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Link to Con il Rosatellum, le elezioni politiche previste per la primavera del 2027 rischiano di consegnare un Parlamento senza una maggioranza chiara. In una fase segnata da guerre, tensioni nello Stretto di Hormuz, fine della spinta del PNRR e rivoluzione dell’intelligenza artificiale, l’ingovernabilità non sarebbe solo un problema politico: diventerebbe un’emergenza economica e socialeCon il Rosatellum, le elezioni politiche previste per la primavera del 2027 rischiano di consegnare un Parlamento senza una maggioranza chiara. In una fase segnata da guerre, tensioni nello Stretto di Hormuz, fine della spinta del PNRR e rivoluzione dell’intelligenza artificiale, l’ingovernabilità non sarebbe solo un problema politico: diventerebbe un’emergenza economica e sociale
di Guido Talarico
C’è un fantasma che torna ad aggirarsi sulla politica italiana: quello della “non vittoria”. Non una sconfitta netta, non un trionfo dell’uno o dell’altro campo, ma qualcosa di più insidioso: un pareggio sostanziale, un Parlamento spezzato, una maggioranza fragile o inesistente, un Paese costretto a trattative estenuanti proprio nel momento in cui avrebbe bisogno di decisioni rapide, dure e credibili.
Il rischio riguarda le elezioni politiche previste per la primavera del 2027. E nasce, prima ancora che dai sondaggi, dalla legge elettorale oggi in vigore: il Rosatellum, cioè la legge che fu varata nel 2017. È un sistema misto: una parte dei seggi viene assegnata nei collegi uninominali, dove vince chi prende anche un solo voto in più; la parte prevalente è invece distribuita con metodo proporzionale, con soglie di sbarramento per partiti e coalizioni.
La sua logica è semplice, ma politicamente esplosiva. Nei collegi uninominali la coalizione più compatta è favorita: se il centrodestra prende il 38% e il centrosinistra allargato il 37%, il seggio va interamente al primo. Ma se in decine di collegi il margine si restringe, se il Movimento 5 Stelle corre separato e sottrae voti decisivi in alcune aree, se il campo largo riesce a essere competitivo soprattutto al Sud, allora la macchina elettorale può produrre un risultato ambiguo. Pochi voti di differenza possono spostare molti seggi; pochi seggi di differenza possono decidere se un governo nasce o muore.
Il Rosatellum, infatti, non prevede un premio di maggioranza automatico. Premia l’unità, ma non garantisce la governabilità. Funziona quando una coalizione è nettamente più forte o quando l’opposizione è divisa. Diventa invece rischioso quando i due poli si avvicinano, perché può consegnare Camere senza una maggioranza solida, oppure maggioranze diverse e instabili tra Montecitorio e Palazzo Madama.
È il punto sollevato, secondo la ricostruzione di Francesco Verderami sul Corriere della Sera, da Dario Franceschini: la rigidità di chi oggi rifiuta di trattare con Giorgia Meloni sulla legge elettorale potrebbe costringerlo domani a trattare con Meloni sul governo. L’ex ministro avrebbe definito il pareggio “un disastro per l’Italia”, perché porterebbe a un ulteriore avvitamento del sistema politico. Il ragionamento può anche apparire strumentalmente brutale ma è difficilmente eludibile: meglio discutere prima le regole del gioco, oppure ritrovarsi dopo il voto a negoziare una maggioranza d’emergenza?
Il tema non è astratto. L’Italia ha già conosciuto governi di larghe intese e governi tecnici nati non da una chiara scelta elettorale, ma dall’impossibilità della politica di produrre una maggioranza coerente. A volte sono stati necessari, persino utili. Ma se l’eccezione diventa regola, il sistema si consuma. Gli elettori votano un campo e si ritrovano un compromesso tra campi opposti. I partiti fanno campagna elettorale da avversari e governano da alleati forzati. Le giunte regionali e locali restano divise secondo lo schema bipolare, mentre a Roma nasce un esecutivo ibrido. È il cortocircuito perfetto per alimentare sfiducia, astensione e forze anti-sistema.
Per questo si discute di una nuova legge elettorale. Nel 2026 la maggioranza ha depositato una proposta che punta a superare i collegi uninominali, introducendo un impianto più proporzionale, un premio di governabilità e, in alcune ipotesi, un ballottaggio tra coalizioni. L’obiettivo dichiarato è evitare il pareggio. I critici rispondono che un premio rischia di alterare artificialmente la rappresentanza. È un’obiezione seria. Ma seria è anche la domanda opposta: può un Paese fragile permettersi di andare al voto sapendo già che il risultato più probabile potrebbe essere l’ingovernabilità?
La risposta pesa ancora di più se si guarda al 2027. L’Italia arriverà a quell’appuntamento dentro una congiuntura internazionale sfavorevole: guerre ai confini dell’Europa, tensioni energetiche e commerciali, instabilità nel Medio Oriente e nello Stretto di Hormuz, da cui passa una quota cruciale dei traffici petroliferi globali. A ciò si aggiungerà la fine della fase espansiva legata al PNRR, il cui orizzonte operativo resta concentrato sul 2026, pur con alcune code attuative e rendicontative successive. Senza contare il permanente impegno a rafforzare la spesa militare in un crescendo di spesa che dovrebbe arrivare al 5% del nostro Pil.
In altre parole, dopo anni in cui l’Europa ha consentito margini eccezionali di spesa, l’Italia potrebbe trovarsi davanti a una stagione di sacrifici. Bisognerà decidere dove tagliare, dove investire, quali promesse mantenere e quali rinviare. Serviranno scelte sulla sanità, sulle pensioni, sulla scuola, sulla difesa, sull’energia, sull’industria. Servirà una politica capace di dire dei no, non solo di distribuire bonus.
E poi c’è l’intelligenza artificiale, sul cui impatto le forze politiche, da una parte e dall'altra, sembrano ancora non aver ben compreso la vastità delle conseguenze . La questione dell'avvento dell'Intelligenza artificiale sul nostro sistema produttivo non è infatti una moda, ma una trasformazione profonda e ad alto impatto occupazionale che è già cominciata. Interi settori — amministrazione, servizi, comunicazione, consulenza, logistica, industria creativa — saranno costretti a ridefinire competenze, mansioni e contratti. La politica dovrà governare formazione, protezione sociale, produttività e redistribuzione. Se resterà paralizzata da un Parlamento senza maggioranza, il cambiamento non si fermerà: semplicemente avverrà senza guida.
Per questo il pareggio del 2027 non sarebbe un normale incidente parlamentare. Sarebbe il peggior esito nel peggior momento. Una legislatura nata zoppa, un governo appeso a pochi voti, una maggioranza costretta a mediazioni continue, magari proprio mentre i mercati chiedono stabilità e le famiglie chiedono protezione. L’Italia non rischierebbe solo di non scegliere chi governa. Rischierebbe di non scegliere nulla.
La questione, allora, non è se convenga alla destra o alla sinistra cambiare la legge elettorale. La questione è se il sistema politico italiano abbia ancora la forza di produrre decisioni leggibili e soprattutto utili per il Paese. Franceschini, da avversario di Meloni, sembra aver colto il punto: chi teme la vittoria dell’altro dovrebbe temere ancora di più l’assenza di un vincitore. Perché una democrazia può sopportare l’alternanza. Molto meno può sopportare l’impotenza.
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