, all’ibernazione e alla modalità standby vengono così trasformati in inviti al riposo e alla sospensione, mettendo in relazione il funzionamento dell’hardware con gli stati intermedi del corpo e della coscienza.

Sesta è Guendalina Urbani con Un mare di vetro, un’installazione ambientale composta da centinaia di frammenti di gomma siliconica che simulano schegge di vetro. L’apparente pericolosità dell’ambiente induce una prima reazione di cautela, subito contraddetta dall’esperienza diretta: attraversando l’opera, il visitatore scopre una materia morbida e cedevole. La distanza tra ciò che appare e ciò che è diventa così uno strumento per interrogare i meccanismi della percezione e il modo in cui costruiamo la nostra relazione con il reale.

Al settimo posto Emanuele Dainotti con Chiptide, videoinstallazione ambientata in una città sommersa costruita intorno all’infrastruttura necessaria a raffreddare i sistemi di calcolo. Qui la previsione non è soltanto il tema dell’opera, ma anche il metodo attraverso cui è stata realizzata: modelli di intelligenza artificiale generativa sono stati utilizzati per selezionare sequenze visive, strutture sonore e ritmi di montaggio sulla base di processi probabilistici. L’opera diventa così una riflessione sulla previsione come infrastruttura e sul rapporto tra immagini, interpretazione e calcolo.

Giorgio Di Noto, ottavo classificato, presenta Hidden Collections #1, progetto nato da una ricerca nell’archivio fotografico archeologico del Museo Nazionale Romano. L’artista recupera alcune lastre originali e rende visibili le tracce delle manipolazioni effettuate sui negativi per eliminare, in fase di stampa, le informazioni considerate non pertinenti intorno ai reperti. Le immagini diventano così nuovi oggetti d’archivio, sospesi tra documentazione e cancellazione, e riflettono sui processi di selezione attraverso cui ogni archivio determina ciò che viene conservato, mostrato o nascosto.

Al nono posto Alessandra Cecchini con The palm in the mirror is closer than it appears, opera realizzata appositamente per il Talent Prize 2026. Al centro c’è lo specchietto retrovisore di una 500 A, la Topolino utilizzata da Palma Bucarellinei suoi viaggi tra Roma e Caprarola durante la Seconda guerra mondiale per mettere in salvo le opere della Galleria Nazionale d’Arte Moderna. Sullo specchio è sovrapposta la fotografia di una palma, realizzata dall’artista nei pressi di Piazza Ippolito Nievo, dove il padre di Bucarelli ne aveva piantata una in occasione della sua nascita. Specchio e fotografia costruiscono così un gioco di rimandi tra immagine, percezione e memoria.

Chiude la selezione dei dieci classificati Pier Lorenzo Pisano con IOELEI / SOBS, una decostruzione di una relazione di coppia attraverso gli oggetti acquistati insieme. Un lungo scontrino raccoglie una serie di oggetti, ciascuno accompagnato da una breve storia e dal relativo prezzo, fino al totale finale. La somma diventa un dispositivo narrativo attraverso cui l’artista prova a dare una forma concreta alla memoria e a ricomporre una relazione attraverso i suoi frammenti materiali.

Link to I premi speciali della diciannovesima edizioneI premi speciali della diciannovesima edizione

Tre sono i premi speciali assegnati dalla giuria.

Il Premio Speciale GNAMC va a Sveva Angeletti per e guarda come il vento, pure andando dove deve andare, bacia tutte le cose e non dimentica niente _ 06.2025, parte del progetto Tell Me About It, ricerca avviata nel 2022 sul rapporto tra linguaggio, memoria, percezione e sistemi computazionali. L’opera combina fotografie stampate su Dibond spazzolato con un sistema composto da microfono, software e plotter 2D. Il dispositivo ascolta racconti orali e restituisce una trascrizione parziale, determinata da ciò che è in grado di rilevare e interpretare. L’immagine e il linguaggio diventano così due forme di mediazione che mettono in discussione l’idea stessa di rappresentazione.

Il Premio Speciale Inside Art è assegnato a Camilla Alberti per Saltational Monsters. Monster 3, parte di una ricerca dedicata alla trasformazione di rovine e materiali di scarto in nuovi composti scultorei. Polveri di oggetti abbandonati, materia organica e residui industriali vengono combinati con pigmenti e leganti naturali per dare forma a organismi ibridi. All’interno dell’opera è custodito un lichene, presentato come reliquiario: un olobionte, cioè un organismo costituito dalla simbiosi di differenti forme di vita. La materia diventa così uno spazio di relazione tra processi fisici, biologici e simbolici.

Il Premio Speciale AMPA va infine a Zoe Pelikan per Belvedere I. L’opera prende le mosse dalla trasformazione del paesaggio del Gargano e dalle strutture edilizie legate allo sviluppo turistico della costa. Frammenti di cemento provenienti da quelle costruzioni sono messi in relazione con lunghi drappi di seta semitrasparente sostenuti da tondini di ferro. La metafora della perla, nata dalla reazione a un corpo estraneo, diventa il punto di partenza per una riflessione sulle tracce lasciate sul territorio da un’idea di sviluppo che ha trasformato il paesaggio in modo permanente.

La mostra dei finalisti della 19ª edizione di The Talent Prize sarà ospitata alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma a partire dal 10 dicembre 2026, giornata in cui si terrà anche la cerimonia di premiazione alle ore 18.00. Sarà l’occasione per riunire le opere selezionate dalla giuria e restituire al pubblico la pluralità di linguaggi, materiali e prospettive emersa da questa diciannovesima edizione del premio.

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