Link to Dallo scorso 11 novembre sono state uccise altre 113 donne, una ogni tre giorni, quasi tutte uccise in famiglia o nell'ambito della sfera affettiva. Mai partita l’educazione alle relazioni nelle scuole promessa dal ministro dell'Istruzione ValditaraDallo scorso 11 novembre sono state uccise altre 113 donne, una ogni tre giorni, quasi tutte uccise in famiglia o nell'ambito della sfera affettiva. Mai partita l’educazione alle relazioni nelle scuole promessa dal ministro dell'Istruzione Valditara
Nella notte tra l'11 e il 12 novembre di un anno fa veniva uccisa Giulia Cecchettin dall'ex fidanzato Filippo Turetta. La sua storia, quella di una ragazza di 22 anni, studentessa di ingegneria biomedica, uccisa con 75 coltellate a pochi giorni dalla laurea ha sconvolto il Paese, cambiando la narrazione dei femminicidi in Italia.
In questo, un ruolo importante lo hanno avuto non tanto le istituzioni, ma le vittime insieme a Giulia di quella violenza. Sono stati proprio il padre e la sorella di Giulia, Gino ed Elena Cecchettin, infatti, a mettersi in prima linea con il loro dolore nella lotta contro la violenza di genere, all'interno della quale il femminicidio è solo l'ultimo scalino. Oggi, da quella sofferenza trasformata in amore, è nata una fondazione che si impegna nella formazione di ragazzi e ragazze sul tema dell'educazione affettiva.
L'omicidio di Giulia Cecchettin: uno spartiacque per la società civile in Italia
La prima volta che viene fatto il nome di Giulia Cecchettin è per l’allerta di persona scomparsa. È la sera dell’11 novembre 2023 e la 22enne di Vigonovo, in provincia di Padova, smette di rispondere, intorno alle 22.43 ai messaggi della sorella, Elena Cecchettin. La ragazza studia all'estero, è allarmata, chiama il padre. Giulia era uscita nel pomeriggio con il suo ex, Filippo Turetta, 23enne di Torreglia. Dovevano andare al centro commerciale Nave de Vero, a Marghera, per comprare un paio di scarpe per la laurea della ragazza che si sarebbe svolta da lì a qualche giorno.
Dal giorno successivo tutta Italia sarà con il fiato sospeso, insieme ai familiari di Giulia, per capire dove sono finiti lei e Filippo Turetta. Tutta Italia scoprirà giorni dopo che Giulia è morta. Ad ucciderla è stato proprio Turetta, che ha confessato (la sentenza di primo grado è attesa per il prossimo 3 dicembre). Tutta Italia, però, se lo aspettava. Perché? Inutile parlare di sesto senso collettivo, il motivo è che tutti i pezzi della storia della scomparsa di Giulia portavano in quella direzione, perché parte di un copione già sentito troppe volte. Una relazione che finisce per volontà di lei, lui che non la accetta, gli infiniti tentativi di tornare insieme, l'ossessione del controllo. Sono questi gli elementi emersi, prima nelle ricostruzioni dei familiari e degli amici di Giulia, poi, nelle parole del suo assassino che, durante il processo a suo carico, ha parlato dei motivi che lo hanno portato a quell'atto di violenza. La notizia del femminicidio di Giulia ha scosso profondamente l'opinione pubblica come mai prima di allora aveva fatto nessun altra vittima. Forse per la giovane età, forse per il traguardo della laurea spezzato, forse per la descrizione del carnefice, "un gigante buono" come lo definivano alcuni della sua cerchia, per lo stupore che "un bravo ragazzo" potesse essere capace di tanta violenza.
Chiamare le cose con il proprio nome: "Il femminicidio è omicidio di Stato"
Forse, però, è soprattutto per queste parole qui: "Il femminicidio è omicidio di Stato", "Bisogna capire che amare è molto meglio che odiare". A pronunciarle sono stati Elena e Gino Cecchettin, il papà e la sorella Giulia. Entrambi di fronte alla morte di Giulia hanno saputo trasformare il dolore nella spinta per contribuire a trasformare la società, smascherando la violenza di genere e le narrazioni in cui si nasconde. Non hanno parlato di "mostri" né di "follia omicida" ma sono stati i primi a chiamare le cose con il loro nome ("patriarcato", "cultura del controllo") e a non volere vendette o pene esemplari ma un cambiamento radicale della società, un mettersi in gioco da parte di tutti, in primis dalle istituzioni, perché la violenza di genere è un tema che coinvolge tutti.
La fondazione in onore di Giulia Cecchettin: piani didattici per le scuole
E i primi a mettersi in gioco sono stati proprio loro. La famiglia Cechettin ha dato vita a una fondazione intitolata a Giulia Cecchettin per fare formazione contro la violenza di genere, sostenere le vittime e andare nelle scuole. Un anno dopo il femminicidio della ragazza, è stato il papà Gino ad annunciare l’avvio di un nuovo progetto che possa ricordare la figlia facendo prevenzione: “Abbiamo lavorato tanto, in modo assiduo”, ha detto a Fabio Fazio a “Che tempo che fa”. “Adesso la presenteremo a Montecitorio il 18 novembre”. Si tratta di un progetto che punta a realizzare dei piani didattici, che "i membri del comitato tecnico, tutti professori universitari, psicologi, pedagogisti elaboreranno, per una proposta che porteremo nelle scuole”. Un percorso, ha concluso, che ha la velleità “di portare alla decisione di avere un’ora di educazione all’affettività nelle scuole”.
Dal femminicidio di Giulia le morti non si fermano ma crescono le denunce
Dalla morte di Giulia sono state uccise 113 donne, una ogni tre giorni, quasi tutte ammazzate in famiglia o nella sfera degli affetti. 62 donne, in particolare, sono morte per mano di mariti, fidanzati, ex. Ma è vero anche che da un anno a questa parte sono cresciute le richieste di aiuto."Le telefonate sono aumentate del 70 per cento", ha raccontato a Repubblica Elisa Ercoli, presidente di Differenza Donna che gestisce il servizio 1522, il numero nazionale contro la violenza e lo stalking. "Le operatrici-prosegue Ercoli- rispondono a 200 chiamate al giorno, una su quattro arriva da una donna che chiede aiuto o da un amico, una sorella, un genitore che lo fa per lei". Le richieste d'aiuto aumentano, quindi, e questo significa due cose: da una parte si è infranto il muro di silenzio e di isolamento delle vittime, dall'altra le persone si sentono più partecipi in queste vicende, capiscono sempre di più che la capacità di cogliere i segnali di abusi e violenze è fondamentale per fermare l’escalation che potrebbe portare alla morte di altre donne. In questo, il clamore della morte di Giulia Cecchettin e di altre dopo di lei, come il caso di Giulia Tramontano, è servito, e non a poco. Qualcuna si è salvata così, come ha raccontato Gino Cecchettin ieri da Fazio, parlando di una ragazza che lo ha fermato per ringraziarlo per l'impegno profuso nel raccontare la storia di Giulia affinché non accadesse più a nessuna. "Sentendo quello che è successo a Giulia ho capito che dovevo lasciare il mio ragazzo, per me è stato un campanello d'allarme", avrebbe detto la giovane. Un segnale di speranza che, però, non basta da solo. Come ha più volte sottolineato Elena Cecchettin da un anno a questa parte, il problema è la cultura patriarcale che permea la società e da cui nessuno può considerarsi estraneo. Per questo serve, prima di tutto, un programma educativo che parta dalle scuole, dalle menti di ragazzi e ragazze per insegnare loro la differenza tra amore e possesso.
Stenta a decollare il progetto di "Educazione alle relazioni" nelle scuole promesso dal ministro Valditara
Sull'onda dello shock della vicenda di Giulia Cecchettin da più parti erano stati proposti programmi e provvedimenti per prevenire la violenza di genere. Anche il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara aveva avanzato un piano per le scuole: l'“Educazione alle relazioni”. Un provvedimento giudicato da molti troppo timido per un Paese come l'Italia che rientra tra i soli cinque stati europei a non prevedere l'educazione sessuo-affettiva per legge. Così la proposta, nata tra le polemiche, è rimasta lettera morta. Il Fonags, forum delle associazioni di genitori, che avrebbe dovuto coordinare il progetto, non è stato mai convocato. Se in campo educativo le iniziative vanno a rilento, neppure le misure per ridurre i danni funzionano alla perfezione.
I braccialetti elettronici in tilt
Pensiamo al braccialetto elettronico. In Italia sono più di 10mila quelli attivi, un numero che è raddoppiato nell’ultimo anno per l’inasprimento delle norme. Ma tanti non funzionano come dovrebbero e a farne le spese sono le donne, che pagano con la propria vita. Solo tra settembre e ottobre del 2024 tre donne sono state uccise nonostante i loro aggressori lo indossassero. In merito, il Senato ha appena avviato un’indagine conoscitiva per capire come mai non funzionino come dovrebbero. Se da una parte, infatti, non si attivano quando necessario, dall'altra-come sottolinea l’Usmia, il sindacato dei carabinieri- si sono registrati 20mila falsi allarmi che fanno invece correre le pattuglie dove non serve, facendo vivere le donne in uno stato di allerta e paura perenne.
(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati
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