Venezuela, Eni e Chevron verso nuovi accordi

di

Carlo Longo

Il settore energetico venezuelano torna ad attirare i grandi operatori internazionali dopo la revisione delle regole sugli idrocarburi

Venezuela, Eni e Chevron verso nuovi accordi

Il petrolio venezuelano torna al centro delle strategie delle grandi compagnie internazionali. Dopo mesi di negoziati, Eni, Chevron, GE Vernova, la compagnia indiana ONGC e la colombiana GeoPark sarebbero vicine alla conclusione di nuovi accordi per le rispettive attività nel Paese.

Le intese arrivano al termine di una fase di adeguamento al nuovo quadro normativo venezuelano sugli idrocarburi, che ha modificato le condizioni operative per gli investitori stranieri. Il nuovo sistema concede alle società maggiore autonomia nella gestione delle attività, compresa la possibilità di commercializzare direttamente la produzione e di disporre con maggiore flessibilità dei ricavi.

Si tratta di operazioni commerciali che vanno tenute separate dal più ampio accordo energetico emerso nei rapporti tra Stati Uniti e Venezuela. Quest’ultimo avrebbe come obiettivo il coinvolgimento americano nello sfruttamento di 17 aree petrolifere che, complessivamente, conterrebbero circa 65 miliardi di barili di riserve provate, una quantità equivalente a circa un quinto delle riserve venezuelane.

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Tra le società maggiormente interessate all’espansione delle attività figura Chevron, già presente nel Paese attraverso partnership con la compagnia petrolifera statale PDVSA.

Il gruppo statunitense punta ad ampliare la propria presenza nella cintura petrolifera dell’Orinoco, una delle maggiori concentrazioni mondiali di greggio extra-pesante. Un ulteriore interesse riguarderebbe un’area nel nord dello Stato di Monagas, importante anche per la produzione di sostanze utilizzate per diluire il petrolio particolarmente pesante e facilitarne trasporto e lavorazione.

Per Caracas, il ritorno degli investimenti internazionali potrebbe rappresentare un passaggio decisivo nel tentativo di rilanciare un’industria che dispone di risorse immense ma che per anni ha sofferto carenza di capitali, deterioramento delle infrastrutture, sanzioni e difficoltà operative.

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Più complesso è il quadro relativo all’accordo politico ed energetico tra Washington e Caracas. I dettagli operativi non sono ancora stati resi pubblici integralmente e proprio la scarsità di informazioni ha alimentato interrogativi sulla struttura delle concessioni, sulle società coinvolte e sulle procedure seguite.

Nel dibattito è emerso anche il nome dell’imprenditore venezuelano Alejandro Betancourt, azionista di maggioranza della North American Blue Energy Partners (NABEP). Diverse ricostruzioni giornalistiche gli attribuiscono un ruolo nei contatti con gli Stati Uniti. Betancourt è stato inoltre al centro di indagini giudiziarie in Europa, circostanza che contribuisce ad aumentare l’attenzione sulle eventuali operazioni della società.

Secondo quanto riportato dalla stampa internazionale, una delle ipotesi allo studio prevederebbe una partecipazione statunitense passiva del 35% nella NABEP, accompagnata da un diritto prioritario sull’acquisto di una parte della produzione a condizioni prestabilite. Struttura e condizioni dell’eventuale operazione, tuttavia, richiedono ancora conferme ufficiali dettagliate.

A suscitare perplessità è soprattutto il processo attraverso il quale sarebbero state negoziate alcune delle nuove intese. L’assenza di procedure competitive pubbliche e la riservatezza che ha accompagnato le trattative hanno aperto un confronto sulla trasparenza e sulla compatibilità dei contratti con il quadro giuridico venezuelano.

Il tema assume particolare rilevanza perché il Paese si trova contemporaneamente nel pieno della riorganizzazione della propria legislazione petrolifera, con numerosi contratti precedenti destinati a essere trasferiti nel nuovo regime.

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Il presidente statunitense Donald Trump ha parlato pubblicamente di una collaborazione con operatori privati, senza indicare nel dettaglio quali imprese sarebbero chiamate a gestire le attività collegate agli interessi americani.

Da Caracas, la presidente ad interim Delcy Rodríguez ha indicato per l’intesa un orizzonte di almeno 25 anni e investimenti complessivi nell’ordine dei 100 miliardi di dollari. Secondo le stime presentate dalle autorità venezuelane, il progetto potrebbe generare per lo Stato circa 209,3 miliardi di dollari tra imposte e royalties nel corso della sua durata.

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