Un Paese che cresce e spende, ma che appare senza futuro per denatalità e fuga continua dei giovani

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Guido Talarico
Guido Talarico
Un Paese che cresce e spende, ma che appare senza futuro per denatalità e fuga continua dei giovani

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Link to L’Italia non è un Paese povero né in declino economico, ma vive una contraddizione profonda: cresce, produce, protegge, eppure non riesce a offrire prospettive credibili alle nuove generazioni. Tra crollo delle nascite, Neet, bassi salari e migrazione forzata dei talenti, il benessere diffuso convive con una frattura generazionale sempre più evidenteL’Italia non è un Paese povero né in declino economico, ma vive una contraddizione profonda: cresce, produce, protegge, eppure non riesce a offrire prospettive credibili alle nuove generazioni. Tra crollo delle nascite, Neet, bassi salari e migrazione forzata dei talenti, il benessere diffuso convive con una frattura generazionale sempre più evidente

di Guido Talarico

Se si ascolta il lato pessimistico del racconto pubblico che accompagna ogni manovra economica, l’Italia appare come un Paese allo stremo: impoverito, diseguale, incapace di garantire servizi essenziali e dignità sociale. Una narrazione che, se presa alla lettera, descrive una nazione sull’orlo di una crisi sistemica. Eppure, non è così: guardando ai numeri e al posizionamento internazionale, emerge un quadro molto diverso, se non addirittura opposto.

L’Italia è una delle principali economie del pianeta, tra i primi Paesi al mondo per Pil, export e manifattura. Dispone di un sistema di welfare esteso, di una sanità pubblica universalistica, di un patrimonio culturale senza eguali e di una protezione sociale che, nel mondo, riguarda meno del 10% della popolazione globale. In termini assoluti, non è un Paese povero. E non è nemmeno un Paese che non cresce.

La contraddizione sta altrove. Sta nel fatto che questa crescita, questa ricchezza e questo sistema di tutele non si traducono in opportunità reali per le fasce più giovani della popolazione. Anzi, sembrano spesso cristallizzarsi a vantaggio di chi è già dentro il sistema, lasciando ai margini chi dovrebbe rappresentarne il futuro.

Oltre alla già ben nota problematica del crollo delle nasciate, che fa del nostro un Paese sempre più vecchio e destinato inesorabilmente ad accogliere immigrati se vorrà mantenere i propri cicli produttivi e pensionistici, anche i dati sui giovani Neet appaiono sempre più preoccupanti. Nonostante un lieve miglioramento negli ultimi anni, l’Italia resta ai vertici europei per percentuale di giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione. Una condizione che non riguarda una minoranza marginale, ma un segmento ampio e strutturale della popolazione giovanile. Un esercito silenzioso che vive in una sospensione prolungata, spesso all’interno delle famiglie, senza autonomia economica né prospettive chiare.

Ancora più inquietante è il fatto che il rischio Neet non colpisca solo chi ha bassi livelli di istruzione. In Italia l’incidenza è particolarmente elevata anche tra i diplomati, segno di un sistema educativo che fatica a trasformare i titoli di studio in competenze spendibili sul mercato del lavoro. Il messaggio implicito che arriva ai giovani è disarmante: studiare non garantisce mobilità sociale, lavorare non garantisce stabilità, impegnarsi non garantisce riconoscimento.

A questo si aggiunge il tema dell’emigrazione. Ogni anno decine di migliaia di giovani qualificati lasciano il Paese per cercare all’estero ciò che in Italia faticano a trovare: salari adeguati, carriere meritocratiche, contesti professionali dinamici. Non è una fuga romantica, ma una scelta spesso obbligata. E rappresenta una delle più grandi contraddizioni italiane: formiamo capitale umano che poi non siamo in grado di trattenere.

Nel frattempo, il Paese nel suo complesso - come dicevamo - continua a mostrare comportamenti da “benessere diffuso”. Alta proprietà immobiliare, consumi elevati, primati europei in settori non essenziali come il gioco d’azzardo, la telefonia, la spesa privata per vizi e intrattenimento. Una ricchezza che esiste, ma che si distribuisce in modo asimmetrico e poco orientato al futuro.

Il welfare, pilastro del modello italiano, contribuisce a questa ambivalenza. La spesa sociale è imponente e capillare, ma spesso poco selettiva e scarsamente orientata all’inclusione attiva. In assenza di controlli efficaci e di politiche che colleghino assistenza, formazione e lavoro, il rischio è quello di un sistema che protegge senza emancipare. Un welfare che attenua il disagio nel breve periodo, ma non costruisce traiettorie di autonomia, soprattutto per i giovani.

Insomma, il risultato è avere un Paese che, nel complesso, regge e cresce, ma che appare bloccato in una sorta di presente permanente. Solido nel tutelare ciò che esiste, fragile nel costruire ciò che verrà. Le generazioni più giovani ne pagano il prezzo più alto: meno opportunità, salari più bassi, percorsi più incerti, aspettative ridimensionate.

La vera questione italiana, oggi, dunque non è se il Paese sia povero o ricco. È se sia ancora capace di immaginare e offrire un futuro credibile a chi dovrebbe portarlo avanti. Senza affrontare questa frattura generazionale, ogni discussione su crescita, bilanci e welfare rischia di restare incompleta. E, soprattutto, miope. Mario Draghi intervenendo al Meeting di Rimini del 2020 disse che "privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di disuguaglianza". E' su questo che tutti dovremmo soffermarci con maggiore profondità. Pensarci molto ed agire di più. In zona Cesarini abbiamo sempre dato il nostro meglio. Prendiamo coscienza che è arrivato il tempo.

(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati

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