Le parole di Trump su Giorgia Meloni — "mi ha implorato per una foto" — non sono una gaffe isolata, ma l'ennesimo segnale di una postura americana che tratta i vecchi alleati come vassalli. E mentre Washington svilisce l'Europa, un veterano controverso della politica francese avverte: il rischio di un'escalation nucleare con la Russia non è mai stato così concreto
di Guido Talarico
Reduce da una settimana complicata in Medio Oriente, Donald Trump ha pensato bene di rivalersi sul capo del governo italiano. Partiamo da fatti di questa vicenda che ha fatto il giro del mondo. In una telefonata a L'Aria che tira su La7, il presidente americano ha raccontato che a margine del G7 di Evian Giorgia Meloni lo avrebbe "implorato di fare una foto", aggiungendo con sarcasmo di averla accontentata solo perché gli "ha fatto pena". Poco dopo, alla Nbc, ha rincarato: "Era una mia fan, ma non la voglio". La replica della premier è arrivata in pochi minuti: dichiarazioni "totalmente inventate", "io e l'Italia non imploriamo mai". Il vicepremier Antonio Tajani ha annullato per protesta la sua visita negli Stati Uniti del 21 e 22 giugno; il presidente Mattarella ha telefonato a Palazzo Chigi per esprimere solidarietà.
Vestendo una delle maschere che preferisce, quella del bullo, Trump questa volta ha tentato di intimidire la presidente del Consiglio di una grande nazione, membro del G7, della Nato e dell'Unione Europea, alleata storica di Washington e fin troppo fedele all'interesse americano. Un atteggiamento che il Presidente americano aveva già riservato a Macron ("sbaglia sempre"), a Starmer ("non è Churchill"), a Papa Leone XIV. Una collezione di umiliazioni che molti ascrivono ad una serie di scatti d'umore di un imprenditore con la vocazione dell'avanspettacolo greve, ma che in realtà rappresentano un metodo, uno strumento di negoziazione geopolitica.
Ed è qui che l'episodio italiano smette di essere cronaca personale e diventa sintomo. La frattura con Roma si è aperta quando l'Italia ha negato il sostegno militare americano per sbloccare lo Stretto di Hormuz e quando si è esposta in difesa del Pontefice. Letti in fila, questi attacchi suggeriscono non il caos di un carattere ingovernabile, ma il disegno di una potenza che preferisce i vassalli ai partner. Un'America che da un'Europa divisa, dipendente e insicura ricava un vantaggio, e che con la sua diplomazia del disprezzo logora proprio l'alleanza che per ottant'anni ha tenuto insieme le due sponde dell'Atlantico. La volontà di indebolire i vecchi alleati dunque nei fatti non può più essere letta come analisi dietrologica: è la lettura più economica di una sequenza di gesti fin troppo coerenti.
La stessa Meloni così, suo malgrado, ci da un'interpretazione autentica dei fatti quando indica la via d'uscita osservando di non capire "perché il presidente degli Stati Uniti si comporti così con i propri alleati". La leader, che si definiva orgogliosamente sovranista, scopre sulla propria pelle che le relazioni internazionali non si fondano sulle amicizie personali, e che a contare non è la simpatia del potente di turno ma il peso specifico di un Paese — economia, certo, ma anche storia, cultura, soft power e dignità nazionale.
Mentre Washington svilisce l'Europa, però, il continente scivola verso un confronto con la Russia per cui non è attrezzato. In un'intervista al magazine francese Atlantico — da non confondere con il settimanale americano The Atlantic — Jean-Luc Schaffhauser, ex eurodeputato eletto nel 2014 con il sostegno del Front National e da anni accusato di essere un agente d'influenza del Cremlino, sostiene che la Nato sia già di fatto cobelligerante: senza i finanziamenti, l'intelligence, i satelliti e le armi occidentali, l'Ucraina non potrebbe colpire in profondità Mosca, San Pietroburgo e le infrastrutture militari russe. "Colpiamo la Russia sul suo suolo", dice, e Putin — sotto pressione delle fazioni più radicali del suo apparato — per ora si trattiene.
Il monito di Schaffhauser si fa più cupo sul terreno nucleare. All'ipotesi avanzata da Emmanuel Macron di estendere l'ombrello atomico francese a sei o sette Stati europei, Schaffhauser risponde evocando uno scenario di escalation che attribuisce allo stratega russo Sergej Karaganov: a un primo attacco convenzionale russo contro un Paese Nato seguirebbe una risposta convenzionale europea, e quindi la tentazione di Mosca di ricorrere a un'arma nucleare tattica. Se a quel punto Parigi brandisse la propria bomba, l'Europa rischierebbe "danni assolutamente catastrofici". È una voce di parte, dichiaratamente filorussa, e va presa per quello che è; ma l'inquietudine di fondo — sull'ombrello francese e sull'assenza di un'architettura di sicurezza collettiva — è condivisa ben oltre la sua cerchia.
Ed è qui che in qualche modo le due storie convergono. Da un lato un protettore ed alleato divenuto evidentemente inaffidabile, che umilia e divide; dall'altro una minaccia a est che nessun Paese europeo può fronteggiare da solo. La lezione che ne discende alla fine è quella di sempre, e vale per l'intera classe politica italiana, maggioranza e opposizione: la politica estera è tanto più forte quanto più è condivisa, quanto più poggia sul peso reale del Paese anziché sul favore dell'uomo forte del momento. Per un'Europa stretta tra il disprezzo di Trump e l'ombra della Russia, l'autonomia strategica non è più un'opzione. È una necessità.
(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati