Link to [object Object]Negli Stati Uniti la percezione dei conflitti globali si sta trasformando: la guerra in Iran e il blocco dello Stretto di Hormuz sono osservati con una certa distanza, mentre l’Ucraina appare sempre più periferica. Si danno per evidenti le difficoltà dell’amministrazione Trump, impantanata in Medio Oriente e politicamente indebolita in vista delle elezioni di midterm. Allo stesso tempo cresce una disattenzione verso l’Europa e i suoi rischi economici. Un segnale chiaro della frattura transatlantica, ma anche, paradossalmente, l'indicazione di una direzione: il futuro dell'occidente passa attraverso un recupero dei rapporti tra Usa ed Europa
Negli Stati Uniti la percezione dei conflitti globali si sta trasformando: la guerra in Iran e il blocco dello Stretto di Hormuz sono osservati con una certa distanza, mentre l’Ucraina appare sempre più periferica. Si danno per evidenti le difficoltà dell’amministrazione Trump, impantanata in Medio Oriente e politicamente indebolita in vista delle elezioni di midterm. Allo stesso tempo cresce una disattenzione verso l’Europa e i suoi rischi economici. Un segnale chiaro della frattura transatlantica, ma anche, paradossalmente, l'indicazione di una direzione: il futuro dell'occidente passa attraverso un recupero dei rapporti tra Usa ed Europa
di Guido Talarico
Qui a New York la guerra in Iran sembra quasi non arrivare per quella che è. Certo i media ne parlano, arrivano i grafici del petrolio, le oscillazioni dei mercati, le breaking news sui negoziati, i primi cenni inflazionistici. Ma la guerra, quella vera, appare lontana, quasi come se non l'avesse voluta Washington. È questa la sensazione che si respira oggi negli Stati Uniti: una grande distanza geografica, diventata anche politica.
Il conflitto con l’Iran, entrato in una fase che molti definiscono di “limbo paralizzante tra guerra e pace”, viene seguito con attenzione intermittente. Lo Stretto di Hormuz è chiuso, il commercio globale sotto pressione, eppure la percezione qui è quella di una crisi gestibile, quasi tecnica e comunque lontana. Le minacce di Trump — affondare navi iraniane, alzare il livello dello scontro — si alternano a toni più conciliatori in un copione ormai noto. È una strategia che negli Stati Uniti non sorprende più: pressione massima e ambiguità negoziale.
[caption id="attachment_86932" align="alignleft" width="300"] Hormuz[/caption]
E tuttavia, dietro questa apparente normalizzazione, si leggono chiaramente le difficoltà dell’amministrazione. A New York, nei circoli finanziari come nei media, si dà quasi per scontato che Trump non sia riuscito a ottenere un vero risultato politico. Il regime iraniano è ancora in piedi, il controllo su Hormuz è conteso, e la guerra — pur senza esplodere — non si chiude. Siamo d'innanzi ad uno stallo che logora, anche perché comincia ad avere un impatto sulle tasche degli americani.
Ancora più rilevante è infatti il piano interno. Il tempo politico stringe. La soglia dei 60 giorni prevista dalla War Powers Resolution incombe come un limite simbolico e reale. E per la prima volta emergono crepe anche nel fronte repubblicano. Il sostegno al presidente, pur ancora solido, non è più automatico. La prospettiva di una sconfitta alle elezioni di midterm viene ormai discussa apertamente, quasi come evento ineluttabile.
Ma il dato più amaramente interessante non è tanto la difficoltà americana, quanto il modo in cui essa convive con una sorprendente indifferenza verso il resto del mondo occidentale. L’Europa, qui, semplicemente non è al centro del discorso. La guerra in Ucraina, che per mesi ha rappresentato una linea di frattura globale, oggi appare scolorita nel dibattito pubblico americano. Non perché sia finita — tutt’altro — ma perché è uscita dalla priorità strategica percepita. È diventata una guerra europea, non più una questione americana. E questo cambiamento, sottile ma decisivo, segna una svolta.
Ancora più evidente è la scarsa attenzione dell'Amministrazione Trump verso la situazione economica europea. La possibilità di una fase recessiva, le difficoltà industriali, le tensioni energetiche: temi che nel continente sono centrali, qui negli Stati Uniti restano marginali. Non entrano nel ciclo mediatico, non influenzano il dibattito politico, non orientano le scelte strategiche. È come se le due sponde dell’Atlantico avessero smesso di specchiarsi l’una nell’altra.
L’era Trump ha accelerato questo processo, ma non lo ha creato da zero. Ha reso esplicita una divergenza che già esisteva: una diversa percezione del rischio, una diversa gerarchia delle priorità, una diversa idea di alleanza. Oggi questa distanza è diventata strutturale. L’America guarda al mondo con una logica sempre più selettiva: ciò che incide direttamente sui propri interessi immediati viene amplificato; ciò che riguarda gli alleati, se non ha impatto interno, scivola ai margini. È una forma di pragmatismo radicale che ridisegna gli equilibri globali.
E l’Europa? Si trova in una posizione paradossale: al centro delle crisi, ma ai margini dell’attenzione americana. Più esposta, ma meno ascoltata. Una frattura che oggi appare quasi inevitabile, ma che non può e non deve restare così. Perché senza un dialogo reale tra le due sponde dell’Atlantico, ogni crisi diventa più difficile da gestire. E ogni soluzione, più lontana. Il rischio non è solo geopolitico. È culturale. È la perdita di un linguaggio e di una prospettiva comune. E forse, più ancora della guerra in Iran o di quella in Ucraina, è questa la vera crisi che si sta consumando.
[caption id="attachment_87932" align="alignright" width="370"] Cena Niaf a NY[/caption]
Per evitare che questa crisi diventi irreversibile, tuttavia esistono degli antidoti. Sono le cose che hanno sempre unito America ed Europa. Vale a dire l'economia reale, i valori che caratterizzano l'occidente nel suo insieme e infine la cultura. Occorre dunque ripartire da qui. Rafforzare quelli esistenti e creare nuovi ponti che diano rinnovata forza a quegli scambi economici e culturali che sono stati la vera cerniera tra le due sponde dell'Atlantico. Quando questa fase divisiva sarà passata è su quei ponti che potremo continuare scambiare tutti quei beni che hanno fatto stare insieme due continenti per oltre 80 anni.
Ieri sera alla cena newyorkese della Niaf, la più importante associazione di italoamericani, questo era il "mood" che si respirava. Gli emigranti di ieri sono quelli che con le capacita' ed il sudore di intere generazioni hanno fatto grande l'America e che oggi, meglio di tanti altri, sentono il dovere di farlo di nuovo. Sono figli dell'Europa che sanno che la proposta politica "America First" ha funzionato perché anche qui ci sono problemi economici da risolvere. Ma è gente che sa altrettanto bene che per uscire da questo stato di difficoltà e di divisione l'occidente deve ritrovare un passo comune.
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