Sono trascorsi venticinque anni da quella mattina che cambiò gli Stati Uniti e modificò profondamente gli equilibri internazionali. L’11 settembre 2001 diciannove terroristi di Al Qaeda dirottarono quattro aerei di linea: due furono lanciati contro le Torri Gemelle del World Trade Center a New York, un terzo colpì il Pentagono, mentre il quarto precipitò nei pressi di Shanksville, in Pennsylvania, dopo la reazione dei passeggeri.
Il bilancio degli attacchi fu di 2.977 vittime, senza contare i diciannove dirottatori. A distanza di un quarto di secolo, gli Stati Uniti tornano a ricordare quella giornata con commemorazioni nei luoghi diventati simbolo della tragedia.
A New York il centro delle celebrazioni è Ground Zero, dove sorgeva il World Trade Center. Alla cerimonia sono attesi il vicepresidente JD Vance e quattro ex presidenti degli Stati Uniti: George W. Bush, Bill Clinton, Barack Obama e Joe Biden.
Donald Trump partecipa invece alla commemorazione organizzata al Pentagono, l'altro grande obiettivo degli attentatori di Al Qaeda. Il ricordo coinvolge anche numerosi altri luoghi degli Stati Uniti: a New York, tra i gesti simbolici dell’anniversario, l’Empire State Building viene illuminato di blu.
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Le commemorazioni non sono dedicate soltanto alle persone morte negli attentati, ma anche a vigili del fuoco, agenti di polizia, personale sanitario e volontari che intervennero nelle ore successive agli attacchi.
Il presidente francese Emmanuel Macron ha ricordato sui social le vite spezzate quel giorno e il coraggio di chi mise a rischio la propria per soccorrere le persone coinvolte.
Un messaggio è arrivato anche dalla Conferenza episcopale degli Stati Uniti. Il presidente eletto, monsignor Paul S. Coakley, ha invitato i cattolici a pregare per le vittime e per le loro famiglie, ricordando allo stesso tempo il sacrificio dei primi soccorritori.
Nel suo intervento Coakley ha collegato la memoria dell’11 settembre alla necessità di costruire la pace in una fase internazionale nuovamente segnata da guerre, tensioni e profonde divisioni.
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Anche le istituzioni italiane hanno ricordato il venticinquesimo anniversario degli attentati.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha definito l’11 settembre una delle pagine più drammatiche della storia recente, sottolineando come gli attacchi abbiano rappresentato un punto di svolta per l’intera comunità internazionale.
Il capo dello Stato ha rivolto un pensiero alle vittime, alle loro famiglie e ai soccorritori, ricordando anche il pesante tributo pagato dalla comunità italo-americana.
Mattarella ha inoltre richiamato la reazione internazionale che seguì gli attentati e la necessità di mantenere una collaborazione tra gli Stati nella lotta al terrorismo. Il presidente ha collegato quella lezione alle crisi contemporanee, invitando a non accettare la guerra e la sopraffazione come strumenti ordinari delle relazioni internazionali.
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La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ricordato come l’attacco del 2001 non fosse rivolto soltanto agli Stati Uniti, ma avesse investito l’intero sistema delle democrazie occidentali.
Per la premier, il venticinquesimo anniversario deve servire anche a ricordare che sicurezza e democrazia richiedono una difesa continua. Meloni ha quindi ribadito l’impegno dell’Italia al fianco dei propri alleati nella lotta contro il terrorismo.
Anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha insistito sul significato attuale dell’anniversario. Davanti a uno scenario internazionale caratterizzato da conflitti e tensioni crescenti, ha osservato, è necessario continuare a contrastare estremismo e processi di radicalizzazione.
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A venticinque anni dagli attentati rimane inoltre aperto uno dei capitoli giudiziari più complessi dell’intera vicenda.
Khalid Sheikh Mohammed, considerato dagli Stati Uniti il principale ideatore operativo dell’11 settembre, è ancora detenuto nella base di Guantanamo insieme ad altri imputati. Con lui figurano nel procedimento Ammar al-Baluchi, Walid bin Attash e Mustafa al-Hawsawi.
L’inizio del processo è attualmente previsto per il 5 giugno 2028, dopo una lunghissima fase preliminare segnata da rinvii, contestazioni e controversie legate anche ai metodi utilizzati dalla Cia durante gli interrogatori.
Mohammed e alcuni degli altri detenuti trascorsero infatti anni nelle prigioni segrete dell’intelligence statunitense e furono sottoposti a tecniche come il waterboarding, considerate forme di tortura.
Le prime accuse davanti a una commissione militare risalgono al 2008. Il procedimento venne successivamente interrotto e poi avviato nuovamente, con regole differenti, nel 2012.
Nel 2024 era stato raggiunto un accordo che avrebbe consentito a Khalid Sheikh Mohammed e ad altri due imputati di evitare la pena capitale in cambio dell’ergastolo. L'intesa, tuttavia, non ha portato alla conclusione definitiva del caso.
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L’attacco dell’11 settembre provocò conseguenze che andarono molto oltre la distruzione delle Torri Gemelle. La risposta degli Stati Uniti inaugurò la cosiddetta “guerra al terrorismo”, portò all’intervento militare in Afghanistan e contribuì a ridisegnare la politica estera e di sicurezza americana. Cambiarono i controlli negli aeroporti, le attività di intelligence, le strategie antiterrorismo e il rapporto tra sicurezza nazionale e libertà individuali.
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