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Link to Il Presidente degli Stati Uniti gestisce e negozia con lo spirito dei cowboy per preservare il dominio americano e passare alla storia come il presidente che ha dato un nuovo ordine mondialeIl Presidente degli Stati Uniti gestisce e negozia con lo spirito dei cowboy per preservare il dominio americano e passare alla storia come il presidente che ha dato un nuovo ordine mondiale
di Guido TalaricoIl genio di Sergio Leone, uno che l’America la conosceva bene, ci ha regalato la descrizione migliore di quello spirito da cowboy che continua ad animare gli yankee: “Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, l'uomo con la pistola è morto”. L’uomo con il fucile è Donald Trump. Gli altri hanno le pistole. Se non fosse che alle spalle ha la più grande potenza militare ed economica del mondo il Presidente degli Stati Uniti non si potrebbe permettere di bullizzare amici, nemici e parenti come invece sta facendo dal giorno in cui si è insediato.
Lui stesso si vede così, come Clint Eastwood nel saloon dove si gioca la vita per “un pugno di dollari”. Non a caso nell’incontro con Zelensky Trump ha paragonato la geopolitica a una partita di carte. Secondo lui, i russi, che controllano il 20% dell’Ucraina, "hanno le carte", il popolo ucraino che è a casa sua ed è stato invaso invece no. E con questa logica tratta gli alleati, che giorno dopo giorno sembrano diventare ex alleati. Il Canada, il Messico, la Groenlandia, l’Europa hanno tutti carte peggiori di lui e dunque possono essere bistrattati a piacimento.
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L’uomo col fucile, che vuole la pace subito, si definisce un “maestro dell’accordo”. Armato di una capacità negoziale ruvida che secondo alcuni osservatori lui usa con l’ambizione di arrivare al Nobel per la Pace. Sembrerebbe insomma che Trump punti a ottenere vittorie in Ucraina, Medio Oriente e anche nei negoziati con la Cina, per essere ricordato come uno dei più grandi presidenti americani di tutti i tempi. Tuttavia le cose non sono così semplici. Aveva detto pace in un giorno ora è passato a sei mesi. Lui vorrebbe un cessate il fuoco almeno nei primi 100 giorni del suo mandato, l’amico Vladimir invece sembra non aver alcuna fretta.Trump del resto, pur restando un ammiratore di Putin, sa di avere d’innanzi un interlocutore difficile. Alcuni sostengono così che Donald si stia comportando da cowboy proprio per parlare la stessa lingua di Putin. L’hanno chiamata la strategia di "due maschi alfa", cioè una combinazione di durezza iniziale seguita da negoziati. Il guaio è che i timori che Putin stia manipolando Trump si fanno sempre più forti, visto che fin qui la Russia ha concesso veramente poco. La storica Anne Applebaum, come riferisce Il Corriere della Sera, suggerisce che Trump stia cercando un accordo economico con la Russia, forse immaginando una divisione del mondo con Putin e Xi Jinping. Il che non è esattamente un pugno di dollari.
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Il tema centrale dei negoziati riguarda le concessioni che Trump sarebbe disposto a fare pur di raggiungere la tregua promessa ai suoi elettori. Trump ha ribadito il suo sostegno alla Nato, in particolare all’articolo 5 e alla Polonia, ma ha lasciato intendere che l’Ucraina non entrerà nella Nato e che la Russia potrebbe mantenere una parte dei territori conquistati. Il dilemma riguarda soprattutto quali concessioni potrebbe fare se Putin dovesse chiedere la rimozione di Zelensky o il ritiro delle truppe Nato dall’Europa dell’Est. In sostanza, Trump non sembra preoccupato della Russia, che considera “una potenza in declino”, ma teme che Cina e Iran possano approfittare della situazione, in particolare se Pechino riuscisse a ricostruire l’Ucraina e a farla diventare una sua colonia.
La questione orientale non è affatto banale, anzi forse è il vero punto di interesse di Washington. Mentre la maggior parte degli osservatori guarda ai negoziati sulla guerra in Ucraina, un’altra partita geopolitica si gioca in Oriente, con la Cina che rivendica un ruolo da mediatore. Pechino, tradizionale alleato della Russia e dell'Iran, ha ospitato recentemente un incontro tripartito con i ministri degli Esteri russo e iraniano per discutere della questione nucleare iraniana. Wang Yi, ministro degli Esteri cinese, ha ribadito che il dialogo e la negoziazione sono l’unica via per risolvere il problema nucleare, escludendo qualsiasi intervento militare da parte degli Stati Uniti o di Israele. La Cina si pone fermamente contro qualsiasi azione che possa destabilizzare ulteriormente la situazione in Iran. Senza parlare di Taiwan e del Pacifico che sono i veri grandi temi di confronto tra Pechino e Washington.
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Insomma, si gioca una partita globale che orienterà il futuro dell’intero globo. Da un lato abbiamo un presidente cowboy che vuole prolungare il dominio americano anche in questo secolo, dall’altro un leader russo concentrato soprattutto sulla conservazione del suo potere e ad oriente una nazione che ha sempre preferito negoziare più che sparare. Una partita molto complessa che di fatto vede l’Europa non al tavolo, ma al lato a guardare. Loro trattano, noi ci dividiamo su tutto, anche sul riarmo.
E questo vale a Bruxelles come a Roma. Mentre una portavoce russa continua ad attaccare ed insolentire il nostro Presidente Sergio Mattarella, a cui invece andrebbe la piena solidarietà dell'intero Paese, noi ci dividiamo su tutto. Sul rafforzamento della difesa comune, la cui necessità appare lampante, il Partito Democratico, per paura di perdere voti a sinistra, si spacca in dissonanza anche con i socialisti europei. A destra la Premier Giorgia Meloni, sempre attiva sui fronti internazionali, a casa è costretta a mediare tra la posizione europeista di Forza Italia e quella pacifista e putiniana di Matteo Salvini, uno che fino a poche settimane fa proponeva la reintroduzione della leva obbligatoria. E allora allarghiamo l'allegoria di Sergio Leone. L’uomo col fucile ammazza l’uomo con la pistola. Quelli incapaci di andare oltre il proprio cortile li trastulla con i dazi.
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