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Link to Dopo mesi di escalation diplomatica e militare, gli Stati Uniti "arrestano" Nicolás Maduro in un’operazione notturna a Caracas. Un epilogo annunciato, tra ambizioni geopolitiche, accuse di narcotraffico e la solita voglia di petrolio. Ma dopo l’intervento americano, si apre ora un dibattito globale sulla legittimità e sulle vere motivazioni dell’azione voluta da un Donald Trump sempre più incontenibileDopo mesi di escalation diplomatica e militare, gli Stati Uniti "arrestano" Nicolás Maduro in un’operazione notturna a Caracas. Un epilogo annunciato, tra ambizioni geopolitiche, accuse di narcotraffico e la solita voglia di petrolio. Ma dopo l’intervento americano, si apre ora un dibattito globale sulla legittimità e sulle vere motivazioni dell’azione voluta da un Donald Trump sempre più incontenibile
di Guido TalaricoC’è qualcosa di tragicamente già visto nell’epilogo venezuelano, quella voglia tutta americana di esportare la democrazia ovunque vi sia petrolio. Il raid americano che ha portato all’arresto, che somiglia più ad un rapimento, di Nicolás Maduro, avvenuto nella notte a Caracas, non è stato il frutto di un’improvvisa svolta nella diplomazia internazionale, ma il culmine di una aggressione annunciata. Da mesi, gli Stati Uniti di Donald Trump inseguivano apertamente l’obiettivo: rovesciare il regime chavista, accusato di narcotraffico e corruzione, e – neanche troppo velatamente – riaffermare il proprio dominio strategico ed energetico nel continente latinoamericano. Ora, diciamolo chiaro, Maduro è un dittatore sanguinario, del tutto probabilmente in rapporti organici coi cartelli del narcotraffico. Ma farlo fuori con una invasione lampo non è certo una bella espressione di democrazia e tantomeno un gesto che rende omaggio alla grandezza di un paese come gli Stati Uniti.
Per capire come si è arrivati a questa ennesima crisi internazionale che apre in modo non beneaugurante questo 2026, bisogna fare un passo a ritroso, cominciando ad analizzare l'accaduto a partire dallo scambio di accuse e minacce tra i due presidenti. Vediamo.
Settembre 2025 segna l’inizio dell’escalation.
Le accuse incrociate tra Caracas e Washington, i droni americani che colpiscono presunti narcotrafficanti, le operazioni navali nei Caraibi. Una sequenza che richiama alla memoria altre pagine oscure della storia dei "gringos" americani in America Latina (dal Cile all'Argentina, da Panama al Nicaragua). L’amministrazione Trump ha costruito con pazienza – e tanta retorica bellica – la narrazione di un Venezuela trasformato in santuario del narcotraffico. Una propaganda forte, crescente ma avara di prove concrete. Una minaccia da neutralizzare, ad ogni costo.
Ma le prove? Gli Stati Uniti non ne hanno mai rese pubbliche. Più di cento vittime nei primi attacchi, nessuna identità, nessuna trasparenza. Maduro risponde accusando Trump di imperialismo, mentre chiede inutilmente l’intervento dell’ONU. Le parole dell’ex presidente americano – "Maduro è un criminale", "capo del cartello dei narcos" – definiscono un nemico utile, da esibire nel pieno di una nuova corsa elettorale. Francamente un film già visto. Il primo ricordo va alle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, inventate dall'amministrazione di George W. Bush per invadere l'Iraq.
Poi arriva ottobre, e con esso il Nobel alla leader dell’opposizione Maria Corina Machado.
Una vittoria simbolica per chi sogna la caduta del regime, un’umiliazione per Maduro, ma anche per Trump, che per anni aveva vagheggiato – senza mai essere preso sul serio – il proprio nome tra i candidati al Nobel per la pace. La risposta americana è immediata: nuovi raid, nuove uccisioni, e la comunità internazionale che, pur divisa, comincia a prendere le distanze. L’ONU definisce gli attacchi una violazione del diritto internazionale. Ma da Washington, nemmeno un commento.
Novembre accelera la crisi.
Mentre Caracas denuncia l’imminenza di un’invasione e prepara la popolazione, le grandi manovre militari americane davanti alle coste venezuelane non lasciano spazio a dubbi. L’ombra della portaerei USS Gerald Ford si allunga su un Paese già allo stremo. Le richieste di Maduro – immunità, garanzie economiche, salvacondotti per i suoi fedelissimi – vengono rifiutate. E Trump, infine, mostra i muscoli: sequestri di petroliere, attacchi mirati, silenzi assordanti sulla legalità delle azioni intraprese.
E poi arriva dicembre, e con esso il punto di non ritorno.
La narrazione della guerra alla droga si fonde sempre più apertamente con quella dell’interesse energetico. A svelarlo, involontariamente o meno, è Susie Wiles, la potentissima capa dello staff di Trump, che in un’intervista a Vanity Fair conferma ciò che in molti già sospettavano: il vero obiettivo non era la giustizia, ma il petrolio. Nessuna smentita. Nessuna retromarcia. Anche l’opinione pubblica americana appare divisa, spesso contraria a un intervento militare. Ma la spinta dei grandi gruppi petroliferi, insieme al Pentagono, pesa più dei sondaggi.
Capodanno sembra aprire uno spiraglio.
A fine anno Maduro si mostra in tv con la moglie, propone negoziati, cerca una via d’uscita. Come se avesse capito che la situazione stava per precipitare. Ma è troppo tardi. Il quadro è già scritto, e la storia sembra destinata a ripetersi. Una volta ancora, sotto la bandiera della “sicurezza” e della “libertà”, si consuma un’operazione che alimenta nuovi interrogativi: quanto conta davvero la sovranità di uno Stato quando a spingere sono gli interessi strategici ed economici della superpotenza di turno? Il Venezuela entra in una nuova fase della sua storia, ma la domanda resta: è davvero iniziata l’era della pace o solo l’ennesima stagione dell’instabilità e degli interessi di parte?
Vedremo nei prossimi giorni come reagirà l'opinione pubblica e le istituzioni internazionali. Poi vedremo come evolvera' la situazione a Caracas. Chi prenderà il potere? Quello che appare certo e' che se a livello globale la tendenza rimarrà questa si certificherà che a dominare da qui in avanti sarà soltanto la legge del più forte, con buona pace per l'Ucraina, il Medio Oriente, Taiwan, Yemen e via dicendo. E le parole di un Presidente come Abraham Lincoln - "Nessuno è in grado di governare un altro senza il suo consenso" - sembreranno non più un principio miliare delle moderne democrazie ma l'epitaffio di un paese che sta scivolando dietro l'ombra peggiore di se stesso.
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