Link to Uno dei paradossi del Dpfp è proprio quello legato al contributo del PNRR alla crescita. Il Governo riconosce che, per il 2025, il Piano dovrebbe valere un punto percentuale di PIL aggiuntivo. Ma se la crescita prevista è dello 0,5%, senza il PNRR saremmo in recessione. E poi c'e' il problema della spesa per la difesa da portare al 5% del PilUno dei paradossi del Dpfp è proprio quello legato al contributo del PNRR alla crescita. Il Governo riconosce che, per il 2025, il Piano dovrebbe valere un punto percentuale di PIL aggiuntivo. Ma se la crescita prevista è dello 0,5%, senza il PNRR saremmo in recessione. E poi c'e' il problema della spesa per la difesa da portare al 5% del Pil
di Guido Talarico
Con l’approvazione della nuova legge di bilancio e la pubblicazione del Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp), il Governo italiano fissa le coordinate economiche per il triennio 2025-2027. Ma più che delineare un piano per la crescita, il documento tratteggia il profilo di un Paese costretto ad operare tra una giusta prudenza fiscale e la mancanza di visione più incisiva, con numeri che preoccupano e incongruenze che interrogano.
Il dato più sconfortante non è neppure quello relativo al deficit – su cui, con realismo, tutti i governi, di qualsiasi colore, avrebbero margini di manovra limitati – ma il ritorno alla crescita “zero virgola”. Dopo una fase post-pandemica in cui l’Italia ha stupito con rimbalzi sopra le attese, torniamo nella palude di una crescita reale dello 0,5% nel 2025, per poi salire appena allo 0,7% nel 2026-27 e allo 0,8% nel 2028. Numeri che rasentano la stagnazione, e che neppure il PNRR sembra in grado di risollevare questi numeri, almeno secondo le stime ufficiali.
Il Governo difende il suo approccio parlando di prudenza nelle proiezioni, e in effetti le stime per il biennio 2025-2026 coincidono con quelle validate dall’Ufficio parlamentare di bilancio e con il consenso degli analisti. Ma allora viene da chiedersi: se la crescita è così bassa persino nel pieno della spinta del PNRR, cosa ci attende dopo?
Link to L’impatto reale del PNRR: numeri che non tornanoL’impatto reale del PNRR: numeri che non tornano
Uno dei paradossi più evidenti del Dpfp è proprio quello legato al contributo del PNRR alla crescita. Il governo stesso riconosce che, per il 2025, il Piano dovrebbe valere un punto percentuale di PIL aggiuntivo. Ma se la crescita prevista è dello 0,5%, senza il PNRR saremmo evidentemente in recessione. Ancora più sbilanciata è la stima per il 2026: con l’attuazione anche degli interventi mancanti, il PNRR dovrebbe valere 1,5 punti di PIL, eppure la crescita complessiva stimata per quell’anno è solo dello 0,7%. Tradotto: o ci si aspetta che, senza il PNRR, l’Italia sprofondi in una crisi peggiore della Germania, oppure – più realisticamente – le stime non dialogano tra loro.
È difficile trovare un’altra interpretazione, se non ammettere che il Governo, pur sapendo che il PNRR è la leva principale della politica economica, ne sottostima l’efficacia oppure non crede nella sua piena attuazione. Entrambe le ipotesi sarebbero tuttavia gravi.
Link to Cresce il lavoro e gli investimenti restano alti: ma il PIL noCresce il lavoro e gli investimenti restano alti: ma il PIL no
Ancor più difficile da spiegare è un altro scarto evidente nel documento: il PIL cresce pochissimo, nonostante la crescita sostenuta sia del lavoro che del capitale. Il Dpfp riconosce che il tasso di occupazione ha toccato il massimo storico del 63% e prevede che gli investimenti pubblici si manterranno su livelli elevatissimi, pari al 3,4% del PIL anche dopo la fine del PNRR. A rendere vincolante questa scelta è, tra l’altro, una clausola della Commissione Europea, che ne fa una condizione per l’allungamento del percorso di aggiustamento di bilancio.
In teoria, questa combinazione – più lavoro e più investimenti – dovrebbe portare a un’espansione sostenuta del PIL potenziale. Eppure, il documento stima una produttività totale dei fattori (PTF) in caduta: -0,2% all’anno nel triennio 2024-2026 e crescita zero nei successivi. Una tale dinamica negativa è semplicemente poco credibile, anche alla luce della struttura occupazionale post-Covid, che ha visto crescere in particolare i servizi ad alto valore aggiunto, e considerando le riforme e gli investimenti strutturali previsti dallo stesso PNRR, pensati proprio per migliorare la competitività.
Se davvero il Paese sarà meno produttivo nei prossimi anni, vuol dire che qualcosa non sta funzionando nel disegno complessivo: o le riforme non sono incisive, o gli investimenti non sono mirati, oppure si è rinunciato a ogni ambizione industriale. In ogni caso, non si può continuare a convivere con questa dissonanza tra sforzi messi in campo e risultati attesi.
Link to Difesa: l’arte dell’ambiguità strategicaDifesa: l’arte dell’ambiguità strategica
C’è poi un passaggio del Dpfp che merita una menzione a parte, e riguarda la spesa per la difesa. A giugno, l’Italia ha firmato con gli altri Paesi NATO (eccetto la Spagna) l’impegno a portare la spesa per la sicurezza al 5% del PIL entro il 2035 – di cui 3,5% per la spesa militare stretta, e 1,5% per sicurezza generale.
Il Governo, con uno sforzo contabile notevole, stima la spesa attuale attorno al 2%, mentre la classificazione Cofog la colloca all’1,2%. Ma nonostante gli impegni solennemente sottoscritti, e nonostante l’Italia abbia prenotato 14,9 miliardi di prestiti europei a luglio 2025 attraverso il programma Re-Arm EU, nel Dpfp regna una qualche ambiguità tattica.
Da un lato infatti si ribadiscono gli impegni NATO, dall’altro si rimanda tutto a “ulteriori approfondimenti”, evitando accuratamente di includere le spese addizionali nel quadro programmatico. La proiezione per il triennio prevede un aumento solo ipotetico e graduale: +0,15% del PIL l’anno nel 2026-2027 e +0,2% nel 2028, per un totale dello 0,5%. Chissa' cosa ne pensa in materia il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
La verità è che il Governo sembra aver scelto di rinviare ogni decisione, perché impegnarsi ora significherebbe compromettere l’obiettivo – non semplice – di uscire dalla procedura per deficit eccessivo entro il 2026. La Commissione, infatti, non permette a un paese sotto procedura di escludere le spese per la difesa dal calcolo del deficit, anche se formalmente previste dalla clausola del Patto di Stabilità. Insomma, questo per noi sembra un vicolo strettissimo.
E così, si sceglie di prenotare i fondi ma non spenderli, almeno fino a quando non sarà chiaro se l’Italia sarà ammessa fuori dal braccio correttivo. Una scelta forse inevitabile sul piano tecnico, politicamente cauta e anche comprensibile ma che certo rivela una politica estera e industriale di fatto ancora indefinita.
Insomma, il quadro tracciato dal Dpfp e dalla legge di bilancio appena approvata è improntato alla cautela più che alla visione prospettica. Lo si può anche comprendere, ma scelte così concepite indicano che il futuro che ci attende non è roseo. Crescita zero-virgola, produttività in discesa, riforme a metà e spese strategiche sospese sono problemi che richiedono interventi d'urgenza non da attesa. L'inerzia è una visione che può forse rassicurare i mercati nel breve periodo, ma che non offre nessuna promessa credibile di sviluppo. Capiamo che l’Italia ha bisogno di stabilità e che deve destreggiarsi tra gli obblighi stringenti che gli arrivano da Bruxelles e dalla Nato. Ma proprio perché la coperta è corta c'e' bisogno di maggiore coraggio e di una visione che indichi al Paese la direzione la prendere per fugare i rischi che abbiamo dietro la porta.
(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati